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  • Categoria: Editoriali

E' tempo di prendere posizione

Alcuni anni fa, Paul Watzslawick e i suoi collaboratori della Scuola di Palo Alto codificarono un fenomeno di cui tutti abbiamo esperienza quotidiana: non si può non comunicare.
La comunicazione, si dice, è un comportamento ed in quanto tale sempre presente.
Proviamo ora ad affermare lo stesso assunto per l'educazione. Le frasi, i gesti, gli atteggiamenti, le azioni che avvengono entro una relazione hanno una valenza che, in senso lato, possiamo definire educativa. Una rilevanza che va cercata anche tra le parole che si sarebbero potute dire ma che non sono state dette e le azioni non agite.

Facciamo qualche esempio. Una ragazzina di seconda media si presenta a scuola con una vistosa minigonna, un altro alunno usa un linguaggio fortemente scurrile. Ora gli insegnanti possono prendere posizione o non fare nulla: in entrambi i casi mandano un messaggio "educativo", di approvazione o di disapprovazione. Vediamo una situazione diversa: un bambino interrompe di continuo gli adulti che conversano tra loro. Sia che lo si zittisca o che gli si presti attenzione, si offre una risposta che finisce per essere "educativa".
In definitiva non è possibile non educare. Il lasciar correre, lasciar fare, chiudere gli occhi hanno un potere formativo (cioè capace di "dare forma") come il dire dei "si" o dei "no", dare delle regole o dei limiti.
Ma come assumiamo questa o quella posizione?
Gli studiosi affermano che ogni persona orienta e valuta il proprio comportamento e quello degli altri in base ad una prospettiva di riferimento: le "cose" possono essere, devono essere in un certo modo. Tale prospettiva è stata definita dai vari autori come "teoria hominis", "antropologia filosofica" ecc.
Si tratta in tutti i casi di un riferimento valoriale, seppur non necessariamente assoluto, che giustifica ogni pratica educativa, anche quella del silenzio e dell'astensione.
Perciò l'educazione è, per sua natura, continua scelta e presa di posizione, anche quando sembra non prenderne alcuna.


E' pur vero che le donne e gli uomini possono comportarsi (e relazionarsi) in modo non coerente, a-morale (privo, cioè, di giustificazione etica), ma questo li mette nella condizione di non poter aiutare affatto chi sta crescendo. L'educazione è tale quando muove da una intenzionalità, fosse anche minima o discutibile.
Non esiste, quindi, una educazione neutra. Ci sono però degli educatori, naturali o di professione, che non prendono posizione per pigrizia, per un pervasivo senso di ineluttabilità, per paura dei conflitti.
Invece i tempi ci chiamano a rinverdire i nostri riferimenti valoriali, qualsiasi essi siano, e ad assumerne posizione coerente.
La guerra e la violenza come soluzione delle controversie, il divario tra il Nord ed il Sud del mondo, le intolleranze e gli assolutismi, lo sfruttamento selvaggio del pianeta, la mercificazione dell'infanzia … ci interpellano, in maniera forte.
E' ora di dire in modo chiaro i nostri "no" ed i nostri "si", di spiegarli ai nostri figli, agli studenti, ai colleghi.
In educazione, la neutralità non è possibile.


copyright © Educare.it - Anno III, Numero 4, Marzo 2003