- Categoria: Editoriali
- Scritto da Luciano Pasqualotto
Lo stereotipo e lo straordinario
C’è un breve ma prezioso tempo della vita in cui il futuro è rappresentato come apertura, possibilità di essere e di fare. Allora si riesce ad avvertire il richiamo di una biografia originale, il desiderio di sperimentarsi in percorsi personali e professionali che non siano prevedibili, persino rinunciando (almeno a parole) ad alcune sicurezze.
Con il passare degli anni questo anelito molto spesso finisce fagocitato dalle necessità quotidiane, dentro ruoli standard e stereotipati. Questo è il problema: viviamo secondo copioni ridotti, è limitato il modo di immaginare e, quindi, di interpretare le nostre esistenze.
A nostro avviso è una questione culturale prima, educativa poi.
E’ la cultura, nella sua dimensione macrosistemica e collettiva, a fornire le rappresentazioni di come sia possibile vivere. Si tratta di una funzione “normativa”, nel senso che offre dei riferimenti piuttosto cogenti su ciò che è possibile e ciò che non lo è, sul tipico e l’atipico, finanche su ciò che è considerato “nella norma” o a-normale.
Vi sarebbe una sorta di “catalogo esistenziale”, costruito con il grande concorso dei mass-media, che definisce i modelli di vita che ciascuno può incarnare; una gamma ridotta di possibilità di vita che riguardano la totalità degli habitus: i ruoli personali, come quelli di marito/moglie, padre/madre; i ruoli lavorativi e professionali; i ruoli sociali, relativi alle reti amicali ed alla vita extralavorativa.
Nelle società fondate sul primato della libertà individuale si finisce, paradossalmente, per fare esistenze molto uguali, oggi standardizzate attorno ai paradigmi del ”poter divertirsi e spendere”.
Ma di tanto in tanto succede qualcosa che ci ricorda quei bisogni profondi di senso che non trovano rappresentazione nell’immaginario collettivo. Migliaia di persone si mobilitano per la liberazione delle donne di pace in Iraq, molte altre accorrono alla salma dello sconosciuto uomo di stato ucciso per proteggere l’ostaggio. Ciò che le chiama va oltre la cronaca, è la nostalgia per un’esistenza (ed una morte) straordinaria, punteggiata da virtù eroiche. La stessa commozione del mondo cristiano nei confronti del vecchio Papa malato e menomato nel fisico può essere letta oltre l’emozione di un momento.
E’ forse il bisogno di extra-ordinario ad essere evocato, quello che è inscritto nell’unicità della nostra vita e nel motivo fondamentale per cui siamo al mondo.
Una straordinarietà negata dalla tipicità sociale, che reclama però attenzione e cittadinanza.
Può essere questa una chiave di lettura dell’apatia di ragazzi ed adolescenti, che vivono ancorati al presente proprio perché le prospettive di futuro che vengono offerte non solleticano la loro personalissima vocazione?
Una analoga spiegazione può essere spesa di fronte alle così comuni crisi delle età di mezzo, tempo in cui emergono sentimenti diffusi di insoddisfazione rispetto al vivere quotidiano e si fa forte il desiderio di cambiare e di evadere. Protrebbe essere un anelito a “qualcos’altro”, il richiamo di un un bisogno profondo di senso rimasto a lungo disatteso?
Se così fosse, il problema diviene anche pedagogico.
Nell’educazione dei bambini va posta attenzione per cogliere le particolari inclinazioni del carattere fin dalla prima infanzia. E’ necessario alimentare instancabilmente nei nostri adolescenti le fantasie ed i sogni: ad esempio a 14 anni, quando si sceglie la scuola superiore, deve essere permesso l’immaginarsi paleontologi o esploratori, anche per coloro che partono da condizioni di svantaggio.
James Hillman suggerisce la frequentazione di tipi eccentrici, personificazioni viventi dello “straordinario”, di persone in carne e ossa la cui vita assomigli a un romanzo, il cui comportamento, modo di parlare e di vestire apporti una ventata di novità negli stereotipi del quotidiano. Anche nella vita famigliare è bene offrirsi la possibilità di stringere relazioni che oltrepassino l'orizzonte consueto.
E’ per queste vie che bambini e ragazzi imparano a riconoscere lo specifico destino che è loro riservato, a volte eroico, molto più spesso semplice, ma in ogni caso in grado di appagare il bisogno di senso che accompagna l’esistenza.

