- Categoria: Editoriali
- Scritto da Luciano Pasqualotto
La scuola laboratorio di pace
Più puntuale delle stagioni atmosferiche, arriva il nuovo anno scolastico. Riprendono i riti quotidiani per milioni di studenti e, inevitabilmente, per i loro genitori.
Ma la ciclicità dell’appuntamento nasconde solo apparentemente il fermento che si cela nel mondo della scuola. Non scriveremo della riforma istituzionale avviata dal Ministro Moratti per concentrarci, questa volta, su aspetti meno macroscopici seppur vitali.
Ai lettori non sarà sfuggito il dibattito suscitato dalla chiusura a Milano della “scuola islamica” di via Quaranta (secondo gli addetti ai lavori era a metà strada tra una normale scuola elementare o media italiana e una scuola egiziana di pari livello): abbiamo udito forte la voce di coloro che insistono sulla necessità che l’istituzione scolastica sia un luogo primario di integrazione culturale.
Al di là della cronaca, la questione non è affatto nuova. Alla scuola della Repubblica Italiana è sempre stato consegnato uno scopo preciso: la formazione dell’uomo e del cittadino, come recitano inequivocabilmente i Programmi della scuola dell’obbligo. Tale mission che è stata declinata su almeno due fronti: quello dell’alfebetizzazione e quello della socializzazione. E’ facile constatare come nelle diverse stagioni della nostra pur giovane storia repubblicana, il rapporto tra apprendimento ed educazione alla convivenza democratica sia stato sbilanciato di volta in volta a favore del primo intento o a beneficio del secondo.
Ed oggi? A nostro parere si sta ponendo una duplice “emergenza”: esiste una necessità legata alla riconversione ed allo sviluppo produttivo del Paese, per la quale l’Italia ha sottoscritto degli impegni precisi con altri membri dell’Unione Europea (vedi). Questo bisogno assegna alla scuola del terzo millennio un dovere prioritario di istruzione, da misurare secondo criteri di produttività. Ma accanto a questo cresce l’emergenza di rapporti sempre più conflittuali, di origine etnica, religiosa o più genericamente culturale: in molte scuole, ad esempio, si registrano fenomeni di bullismo o di intolleranza. Secondo questa prospettiva, la scuola dovrebbe dedicare attenzioni e programmi ad insegnare come vivere insieme, nel reciproco rispetto. Al riguardo una proposta concreta ed autorevole è stata avanzata nelle scorse settimane (vedi).
L’esperienza passata ci ha mostrato quanto sia difficile per la scuola essere ugualmente attenta ad entrambe le necessità: nella pratica didattica solo figure di grande carisma personale e capacità pedagogica sono riuscite a coniugare efficacemente socializzazione ed apprendimento, clima e tono educativi. Per tutti gli altri, noi compresi, si è trattato di orientarsi più verso un bisogno o l’altro.
Allora, in un tempo nel quale la conflittualità pervade ogni sistema sociale - da quelli nazionali e sovranazionali a quelli di parentela e di vicinato -, ci sentiamo di sostenere la necessità primaria di imparare a convivere pacificamente, a partire dalla scuola. Occorre urgentemente apprendere a superare i paradigmi della competitività e della litigiosità che sembrano dominare le relazioni sociali e pubbliche. E se la questione è certamente complessa ed interessa i massimi sistemi (vedi), ciò non solleva ogni persona dalla propria parte di responsabilità.
Nelle relazioni dei genitori con la scuola, ad esempio, non è più possibile che le tonalità prevalenti siano quelle della rivendicazione o della protezione a tutti i costi di bambini e ragazzi già iperprotetti. Ad atteggiamenti di tale natura, gli insegnanti (comprensibilmente) rispondono con insofferenza o indisposizione; peggio quando sposano singolarmente le cause di questo o quel genitore, distinguendosi dalla collegialità che fonda la scuola come comunità educante. Ci costa affermare che l’educazione scolastica dei bambini oggi non può escludere anche la ricerca di una educazione mirata nei rapporti tra gli adulti-genitori e gli adulti-insegnanti. E poi gli alunni: per loro la scuola dovrebbe diventare un laboratorio contestualizzato, entro il quale ricercare e sperimentare modalità reciproche di accettazione, di rispetto, di condivisione. Purtroppo, fuori dall’aula, queste esperienze si sono fatte sempre più rare.

