- Categoria: Editoriali
- Scritto da Luciano Pasqualotto
Il mondo possibile dei Media
Ciò che noi conosciamo del mondo è, per lo più, frutto di rappresentazioni.
Senza scomodare i filosofi che hanno ben descritto questo limite gnoseologico degli umani, pensiamo a quanto sono estremamente ridotte le conoscenze che acquisiamo per esperienza diretta.
Si tratta di un processo destinato ad un progressivo impoverimento: ai bambini d'oggi mancano, ad esempio, una serie di esperienze con la natura che invece appartenevano alla quotidianità dei loro genitori.
Così finiamo per conoscere principalmente attraverso delle "finestre" aperte sul mondo, che ci offrono una selezione dell'immensa varietà che ci circonda. Combinando gli elementi raccolti, direttamente ed indirettamente, ciascuno di noi, grande o piccolo, si fa una "propria" rappresentazione della realtà.
Se le "finestre" di ieri erano il racconto dei "grandi", i libri illustrati, le enciclopedie, i giornali, il cinema … oggi la conoscenza (sempre più virtuale) della realtà ci deriva soprattutto dalla TV e da Internet.
Secondo una ricerca che il Censis ha diffuso nei primi giorni di febbraio, il 46% dei bambini europei passerebbe 4 ore davanti alla TV ed un'altra sessantina di minuti tra computer e videogiochi.
Ne prendiamo atto e ci chiediamo: quale idea del mondo ci stiamo formando? Soprattutto, quale selezione del mondo arriva ai nostri bambini attraverso quelle "finestre"?
Recenti fatti di cronaca hanno acceso nuovamente il dibattito: dire o non dire? Mostrare o non mostrare? A mio avviso, non si tratta di nascondere le bruttezze del mondo, ma certo non si può far vedere solo quelle !
La semplificazione è ingiusta, me ne rendo conto, perché nei media c'è dell'altro.
Prendiamo un TG nazionale: oltre ai fatti di cronaca nera, si tratta di politica e … di costume, spettacolo, sport. Ma è ancora un "mondo possibile" parziale, persino fittizio quando ostenta il potere, la ricchezza sfacciata, la bellezza irraggiungibile, il successo clamoroso.
E' un problema di quantità, di proporzioni: nel mondo raccontato dai media, la vita ordinaria ed i temi "costruttivi", quelli che evocano buoni sentimenti ed esaltano i valori, sono marginali. Paradossalmente finiscono per essere più rappresentati nelle trame dei cartoons, che sono un altro mondo possibile, seppur poco verosimile.
E' anche un problema di qualità di ciò che i mass media mostrano. Sono del parere che ogni volta che veniamo esposti a qualcosa, di valenza negativa, che è lontano dalla nostra sensibilità subiamo una violenza.
A bambini e ragazzi possono "fare violenza" sia le réclame scabrose, sia i fatti di cronaca.
Sono spesso bambini "violentati" quelli che fin dalle scuole elementari guardano alla sessualità con curiosità morbosa, coloro che hanno paura di uscire di casa senza i genitori, che guardano gli immigrati con sospetto e pregiudizio ...
Lo ripeto, a scanso di equivoci: non si tratta di nascondere o mistificare una realtà che esiste, ma di trovare il modo appropriato di raccontarla.
Il codice usato può essere ciò che fa la differenza. Se l'immagine (la foto, il filmato) è esplicita ed immediata anche per i più piccoli, codici più astratti (come la lingua stessa) hanno bisogno della mediazione degli adulti per poter essere compresi.
Dire dunque, ma mostrare con cautela, lasciando a papà e mamma il compito di spiegare, con le parole che ritengono più appropriate, che un bambino di tre anni è stato ucciso mentre si stava svegliando nel suo lettino e che una ragazzina adolescente si è fatta saltare in aria nel nome di un dio.
Mentre con forza chiediamo ai media di mostrarci in modo più "calibrato" e rispettoso la realtà che non conosciamo, nessuno ci solleva dalla responsabilità - tutta educativa - di aprire autonomamente, per la nostra gioventù, altre finestre su un mondo buono ed altrettanto possibile, che invogli a crescere, che alimenti l'impegno e sorregga la speranza

