- Categoria: Editoriali
- Scritto da Luciano Pasqualotto
Nostalgie
Sentimento un po’ desueto, la nostalgia. A differenza del rimpianto, è riferita a qulche cosa che si sente di aver perduto, seppur non irrimediabilmente.
L’etimologia greca del termine richiama “l’andare a casa”, ma sappiamo che casa può essere tanto un luogo d’origine quanto una destinazione, un posto fisico o, in senso psicologico, “il riparo dell’anima”.
Allora, in questo tempo di fine d’anno, favoriti dal clima di intimità proprio delle festività natalizie, ci lasciamo andare ad alcune nostalgie.
La prima nostalgia è dedicata al padre, o meglio all’archetipo del padre. I modelli attuali di impersonificazione del ruolo genitoriale maschile sembrano segnare il passo: smaltita l’euforia dei buoni sentimenti che insorgono dall’essere presenti e utili in famiglia, i “papà addomesticati” si ritrovano frustrati ed insoddisfatti. Hanno rinunciato ad una “funzione paterna”, per dirla con Charmet, per ripiegare su ruoli materni che sono impropri e persino diseducativi. E’ una analisi impopolare, ma non isolata: anche l’ultimo libro di Claudio Risè - per citate un personaggio della ribalta mass-mediatica - si sviluppa in questa direzione.
La funzione archetipica del padre è piuttosto l’essere rivolto “all’oltre”. La famiglia, i figli hanno bisogno di un papà (o comunque di una figura paterna) che apra all’altrove fisico, psicologico, spirituale. Altrimenti si rischia di crescere con una visione del mondo autorefenziale, limitata e limitante.
Fino ai nostri nonni, cioè per le generazioni maschili che sono nate tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, essere padri spesso significava partire: a cercare fortuna, a servire la Patria …
Li spingeva un’inquietudine o una necessità. Il “padre presente” dei nostri tempi agisce quell’inquietudine dentro la famiglia, spesso sostituendo “l’oltre” con il “di più”, talvolta lasciandosi andare a comportamenti patologici e devianti.
Abbiamo nostalgia per il “padre assente” di cui scrive Hillman, che non è certo quello “lavorodipendente” ma colui che trova il suo valore e la sua funzione educativa fondamentale nell’aprire la propria famiglia al mondo.
Abbiamo nostalgia anche per i Sì ed i No senza ma e senza se. E’ sbagliato rubare, corrompere, dire il falso? Abbiamo bisogno di poter dire Sì senza condizioni e senza attenuanti. Siamo stanchi di questa morale relativa che pervade le cronache, travolgendo le nostre coscienze televisivo-dipendenti. Com’è possibile educare i nostri figli con il dipende: dipende se ti scoprono, e se comunque ti scoprono dipende da quanto tempo è passato … Abbiamo bisogno di poter dire che la guerra è sempre sbagliata, che un’aggressione unilaterale è sempre un’aggressione, anche se è compiuta con l’invocazione (blasfema) di Dio. Abbiamo nostalgia del tempo in cui la morte di una persona avrà la stessa considerazione e lo stesso dolore: italiano o straniero, soldato o civile, mercenario o prete, clandestino o avvocato.
Infine abbiamo nostalgia di altri valori che non siano quelli del profitto. Per danaro si vende la rispettabilità e l’onore, si uccide il prossimo ed il lontano, si inquina l’aria e si avvelena la terra. Sempre di più, ad ogni costo, con una fame che non è mai sazia … Abbiamo nostalgia della gratuità, dei gesti di ospitalità e di condivisione, della solidarietà … di tutto ciò che ci fa riscoprire la dignità di essere uomini, meritevoli della ricca vita di ogni giorno.
Con queste nostalgie vi auguriamo Buon Natale, di cuore.

