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Ti lascio una canzone? No, grazie!
Lo confesso, non è stato facile. La musica, il clima generale improntato al buonismo, la Clerici che continua a ripetere che il suo programma non è una gara … tutto questo ha anestetizzato il mio senso critico.
Poi un una puntata di settembre del programma “Ti lascio una canzone” ho visto in lacrime una bimba, ho sentito Pupo definire quel pianto “una fortunata condizione psico-pedagogica per dimenticarsi di tutto” ed ho, finalmente, realizzato quello che stava succedendo: bambini che scimmiottano gli adulti nelle pose, che cantano canzoni con testi che spessissimo parlano di cose che loro non conoscono, di sentimenti che non hanno (fortunatamente) ancora provato.
Ho compreso chiaramente che anche questa è una violenza, una violenza sottile perché non è dai più percepita, che viene misconosciuta quando è denunciata. Ma resta una violenza: ai tempi ed ai ritmi dell'infanzia, ai confini di un mondo che deve fermarsi nello spazio ristretto del quotidiano (perché è protettivo), alla gradualità delle aspirazioni e dei sogni dei bambini e dei loro genitori.
Mi sento di dirlo chiaramente: spettacolarizzare in questo modo l'infanzia, in giustificazione del talento, è diseducativo perché brucia delle tappe, perché proietta in un mondo in cui i valori sono quelli della notorietà, del successo, del danaro, perché porta ad assumere una visione distorta di sé. Bambini che sono spinti ad atteggiarsi da adulti, che vengono interpellati sui loro amoreggiamenti (prima della pubertà biologica!), che vengono sedotti con continui riferimenti alla loro bellezza o bravura... tutto questo va nella direzione contraria di quello di cui la nostra società ha bisogno: sobrietà, semplicità di vita e di aspirazioni, purezza (non malizia) e fratellanza (non competizione) nelle relazioni interpersonali. Io cambio canale.
copyright © Educare.it - Anno XII, N. 11, ottobre 2012
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