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Educazione "divergente"

Gentile Dottoressa,
sono separato consensualmente da circa un anno e sono padre di un bimbo di nove anni. L'affidamento di nostro figlio è congiunto, ma solo sulla carta, perché la mia ex moglie fa in modo che lo veda solo quando vuole lei. Voglio precisare che mio figlio è cresciuto quasi sempre con me, perché la signora doveva avere sempre i propri spazi liberi. Poco dopo la separazione, ho conosciuto una donna che, per rispetto e per creare meno traumi al piccolo, non l'ho mai fatta conoscere alla mia compagna. Solo una volta per caso, ci siamo visti. In quell'occasione, la mia ex moglie ha fatto il diavolo a quattro, chiamando il suo avvocato ed i carabinieri, dicendo che non avevo nessun diritto di far conoscere una donna a nostro figlio. Ripeto che il nostro incontro è stato del tutto fortuito e che mio figlio, vedendomi, mi è venuto incontro correndo. Ora, la signora ha un compagno che frequenta la casa in cui vive con nostro figlio. Io che dovrei dire?

Non ho fatto e detto nulla, sempre per non creare ulteriori problemi al bambino. Ho la possibilità di vederlo tutti i giorni ed in questo ritengo di essere molto fortunato. Lo vado a trovare a casa, nonostante io e la mia ex moglie, ultimamente, per decisione sua, non ci parliamo. La settimana scorsa, mi è arrivata una lettera dal suo legale, nella quale annunciava la volontà di cambiare abitazione, perché durante le mie visite, limito la sua libertà e la sua privacy. Preciso che prima di andare a trovare mio figlio, telefono chiedendo il suo consenso e se le suona il telefono, esco di casa e rientro solo quando ha terminato la telefonata. Il bambino è afflitto da un disturbo evolutivo, ed ha diverse difficoltà a scuola. Sia le insegnanti che la psicologa e la logopedista hanno dichiarato che se nostro figlio ha raggiunto determinati risultati è per gran parte merito del padre e avrebbero piacere che si procedesse in questo modo. La mia ex moglie, è molto protettiva nei suoi confronti, lo asseconda in tutto, lasciandogli pochissime responsabilità. Per fargli fare una cosa, gli promette sempre giocattoli che poi puntualmente mantiene. Al contrario, con me, fa tutto e difficilmente intervengo ad aiutarlo nelle mansioni che competono a bambini della sua età e giocattoli ne vede pochi. Il "piccolo" si trova davanti a due fronti opposti: uno morbido ed un altro più rigido e questo non fa che confonderlo. Ho provato a parlarne con la madre, ma il risultato è che mi "aggredisce" verbalmente (anche in presenza del figlio) dicendomi che lei fa quello che vuole e che me ne devo stare a casa mia. Quello che io chiedo è che cosa posso fare per farle capire che tanti regali, a lungo andare, non fanno certo crescere nostro figlio. Cerco di essere ed usare toni gentili, per vedere se anche lei si "ammorbidisce", ma tutto è inutile.
La ringrazio vivamente.

 

Gentile Signore,
comprendo profondamente la situazione che sia lei, che il suo piccolo, che la sua ex moglie state vivendo. "Quale genitore voglio essere"? e "che genitore si può essere?", anche davanti all'intolleranza, anche davanti alla fatica e alla sofferenza di amare il proprio figlio quando non si è più capaci di amarsi come marito e moglie, è l'interrogativo che corre in tante storie di separazione.

La domanda che porta è sicuramente una domanda importante e rischierei di non darle il giusto peso se mi limitassi a dire "si ha ragione", oppure, "non ha ragione", oppure "insista a parlarne" piuttosto che "si rivolga all'avvocato". In educazione si possono insegnare dei valori in cui si crede, e anche cercare di condurre il proprio figlio verso la capacità di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ma sappiamo che ci sono sempre dei relativi da tenere in considerazione, relativi da cui noi stessi non possiamo sfuggire pena l'integralismo foriero di conflitti e di chiusure.

Mi chiede come far capire a sua moglie che un certo metodo educativo non è molto favorevole alla crescita del bambino, e di farle comprendere che ve n'è uno migliore. In verità non esiste un metodo migliore in assoluto ma un metodo che va individuato, sperimentato e monitorato tenendo in considerazione i bisogni educativi del bambino, i bisogni relazionali e le inclinazioni personali del genitore, oltre all'insieme delle relazioni educative nelle quali il bambino è coinvolto. La sua posizione potrebbe così essere riformulata: visti gli obiettivi d'autonomia che si vuole raggiungere quali possibili approcci possiamo usare, che siano pertinenti con i bisogni del bambino, e che siano possibili, perché adeguati alla personalità dei genitori? E' importante dunque chiedersi: da quali bisogni personali e obiettivi educativi è mosso il comportamento della sua ex moglie? Da quali bisogni personali e obiettivi educativi è mosso il suo comportamento come padre? Credo che più che insistere, perché la sua ex moglie utilizzi il metodo che lei come padre ritiene giusto, debba provare a considerare che educare il proprio figlio non può prescindere da quello che si è come persone, dal tipo di relazione che si è instaurata con il proprio figlio, e dal tipo di relazione che tra i genitori intercorre.

Si tratta di capire allora quali possibili aperture d'elaborazione condivisa dei propri modelli educativi si possono stimolare: elaborazione che non significa affermazione di un intervento educativo su un altro ma apertura a comprendere il senso dell'intervento che si desidera fare, i vincoli (caratteristiche personali, caratteristiche relazionali, strutturali, temporali, ideologici..) entro i quali muoversi e tramite i quali cercare nuove vie.

