- Categoria: Editoriali
- Scritto da Luciano Pasqualotto
Il ritorno del padre
La “festa del papà” che ricorre a marzo offre l’occasione per tornare a riflettere sul ruolo genitoriale maschile.
Pubblicazioni, dibattiti, blog puntano ad un'unica direzione: sembra che sia concluso il tempo del “mammo”, casalingo ed addomesticato, o del padre “amico” impegnato ad assomigliare nell’abbigliamento e nei gusti sempre più ai propri figli.
Oggi non solo bambini e ragazzi, ma la famiglia intera, persino la società, hanno bisogno di una figura paterna forte, con una propria identità e capace di interpretare il proprio ruolo oltre le mura di casa.
“Viva il papà assente!”, si potrebbe acclamare provocatoriamente, per dipingere una delle funzioni richieste oggi ai padri. Non è certo l’esaltazione dell’assenza per “dipendenza da lavoro”: è piuttosto il recupero della funzione archetipica del padre, che è quella di essere rivolto all’altrove fisico, psicologico, spirituale. I papà devono essere aiutati a svolgere quel compito educativo fondamentale che consiste nell’aprire la propria famiglia in termini comunitari e solidali, altrimenti i figli rischiano di crescere con una visione del mondo autorefenziale, limitata e limitante. Il padre ha una “funzione ponte” tra il figlio e la società: a lui è consegnata la responsabilità di insegnare quell'amore di sé che si esprime nella responsabilità individuale e nella cura degli altri.
Claudio Risè ascrive ai padri anche il ruolo del “terzo polo” nel triangolo familiare, l’elemento maschile che favorisce il distacco del bambino dalla madre, proiettandolo verso il mondo.
Solo in questo modo i figli elaborano una identità separata da quella dei genitori che possono investire affettivamente su altre persone. Senza questa rottura i giovani non riescono a sviluppare una vita autonoma e tendono a permanere all’infinito all'interno del guscio protettivo della famiglia.
«Il ruolo del padre» osserva ancora lo psicoanalista «è quello di iniziare il figlio alla vita, di fargli da ponte verso la società, soprattutto a partire dai 7-8 anni, indicando attraverso i suoi comportamenti le norme e i limiti, sostenendolo nelle prove che deve affrontare, a cominciare dalla scuola».
Ancora ai padri tocca il compito importante di insegnare ai figli di mettere a fuoco un obiettivo per cui impegnarsi, lottare, allenandosi nella presa di distanza e anche nel fallimento, nella caduta, da cui le madri proteggono per mestiere.
Insomma un ruolo preciso, diverso e complementare a quello materno. Senza cadere in rigide classificazioni sessiste, si sostiene che alle mamme competono prevalenti funzioni affettive, di integrazione e di contenimento (tener dentro), mentre i papà operano per “portar fuori”, per differenziare, per (de)limitare, per far apprendere quel principio di autorità che - come indica l’etimologia - sembra più che mai necessario per crescere bene.
In questo senso, “l’obbedienza al padre” è la matrice di tutte le forme di disciplina: a scuola e nella vita civile. Durante la prima adolescenza, il confronto con il divieto, con la norma paterna, il giovane che sta costruendo la propria personalità si addestra al confronto adulto: o fa propria la norma oppure la rifiuta, ma per definire un proprio orientamento etico.
I “figli senza padri”, in senso psicologico, rischiano di crescere ansiosi ed indifferenti, egoisti ed egocentrici, senza obiettivi concreti da perseguire e con una volontà debole nel perseguirli.
I “papà addomesticati”, smaltita l’euforia dei buoni sentimenti che insorgono dall’essere così simili e vicini alla mamma, si ritrovano frustrati ed insoddisfatti; talvolta scaricano l’inquietudine dentro la famiglia, diventano impazienti, incapaci di mitezza ed incoraggiamento, persino violenti; oppure sostituiscono l’anelito all’“oltre” con il “di più”: più cose, più sport, più ossessioni…
Celebriamo dunque il ritorno del padre, questa ritrovata consapevolezza della sua identità e del suo ruolo educativo nella famiglia e nella società.

