Stop the genocide poster

  • Categoria: Editoriali

Il figlio preferito

Abbiamo negli occhi, talvolta stanchi a dir il vero, le immagini di troppi genitori nelle disperazione e nella sofferenza.
Ci facciamo molte domande e soprattutto vorremmo saper trovare delle risposte adatte ai nostri figli… Essi, lo capiamo bene, per continuare ad avere fiducia nella vita, debbono avere da noi la chiarezza della speranza, che si può riporre efficacemente solo nei valori della tolleranza, del dialogo interetnico, interreligioso e “interpolitico”, della caparbietà di chi, nonostante tutto, lavora per il bene dei più deboli e dimenticati.

Nell’etere viaggiano messaggi, anche consumistici, che però si servono di personaggi (Ghandi) che hanno fatto, nella storia del secolo trascorso, la scuola difficile e affascinante della pace.
Qualcuno con una certa dose di coraggio spende pagine mediatiche per riesumare personaggi della nostra politica del dopoguerra (De Gasperi) che hanno ora connotazioni profetiche: hanno fatto del dialogo e della convinzione del rispetto degli uomini le uniche armi per vincere la battaglia della ricostruzione di un popolo.
In mezzo a questi giorni così intensi, mi imbatto in una piccola parabola persiana, pubblicata da Gianfranco Ravasi su Avvenire (26-9-04) che colpisce profondamente la mia realtà di educatore, ma che mi riporta anche agli ultimi avvenimenti della cronaca.
Un giorno fu chiesto ad un uomo sapiente : “Hai molti figli: qual è il tuo preferito?”
Rispose: “Il figlio che preferisco è il più piccolo finchè non è cresciuto;
è quello assente finchè non ritorna;
è quello malato finchè non guarisce;
è quello in prigione finchè non è liberato;
è quello afflitto e infelice finchè non è consolato.”


Nel ruolo educativo si esplica la realtà quotidiana. Quante volte abbiamo letto, commentato, concluso che l’educazione e l’ambiente in cui vivono i nostri bambini determina la qualità della loro vita futura?
Quante volte abbiamo constatato che proprio la cura dei bambini qualifica una società, il suo progresso?
Ancora non c’è altra via di scampo: è nella capacità di amare, di avere cura, di testimoniare coerentemente la fede nella vita, che costruiamo il futuro della nostra società, dei nostri figli.


Dunque alla domanda di quale figlio potremmo dire di preferire, davvero sentiamo di dover fare questo atto di estrema coerenza: è colui che in quel preciso momento ha la necessità del nostro impegno, della nostra attenzione più qualificata, del nostro tempo strappato magari al giusto riposo, della nostra fatica e della nostra attesa, del nostro perdono, della nostra pazienza e comprensione, del nostro umile consiglio, della nostra testimonianza forse scomoda e contro corrente, dei nostri coraggiosi NO…
Ma non solo: è un figlio non nostro talvolta!
E’ un figlio di questa umanità sofferente che ci coinvolge e così ci sentiamo un po’ genitori di chi sta soffrendo e che diventa un po’ “il preferito” perché comunque portatore di valori indispensabili perché questa globalizzazione viva un cammino nella giustizia.
Non ci siamo sentiti così trepidamente vicini ai genitori dei bambini di Beslan o dell’Iraq, o ai genitori delle nostre due volontarie appena liberate?
E in quali atti si sono tradotti questi sentimenti di paternità globale?
Forse con anche maggiore consapevolezza, in momenti di grande attenzione al mondo dei bambini, degli adolescenti e dei giovani che gridano dialogo e ascolto, non quello lontano e ideale, ma il nostro, quello della quotidianità, che ci impegna fino allo stremo o che ci sfiora appena.
Conclude Ravasi, ricordando una espressione di Mauriac:
“L’amore è il più bello dei miracoli, benché sia anche il più comune”.


copyright © Educare.it - Anno IV, Numero 11, Ottobre 2004