Giacché in questo momento il "dia-logo" con la sua ex moglie mi sembra interrotto potrebbe esservi d'aiuto richiedere la presenza di un consulente pedagogico che come "terzo", nella vostra relazione, vi aiuti ad esplorare e a far incontrare i vostri diversi modelli educativi, le vostre interpretazioni del significato di educare, i vostri bisogni come educatori, la vostra precomprensione di ciò che significa essere padre e madre.
Chiedersi cosa significhi il comportamento dell'altro e chiederne il senso per verificare l'eventuale convergenza, o meno, di interpretazione è importante al fine di potersi orientare nel gioco delle attese reciproche e nell'orientare una relazione soprattutto se educativa.
Anche tra me e lei esiste una relazione, per quanto a distanza, esistono delle aspettative. Davanti alla domanda che mi sono fatta riguardante la natura della richiesta che mi ha portato, ho risposto scegliendo tra una rosa di ipotesi, non potendo avere un riscontro immediato.
Credo di non sbagliarmi però nel cogliere, visto il suo grande impegno nell'essere presente nella quotidianità di suo figlio, una importante disponibilità da parte sua a voler continuare a far crescere suo figlio crescendo anche lei come educatore.
Così sulla base di queste premesse desidero porgerle alcune considerazioni sperando che possano esserle di aiuto, non solo per gestire il problema specifico che ha posto, ma anche, per aprire nuovi orizzonti di riflessione..

Per prima cosa può essere importante chiedersi quali siano le premesse che muovono i nostri pensieri e le nostre azioni.
Ad esempio: cosa sottende in termini di lettura dei meccanismi educativi, in termini di differenziazione dei ruoli auspicare che la mamma del bimbo segua il suo esempio? Riferisce, infatti, che il bambino ha fatto progressi grazie al suo (come padre) approccio e, implicitamente, che potrebbero aumentare, se anche la mamma lo utilizzasse.
Ci sono due considerazioni da fare:

1. A maggiore quantità non corrisponde necessariamente maggiore qualità. Anche la mamma potrebbe utilizzare lo stesso, suo, intervento. Il bambino sarebbe sicuramente stretto in una morsa che potrebbe "tenerlo in piedi" come potrebbe "schiacciarlo". Per questo si tratta di capire quale sia la funzione del comportamento tenuto dalla mamma anche in relazione ai progressi del bambino. Come mai il bambino sia evoluto in modo così significativo nonostante non vi sia una omologazione dei ruoli e dei comportamenti? Qual è il meccanismo che sta alla base di quest'evoluzione?

2. La differenza tra il codice paterno e quello materno rappresentano importanti occasioni per il bambino di ricevere proposte relazionali differenti, basate anche su bisogni che richiedono riposte diversificate, e di provare a offrire proposte relazionali diverse. La complementarietà dei ruoli costringe alla reciproca specificazione, fatica questa a cui è bene non sottrarsi se si desidera scoprire le possibilità interpretative e di agito che apre e che offre. La conoscenza avviene grazie all'esistenza della differenza, conosco il bene perché esiste il male, conosco il concetto di alto perché esiste quello di basso, capisco cosa significa avere un padre perché esiste una madre, so cosa posso chiedere ad una madre perché so cosa posso chiedere ad un padre. Un papà che si assume la responsabilità di esibire e agire il suo codice paterno permette ad una mamma di esibire e agire il suo codice materno, e viceversa? Quanto, cioè, non l'omologazione ma la Differenza permette di rispondere ai bisogni educativi del bambino, che sono interconnessi e mai nettamente separati? Quanto le differenti relazioni rappresentano un limite e quanto occasioni per nuovi e diversi apprendimenti?

A questo punto credo di poterle dare tre consigli:

1. Proponga alla sua ex moglie di condividere con lei l'esperienza di rivolgervi ad un mediatore famigliare, che vi aiuti a trovare degli spazi nella vostra relazione, per dialogare sui bisogni educativi del vostro piccolo. Trovata l'intesa e messa a nudo l'effettivo desiderio reciproco di occuparvi del bambino in quanto suoi educatori rivolgetevi ad un Consulente Pedagogico che vi conduca all'esplorazione dei punti di forza e di debolezza dei vostri diversi modelli educativi. Non si tratta di entrare nel merito dei vostri ruoli e dei vostri agiti in termini di "giusto" o "sbagliato" ma di comprensione di quelli che sono, secondo voi, i bisogni del bambino, le richieste che vi pone, i vostri bisogni di genitori, i motivi per i quali si "agiscono" alcuni comportamenti rispetto ad altri.

2. Se la strada di condividere un'esperienza di consulenza non è percorribile e non è neppure percorribile che entrambi la facciate per conto vostro, perché la sua ex moglie non la ritiene di suo interesse, potrebbe sempre pensare di farsi accompagnare lei stesso da un consulente anche verso la ricomprensione e la gestione di quanto le appare essere inappropriato nei gesti altrui.

3. Se dovesse trovare difficoltà nel parlare alla sua ex moglie di quanto detto sopra potrebbe mostrarle questa consulenza: il testo che mi ha inviato e la risposta che ha ricevuto da me. Giusto per darle la possibilità di verificare che quanto da lei suggerito non arriva da luoghi "compromessi". Inoltre se la sua ex moglie desiderasse chiarimenti, oppure approfondire alcuni aspetti anche di questa consulenza, non avrò problemi a risponderle.

Bene, spero di essere riuscita ad offrirle qualche nuovo ancoraggio per continuare l'avventura dell'educare e per continuare a farlo in ogni tipo di situazione "atmosferica" e con i "diversi compagni" che si trovano lungo la strada.

 


copyright © Educare.it - Anno III, Numero 12, novembre 2003