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Alterazioni delle funzioni cognitive e psicopatologia

imgUna caratteristica comune di molti stati psicopatologici, come le sindromi ansiose, le sindromi depressive, le sindromi psicotiche croniche, le dipendenze patologiche, è l’associazione con un deterioramento delle funzioni cognitive, che ha un’importanza notevole sia sull’insorgere della malattia che sul mantenimento della sintomatologia clinica. A sostenerlo è una ricerca belga (Libera Università di Bruxelles e Università Cattolica di Lovanio). Le funzioni cognitive possono essere intese come procedure che permettono all’individuo di elaborare le informazioni che provengono dal suo contesto di vita, di decodificarle e di ritenerle con la finalità di produrre dei comportamenti sintonici con queste informazioni ambientali. Esse sono sotto il controllo di diverse aree cerebrali.

Le funzioni cognitive sono costituite dall’attenzione, dalla memoria, dal linguaggio, dalla capacità di orientarsi nel tempo e nello spazio, dal pensiero e dall’intelligenza. Alla luce di questa ipotesi, una riabilitazione delle funzioni cognitive può avere una ripercussione positiva sulla psicopatologia, attenuando i sintomi e, di conseguenza, migliorando la qualità della vita del paziente. Da questo punto di vista sarebbe opportuno trovare dei markers biologici, che possano evidenziare le alterazioni delle funzioni cognitive, in maniera da individuare i soggetti che potrebbero sviluppare una psicopatologia e questo avrebbe un alto valore preventivo, in quanto con un’opportuna terapia si potrebbe svolgere una specifica profilassi.

D’altra parte, il reperimento di alterazioni cognitive potenzialmente correlate con la psicopatologia può aiutare a individualizzare e a migliorare la terapia. Inoltre, il diagnosticare queste modificazioni cognitive può favorire la comprensione dei meccanismi patogenetici alla base della malattia.

Fonte: Campanella, S., Maurage, P. (2016). Editorial: Cognitive event-related potentials in psychopathology: new experimental and clinical perspectives. Front. Psychol., 7:1738. DOI:10.3389/fpsyg.2016.01738