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Madri e lavoratrici
"Vediamo… quale mestiere fa la tua mamma?" chiede la maestra a scuola.
Rispondono i bambini, solitamente con un po’ di emozione e di orgoglio:
"La mia lavora in fabbrica."
"La mia mamma lavora al supermercato."
"La mia fa la dottoressa."
"La mia mamma non lavora. Fa la mamma e lavora in casa."
Ecco, appunto. Tutte le madri lavorano. Ma come?
Quali sensazioni, quali emozioni, abbracciano questo mondo trepido ed eterogeneo?
Madri rilassate, perché in grado di gestire la fatica quotidiana con qualche aiuto adeguato e intelligente.
Madri affaticate dall’eterna corsa contro le ore che volano su quadranti inflessibili.
Madri realizzate nella loro attività lavorativa extra-domestica, che permette loro di arricchire la famiglia anche di esperienze e di valori.
Madri frustrate per un lavoro tiranno che, soffocando la creatività e l’autostima, lascia quel sapore acido di un tempo davvero rubato ad una famiglia.
Madri che possono e decidono serenamente di non occuparsi fuori casa, perfettamente realizzate e aperte alla società e ai suoi bisogni.
Madri che desiderano poter contribuire alla gestione della famiglia, ma sono impossibilitate a farlo perché non sono in grado di rendere spendibile sul mercato la loro disponibilità.
Madri che guardano con apprensione al distacco quotidiano dai figli e sperano che scorra il tempo del lavoro per rassicurarli ed assorbire i disagi di un affido insoddisfacente.
Madri che, grate della sensibilità di chi le sostituisce, al ritorno a casa, riprendono la storia interrotta, riaprono la casetta dei segreti infantili e si tuffano ancora nella piccola avventura quotidiana di rendere i figli protagonisti della loro graduale, inesorabile crescita.
E poi… madri che sono anche padri, nello stesso tempo, che curano l’immagine del padre che c’era con attenzione affettuosa e così l’assimilano i figli, che poi le saranno grati per quel rimandare una positiva figura di autorevolezza.
E ancora… Madri che sostengono tutta la realtà familiare con la costanza e la tenacia degne dell’ "Arte di amare", spesso senza il supporto attivo della figura maschile.
Madri a cui invece è sconosciuto il coraggio di ricominciare ogni giorno, a lavorare su quel dono della famiglia, così impegnativo, ma entusiasmante… Madri a cui nessuno ha comunicato quel fascino, paragonato da Fromm a quello dell’apprendista liutaio, che caparbiamente lavora al suo strumento, ricominciando da ogni sbaglio, con la certezza di contribuire al perpetuarsi della bellezza e della perfezione musicale.
Madri che accolgono una nuova vita, come la terra accoglie la rugiada e se ne nutre, diventando feconda.
Madri tradite che invece, messe di fronte alla nuova esistenza, non riescono a scorgere il bagliore dell’infinito ch’essa porta con sé, ma solo il buio della solitudine e dell’amarezza che le sconvolge e le deruba di quel sorriso e di quella carezza che poi mancherà loro per sempre.
Donne, queste madri, alla ricerca di un luogo, di un tempo, per accompagnare, per sostenere, per fantasticare, per crescere e per difendere l’uomo di domani, per renderlo libero e capace di amore, libero e capace di coerenza e di dedizione.
Vogliamo permettere a queste donne di lavorare proficuamente in questa società, senza dover barattare il loro ruolo con il compito essenziale di essere madri?
Tempi e modalità di impiego lavorativo più consoni alla società, che al centro metta l’uomo, potranno essere efficaci misure preventive del disagio infantile o della devianza giovanile, accanto ad una solidarietà responsabile e sollecita dei padri.
Mi pare di cogliere, su questo tema, segnali di allarme sempre più diffusi, ma anche sempre più ignorati…
…E intanto questi figli crescono.

