- Categoria: Editoriali
- Scritto da Gianmario Fiorin
Non fare il bambino!
"Non fare il bambino!" sbotta un cresciuto Peter Pan verso il figlio che lancia la palla contro l'oblò dell'aereo. La risposta non si fa attendere, nella sua ovvietà: "ma papà, io sono un bambino!".
La scena è quella di un film famoso, ma così simile a tanti episodi quotidiani.
"Non fare il bambino!" è infatti una frase che spesso riecheggia tra i rimproveri dei genitori, rivolti a bambini cui si chiede di recitare un comportamento da adulti in miniatura.
Il problema di fondo, a mio avviso, è la negazione di "un'identità infantile", di un tempo di vita che è diverso da quello adulto ma con pari dignità.
I bambini sono desiderati, ma spesso come "oggetti" di massimo desiderio, programmati quindi solo dopo aver raggiunto l'affermazione professionale, un posizione sociale, un certo livello di benessere… Proprio come si programma un acquisto importante!?
Eppure la nostra è una società che sembra aver posto il bambino al centro della sua attenzione, che si stupisce e si indigna tutte le volte che aleggia lo spettro della violenza e del sopruso.
Ma quell'infanzia massmediatica non è reale: il bimbo dalle "tre B" (bello buono bravo) è falso, o quantomeno idealizzato; un bambino "in candeggina", sempre pulito; un bambino "oggetto", alla mercé dei bisogni, non sempre consapevoli, degli stessi genitori sul quali essi proiettano le proprie attese o aspirazioni.
"Non fare il bambino!" è l'esclamazione che riflette quella cultura sull'infanzia, carica di affettività ma minata da un eccesso di narcisismo.
Le esigenze più naturali del bambino, in molti casi, finiscono così per essere negate, violate a favore di una dimensione materialistica dove ciò che conta è il possesso di "cose", poco importa se utili, inutili o inutilizzabili: ne sono prova le montagne di giochi che si accavallano nelle camere da letto dei nostri figli e nelle soffitte.
Dal nulla al troppo. E' come se da una modalità educativa rigida ed autoritaria, si fosse passati ad un permissivismo dove la regola sembra essere diventata il "dare" e dove ogni richiesta deve essere immediatamente soddisfatta. L’attesa, l’immaginazione, il desiderio, la speranza di avere, ma anche la consapevolezza che non tutto può essere posseduto, sembrano quasi non fare più parte del tempo dell'infanzia in nome del "non bisogna che si senta diverso (o inferiore) dagli altri". Come se l’inferiorità o la diversità potessero essere identificate con una appropriazione o una mancanza di un oggetto.
Relazioni materiali, dunque, alimentate da richieste che crescono proporzionalmente nella misura in cui i bisogni immateriali – affettivi, emotivi, di vicinanza, di ascolto, di contatto, di consolazione - rimangono disattesi e quindi insoddisfatti.
"Non fare il bambino!" rimprovera l'adulto globalizzato della società ricca ed opulenta, mentre una povertà relazionale serpeggia tra le sue case, evocata da modi di vita sempre più centrati sul fare e sull’esteriorità dell’essere.
I "mostri" prodotti da queste povertà sono sotto gli occhi di tutti: le violenze fisiche e psicologiche a danno di bambini sempre più piccoli, l'aumento di disturbi psicosomatici e persino psichici in età precoce.
E non serve puntare l'indice accusatore sui genitori: famiglia, scuola, extrascuola sono tutti spazi vitali di sviluppo, che devono integrarsi e interagire dinamicamente tra di loro, per accogliere e sostenere ciascun bambino nella sua globalità. A cominciare dalle dimensioni più prettamente infantili.
"Fai il bambino!", dunque. "Gioca!", perché proprio il gioco può essere lo spazio ed il tempo della gratuità, della vitalità, della fantasia, della creatività, della cooperazione, della sperimentazione e della conoscenza del mondo.
"Senza mentire, racconta te stesso: fai il bambino!".

