- Categoria: Editoriali
- Scritto da Luciano Pasqualotto
Ritorno agli invisibili
Siamo tutti figli di una cultura razionalista e positivista. Un orientamento del pensiero comune e delle scienze che ha prodotto grandi progressi, tra scoperte e tecnologie, ma che ha negato tutto ciò che non è riuscita a spiegare, analizzare, dimostrare, classificare.
Proprio perché si tratta di un pensiero forte e vincente, ha finito per attrarre, azzerandoli, i presupposti su cui sono nate e cresciute le scienze umane.
La psicologia "ufficiale" finisce così per assomigliare ad una scienza delle misurazione, che ha nella certezza delle statistiche e delle classificazioni ufficiali (DSM-IV, ICD-10, ICF …) la propria forza. Oppure a quella psichiatria che riduce tutti gli eventi mentali alla biologia.
La pedagogia, nella storia già ambiguamente oscillante tra filosofia e comune buon senso, ha preferito spesso avvicinarsi alla psicologia evolutiva. Nel linguaggio degli scienziati dell'educazione compaiono così i "compiti dello sviluppo", "le sindromi", "i meccanismi di difesa", "il legame di attaccamento" e "le ansie da separazione", "l'autostima", il "locus of control"; sono invece spariti concetti incommensurabili come "carattere", "vocazione" e "destino", "anima" e "voce del cuore".
La cultura razionalista oggi riceve nuova linfa dalla scoperta del genoma umano, entro il quale si stanno cercando le spiegazioni non solo delle nostre "anomalie di funzionamento", ma delle stesse differenze individuali. La psiche viene ridotta alla sua localizzazione genica, la persona umana alla combinazione dei suoi cromosomi. E tutto ciò che non è comprensibile attraverso questa prospettiva viene attribuito all'apprendimento. Sparisce, in molta pedagogia ufficiale, la tensione dell'u-topia, che sostanzialmente è che il desiderio di un'ulteriorità che trascende ogni quotidiano.
Nella nostra civiltà, l'educazione sta soffocando nel tecnicismo, nello psicologismo, nella psicometria: in famiglia, a scuola e in molte comunità educative.
Il dramma è che gli educatori si sentono più forti, più tecnici mentre si impossessano di approcci, linguaggi e strumenti derivati da altre scienze.
Noi invece, in qualche momento di lucidità, abbiamo l'impressione che si tratti di una deriva che ci porta lontano dall'epistemologia di cui necessita l'educazione, per comprendere e per migliorare le persone che si trova a servire. A questo si deve, forse, il senso di smarrimento e di frustrazione che coglie quando, a conti fatti, quell'educazione snaturata non produce felicità e pienezza di senso.
Il titolo di questa riflessione di inizio anno vuole essere un omaggio a James Hillman, che con l'imperdibile saggio Il codice dell'anima ha voluto metterci in guardia da questo tipo di riduzionismo culturale.
Nelle nostre biografie c'è di più, c'è dell'altro, c'è un "oltre", qualcosa di non svelato, che empiricamente sperimentiamo tutti i giorni - con i sentimenti della nostalgia, della passione, dello stupore - e su cui le mitologie nell'antichità ed oggi le religioni continuano a richiamarci.
E' nostro proposito recuperare e salvaguardare il mistero che accompagna la crescita di ogni bambina e di ogni bambino. In fondo, in ogni educazione, ciò che conta è invisibile.

