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  • Categoria: Editoriali

Per una nuova "Pedagogia dell'educazione"

L’attuale ordinamento universitario prevede per coloro che sono interessati ai problemi dell’educazione, uno specifico corso di studi denominato "Scienze dell’Educazione".
Nel passato si chiamava "Pedagogia", un corso di studi che si componeva di discipline diverse ma sotto una regia pedagogica: insieme concorrevano a generare una professionalità specifica, ovvero l’esperto dell’educazione dell’uomo.

Oggi tale figura professionale risulta essersi sbiadita proprio a partire dall’impostazione del nuovo corso di laurea; anziché avere elevato il livello di scientificità di chi è chiamato dalla società ad occuparsi dei problemi dell’educazione ha generato una figura professionale ibrida. Il laureato in Scienze dell’Educazione si configura come educatore sociologizzato, o psicologizzato, o antropologizzato, a seconda del peso che sociologia, psicologia, antropologia o altre scienze hanno nella costruzione dell’offerta formativa.
Insomma, il progetto culturale con cui si voleva costruire una nuova figura di esperto dei problemi dell’educazione - alla cui formazione avrebbero dovuto concorrere scienze diverse - sembra essere fallito.
Faccio osservare ai lettori che questa operazione di "modernizzazione" è stata riservata solo al corso di laurea in Pedagogia. Come è noto, esistono ancora intatti ed integri i corsi di laurea in Sociologia, in Psicologia, in Antropologia, come pure quelli di Lettere o Filosofia.
L’operazione culturale che avrebbe dovuto far nascere una nuova e più evoluta professionalità di "scienziato dell’educazione", nei fatti, è servita a smantellare solo il corso di laurea in Pedagogia ed a vantaggio di tutti tranne che della pedagogia stessa.
Rimane da chiarire come mai tale progetto sia così miseramente fallito. Le cause sono sia interne che esterne al sapere pedagogico. Quelle interne sono da ricondurre al fatto che la pedagogia, a differenza di altre discipline, non è riuscita ad affermarsi come "sapere scientifico". Tra le cause esterne si rileva che i saperi delle discipline "affini", poiché non hanno come oggetto proprio l’educazione, arrivano disaggregati agli studenti di scienze dell’educazione, sia epistemologicamente che metodologicamente, ingenerando confusione. Più che "saperi al servizio dell’educatore", sono "saperi dell’educazione" rivolti a coloro che, da psicologi, sociologi, antropologi o da altri punti di vista studiano i problemi connessi all’educazione.
La ricaduta di tale fraintendimento sulla formazione dei professionisti dell’educazione diviene disastrosa. Al termine del corso di studi o una volta assunti in qualità di educatori, essi si chiedono in cosa consista la loro professionalità, specialmente in relazione ad altre con cui si trovano a collaborare sul piano dell’operatività.
Infatti succede che, se ad esempio dimostrano di possedere buone conoscenze psicologiche (visti i tanti corsi di psicologia frequentati), e quindi avanzano qualche ipotesi di tal natura, siano richiamati dai colleghi psicologi, i quali, risentiti di tale invasione di campo, intimano loro di non fare gli psicologi; così pure avviene con professionisti di altre discipline. E se poi, nel tentativo di dare un qualche spessore di significato al proprio ruolo, gli "scienziati dell’educazione" cercano di esercitare un sapere pedagogico, si accorgono aver ottenuto dal corso di studi appena concluso nemmeno quel minimo di pedagogia necessario per capire in cosa consista fare l’educatore.


Il titolo di questo editoriale vuol portare all’attenzione del lettore la necessità di restituire al sapere pedagogico la cura della formazione dell’educatore e alla pedagogia il problema della costruzione della scientificità del proprio sapere. Diversamente, la formazione dell’educatore e il sapere della pedagogia divengono oggetti di "conquista" delle altre scienze, le quali finiscono per replicare nel sapere che offrono all’educatore ciò che del loro punto di vista è pregio e limite.
Tale problema, che può sembrare squisaitamente "accademico" ma che ha invece fortissime valenze operative, richiede soluzioni urgenti: mai come oggi, infatti, la società chiede interventi educativi per affrontare i problemi che l’affliggono, che sono spesso identificati come carenze in ordine alla crescita personale, sociale, civile, culturale, tecnica … dell’uomo.
Franco Larocca, nel suo recente volume dal titolo "Azione mirata" (pubblicato dalla casa editrice milanese FrancoAngeli), cerca di mettere ordine attorno a questi problemi. Dopo aver spiegato che cosa è e come si costruisce l’azione educativa, l’autore illustra in che modo il sapere pedagogico debba riappropriarsi del proprio oggetto di studio, cioè l’educazione, sia nei termini di una ripresa epistemologica del ruolo della pedagogia nel panorama delle scienze umane, che per quelli riguardanti la costruzione di tale sapere per la pratica educativa.
Secondo Larocca, lo specifico della ricerca pedagogica consiste nell’aver individuato nel sapere perché e come l’azione educativa concorre a generare quegli incrementi di sviluppo umano di cui, da sole, le altre scienze non riescono a dar ragione.
L’uomo è un essere in divenire in virtù di fattori di natura biofisica, come l’invecchiamento, e di fattori culturali, come i condizionamenti. Il dato del divenire dell’essere umano è qualcosa che s’impone ad ogni forma di esame della realtà. Ed è dentro la logica di questo divenire, continuo mutamento, che si inscrive il senso e il fine dell’azione educativa. Ad essa, infatti, il compito di generare ciò che la natura o i processi di socializzazione, da soli, non riescono a causare.
E’ soltanto l’educazione che può apportare nell’essere umano quell’ulteriorità che, se accolta, genera sviluppo e realizzazione umana.
Saper costruire azioni educative mirate è dunque la condizione necessaria della professionalità dell’educatore. Ed è proprio sul sapere dell’azione che educa che la pedagogia deve ritornare ad essere, per l’appunto, pedagogia dell’educazione.


copyright © Educare.it - Anno IV, Numero 5, Aprile 2004