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  • Categoria: Editoriali

L'educazione ed il distributore di caffè

Che meraviglia tecnologica! Due monete, i pulsanti giusti ed eccolo pronto, il caffè. E dosato a piacere: normale, lungo, ristretto, macchiato, con cioccolata, zuccherato secondo gusto...
Saranno la complessità o le mille incognite con cui quotidianamente facciamo i conti, fatto sta che questa precisione ci affascina e rassicura.
E se l'educazione dei nostri bambini fosse così precisa? Che sollievo credere che un "tot" di sforzi, un adeguato investimento (anche economico) in fatiche fisiche, attenzione, dedizione, acquisti, attività scolastiche e sportivo-ricreativo-artistiche possano produrre buoni risultati: ragazzi bravi, forti, di successo, né troppo "amari" né troppo "dolci".

La "tentazione tecnologica" è forte, una cultura bicentenaria l'alimenta; è subdola, permea ambiti che hanno altra natura, altra ontologia: come l'educazione.
Il linguaggio quotidiano rivela la diffusa convinzione che ogni effetto sia strettamente riconducibile alla causa: rendimento, risultati, obiettivi, performance... Dalla scuola ai luoghi domestici un approccio tecnologico all'educazione si va diffondendo e consolidando.
Gli effetti sono molteplici e spesso disastrosi.
I bambini "difficili" mettono in crisi i genitori, che si chiedono dove hanno sbagliato: forse nel mettere le monete (ho speso troppo poco per avere un buon prodotto) o nell'esecuzione delle "istruzioni": nel distributore del caffè infatti le operazioni vanno sempre compiute in un certo ordine, solo quello è il modo esatto. E' inutile dire che così si alimentano sensi di colpa tanto inutili quanto dannosi.
Anche chi opera professionalmente in ambito educativo, nell'istruzione e nella formazione, è sollecitato a misurare i risultati raggiunti e, sulla base di essi, giudicare la bontà della programmazione e persino della propria competenza.
Ma l'educazione non "funziona" come la macchina del caffè, non vi è certezza del prodotto rispetto a quanto programmato: anzi, la pratica quotidiana ci dimostra come vi sia piuttosto una divaricazione costante tra intenzioni ed esiti, tra obiettivi prefissati e ciò che si raggiunge.
In educazione non esiste una causalità semplice e diretta, troppe sono le condizioni fuori controllo e gli aspetti invisibili.
La metafora tecnologica del distributore del caffè non può descrivere la complessità del processo educativo.


Come per il caffè automatico, però, l'educazione ha un prezzo, pretende le sue "monete".
Non si tratta di un costo fisso, ma variabile: a chi vuol educare è richiesto non un importo preciso ma un'offerta libera (secondo le proprie disponibilità emotivo-affettive-relazionali), mai dimenticando che per quante risorse si mettano in gioco non vi potranno essere "risultati" direttamente proporzionali.
Restiamo ancora un attimo su questo concetto. Agli adulti che si impegnano nell'educazione deve essere concesso di avere, a favore di bambini, ragazzi e adolescenti, una disponibilità di risorse che varia nello svolgersi delle loro biografie personali.
Ma di ciò occorre avere consapevolezza.
Poiché, se può essere vero che la buona educazione non ha costi fissi, esiste probabilmente un "minimo", al di sotto del quale non avviene promozione dell'altro e l'educazione scade nelle sue aberrazioni.
I genitori, gli insegnanti, gli animatori etc. che riescono a definire (per se stessi) quella soglia si liberano dalla tentazione tecnologica di misurarsi sugli esiti dei propri sforzi, trovano nuove energie per far fronte alle difficoltà e si aprono a ciò che di ineffabile (ma fondamentale) vi è nella crescita di ogni uomo.


copyright © Educare.it - Anno I, Numero 10, Settembre 2001