- Categoria: Editoriali
- Scritto da Luciano Pasqualotto
Regole o briglie? La fatica di vivere la scuola
La grande macchina si mette in moto, riprende l’anno scolastico. Tanto si parla di riforma, di fondi, di graduatorie, di caro libri… In mezzo a tali macro-questioni rischia di passare pressoché inosservato un problema concreto e ben presente agli adulti che lavorano a scuola: l’istruzione si sviluppa (o inviluppa) tra regolamenti e norme.
E’ persino una questione più generale, noi tutti viviamo in una cultura delle regole cui facciamo continuamente appello per garantirci reciprocamente legalità e sicurezza.
Norme spesso complicate, alle quali pensiamo con pesantezza. Cosa succede se un bambino, mentre è a scuola, si fa del male o, più o meno deliberatamente, fa del male ad un suo compagno?
Mese dopo mese sono scomparsi gli interstizi di ambiguità, quelli che lasciavano interpretazioni dubbie e sfumavano le responsabilità. Sparisce il valore della buona fede e della comprensione, la legalità prevale sulla coscienza e persino sul buon senso.
Anche in questo stiamo somigliando sempre più agli americani. Prima le leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, poi i protocolli sull’igiene, quindi le norme antincendio ed i piani di evacuazione … Tutte cose necessarie, per carità, ma proprio per questo si fa più forte la contraddizione.
Con nostalgia mi capita di pensare al maestro che ci portava in bicicletta a fare lezione in campagna, senza alcuna approvazione del collegio docenti, senza polizze assicurative e 28 autorizzazioni dei genitori.
Oggi tutto è regolato, le responsabilità sono chiarite, è possibile trovare chi ha sbagliato e che quindi deve pagare, sempre sul piano civile, talvolta anche su quello penale.
Si sta andando, forse senza accorgercene, verso una "ipertrofia" della legalità: in ambito sanitario, per fare un esempio, si verificano casi in cui le compagnie si rifiutano di stipulare contratti d'assicurazione poiché i rischi sono troppo alti. Oppure accettano di farlo a costi stratosferici.
Questa catena delle responsabilità è ben presente a chi lavora con i minori. Si diffonde la paura di che qualcuno ti possa sparare addosso le tue responsabilità di educatore (o di genitore); è una sensazione affatto piacevole, neppure al riparo di una polizza R.C.
D’altra parte, applicando alla lettera i protocolli, si finisce per dover costringere sul banco i bambini anche durante la ricreazione; o si vieta loro di giocare a rincorrersi o a palla durante la pausa mensa. Possiamo continuare: "l’allontanamento dalla classe per andare in bagno è possibile solo se accompagnati dal personale ausiliario". "E’ fatto divieto di portare a scuola alimenti fatti in casa in occasioni di festicciole e compleanni". "E’ proibito l’uso di materiali che potrebbero innescare reazioni allergiche (come le farine)". "E’ interdetto l’uso della palestra finché non verrà sostituito il pavimento esistente con uno che sia certificato come antiscivolo". "La sala lettura rimarrà chiusa a tempo indeterminato, fintantoché non saranno trovate le risorse per sostituire tendaggi ed arredi con materiale ignifugo"…
Del resto le norme vanno rispettate ed è cattiva abitudine trasgredirle aspettando il prossimo condono. Così il Ministero si tutela, gli Uffici Scolastici Regionali pure. Nell’organismo dell’istruzione il Dirigente scolastico rappresenta un ganglio determinante: se opta a sua volta per una gestione legalistica, tutela se stesso ma "imbriglia" la scuola, limita l’innovazione e la creatività degli insegnanti. A meno che questi ultimi non decidano di rischiare in proprio, disattendendo a circolari e protocolli.
Alla fine, sull’ultimo anello si scarica ciò che non è stato trattenuto nella catena delle responsabilità. Alla fine, nella scuola, pagano i bambini (e quei docenti di indole poco avvezza alle convenzioni), per quelle norme con cui si cerca di regolare ogni spazio di vita sociale, esorcizzando lo spettro incombente di un’incriminazione giudiziaria.
All’inizio di un nuovo anno, auguriamo dunque alla scuola il coraggio di lasciar andare le "briglie" tutte le volte che è possibile; alle donne ed agli uomini che fanno la scuola, una sempreverde consapevolezza della necessità di insegnare con innovazione ed ardore. Ai genitori la capacità di comprendere che il servizio che viene offerto ai loro figli richiede continuamente un essenziale esercizio del cuore che nessuna norma può garantire e che è, in sé, profondamente degno di considerazione e rispetto.

