- Categoria: Editoriali
- Scritto da Luciano Pasqualotto
Salviamo le madri (ed i padri)
Su alcune questioni vi è una sorta di "pensiero unico", un’unica visione, senza alternative.
Un tempo spettava ai filosofi il ruolo dei contraddittori, capaci per mestiere di "pensare in libertà" e perciò di superare le barriere, spesso piccole ed invisibili, del senso comune e dei monoteismi culturali. Voci sempre più rare oggi, in tempi votati prevalentemente alla produttività ed al consumo, condizionati dalla televisione e dalla tracotanza informazionale.
Ma il problema è reale, soprattutto quando si adottano in modo acritico concetti che hanno pretesa di scientificità, che diventando così "verità" su cui fioriscono teorie, metodi ed approcci pericolosamente assiomatici.
Qui vogliamo riflettere sulla convinzione indiscussa che mamme e papà abbiano un peso determinante nel destino dei loro figli.
Da questa prospettiva proclamano consigli e giudizi i vari profeti mass-mediatici della buona educazione. Si fondano su tale presupposto, ad esempio, le ricerche più in voga sull’eziologia delle devianze e delle dipendenze dalle droghe.
Finisce così che ogni genitore si senta profondamente responsabile delle piccole e grandi difficoltà che la crescita pone continuamente di fronte ai suoi bambini.
Colpevole perché, secondo gli insegnanti, il figlio è aggressivo nella scuola dell’infanzia, o iperattivo o distratto o indomito alle regole alle elementari, leader negativo o menefreghista nella scuola secondaria.
Per la stessa "superstizione parentale", come direbbe James Hillman, i giovani adulti continuano a cercare, da soli o con lo psicoanalista, i motivi della propria infelicità nei rapporti con i loro genitori.
E’ tempo di sollevare le mamme ed i papà da questo fardello di responsabilità, dall’incipiente senso di colpa – e non raramente di dolore - che accompagna il loro ruolo genitoriale.
Innanzitutto perché è una convinzione falsa e fors’anche costruita ad arte. Lo sostiene, ad es., Diane Eyer, che descrive come una "fantasia scientifica" l’enfasi assoluta che da Freud in poi viene riferita al legame madre-bambino.
E’ tempo di recuperare altri pensieri sui figli che generiamo: fin dalla prima infanzia possiamo avere percezione che non sono un nostro "prodotto", ma sono "identità altre" chiamate a seguire un proprio destino. Lo possiamo cogliere nelle particolari inclinazioni del carattere, prima che intervengano i processi omologanti della socializzazione.
Ciò non significa di certo negare l’influenza che mamme e papà hanno sui propri bambini: equivarrebbe, tra l’altro, a rinnegare la stessa educazione. Ma perché non ammettere contemporaneamente tutti gli altri (e fors’anche più potenti) condizionamenti?
Il paradigma eziologico andrebbe quantomeno sostituito con quello che Brofenbrenner ha definito come "ecologico": se c’è una causalità che guida lo sviluppo, essa va cercata sia in tutti gli "spazi di vita" in cui i minori crescono, sia nella percezione ed interpretazione delle persone che in quei contesti vivono il proprio quotidiano. Ed in ogni caso non si tratta mai di una causalità semplice ma complessa.
In altre parole, i nostri bambini sono egualmente figli del loro tempo: della cultura veicolata dalla televisione, della scuola che la società ha preparato per loro, dei valori (o dis-valori) che regolano le relazioni, da quelle di vicinato a quelle internazionali.
Tali affermazioni sollevano le madri (ed i padri) dal peso di una responsabilità assoluta, sfumandola in una corresponsabilità che chiama in causa tutti i livelli del nostro "sistema di vita".
Gli insegnanti si sopportano a malapena, i politici si insultano, i potenti guerreggiano, i militari delle democrazie "esemplari" torturano …: perché mai allora dovrei essere l’unico imputato delle difficoltà comportamentali del mio bambino?
Se guardiamo la questione dalla prospettiva dei figli, è mai possibile che essi debbano pagare per tutta la vita gli errori, reali o presunti, che avrebbero commesso i genitori durante la loro infanzia?
Nei nostri editoriali abbiamo più volte sostenuto la necessità di assumere a fondamento dell’educazione un’antropologia che riconosca ad ogni persona la libertà progressiva di autodeterminarsi, di affrancarsi dai condizionamenti piccoli e grandi, sulla spinta del proprio carattere e delle sue inclinazioni, seguendo la voce della vocazione individuale o del destino.
Confutiamo dunque le credenze che ci affossano nelle preoccupazioni e nei sensi di colpa: un altro mondo è possibile.

