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La “C” di Cirù

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ciruCaro diario, c’è una piccola storia, dentro una gigantesca vicenda nota a tutti, di cui vorrei parlarti. Non ve n’è ancora nessuna testimonianza. Per questo è importante che io la scriva; così che tu possa custodirla, e far sì che non venga dimenticata.

 

C’era un uomo che viveva per strada, che tutti chiamavano Cirù.

Non si sapeva nulla sulla sua vita precedente, né quale motivo lo avesse condotto a vivere lì. Di sicuro era un uomo buono e gentile, e questo ormai lo sapevano tutti quelli che, in qualche modo, avevano avuto a che fare con lui.

Ogni giorno si recava per pranzo ad una mensa dei poveri della città di Napoli, casa sua ormai da parecchi anni.

Sul principiare di marzo si accorse che le strade, improvvisamente, si erano svuotate e sembrava che sulla Terra abitassero ormai soltanto senzatetto e forze dell’ordine. Passavano i giorni e le file di persone in attesa per un pasto alla mensa dei poveri divenivano sempre più lunghe. A lui, che grazie alla strada aveva imparato ad essere un profondo conoscitore del genere umano, molte di quelle nuove persone in fila apparivano assai diverse.

Era certo che, per loro, la strada non doveva essere anche la loro casa.

Profumavano, infatti, di calore familiare e di mura domestiche; un odore che anche lui un tempo, ormai molto lontano, aveva conosciuto, e che adesso giaceva in un angolo imprecisato della sua mente. Dopo qualche settimana notò, lungo la fila, la presenza di un’intera famiglia. Non era un evento che capitava di frequente e quella nuova vista gli creò una fitta allo stomaco. Era abituato a vedere gente adulta o persone anziane accorrere alle mense. Ma non aveva ancora visto dei bambini, al seguito dei loro genitori.

Nonostante l’enorme folla, riuscì a trovare posto in un tavolo ancora vuoto. Si sedette, recitò la sua preghiera di ringraziamento e, mentre stava per assaporare il primo boccone di quel generoso pasto, di fronte e accanto a lui presero posto tutti i componenti della famiglia che, pochi istanti prima, aveva turbato la sua sensibilità.

Cirù li guardò e sorrise; del resto, era famoso proprio perché era solito donare a chiunque, indistintamente, i suoi teneri sorrisi.

Poi, riprese a mangiare: con tanta gente in attesa, bisognava davvero fare in fretta.

A un certo punto l’uomo che gli era seduto di fronte chiese:

“È la prima volta anche per lei?”

Cirù non capì subito. Lei? Mai nessuno, da quando viveva per strada, si era rivolto a lui in terza persona. Ma, dallo sguardo di attesa che l’intera famiglia gli rivolse, sospettò che la domanda doveva essere stata indirizzata proprio a lui.

“No, io qui ci vengo ogni giorno, ormai da. . . nemmeno lo ricordo più. Voi, se posso chiederlo, come mai siete qui? Non vi avevo mai visto fino ad ora.”

L’uomo arrossì.

Probabilmente provava imbarazzo per quella nuova condizione che lo rilegava lì, insieme a molte altre persone cui, gli eventi fortuiti della vita, parevano aver tolto ogni possibilità.

Cirù arrossì a sua volta, temendo di essere stato, suo malgrado, inopportuno. “Come mi è venuto in mente di fare una simile domanda?”, si rimproverò.

Mentre Cirù era assorto nei rimorsi, l’uomo lo ridestò:

“Purtroppo, sia io che mia moglie abbiamo perso il lavoro. E, con i pochi risparmi che ci rimangono, stiamo cercando di pagare l’affitto e le bollette, per garantire almeno un luogo caldo e sicuro ai nostri ragazzi. E così. . . eccoci qua. Conoscevamo già questa mensa, perché in passato era capitato che cucinassi dei pasti destinati proprio a questo luogo. Sa, sono un cuoco. O meglio, sono stato un cuoco, chissà quando potrò ritornare ad esserl… ”

“Ma tu lo sei ancora, papà! Sei il nostro cuoco ESCLUSIVO, ce lo hai detto proprio tu pochi giorni fa!“ lo interruppe la voce grintosa della piccola figlia.

“Sì, hai ragione piccola mia! Ci scusi! Permetta che ci presentiamo. Noi siamo la famiglia Lunotti: lei è mia moglie, Beatrice; lui è il figlio maggiore, Davide; mentre lei, la più chiacchierona, è Elena. E io mi chiamo Alberto e, come ha sentito, sono il loro cuoco esclusivo!”

“Molto onorato di conoscervi, io mi chiamo Cirù” rispose, sorridendo non solo con la bocca, ma con gli occhi, le guance e, persino, con il naso.

Elena era davvero una bambina molto curiosa! Fece tantissime domande a Cirù, a cui lui però fu assai felice di rispondere: sapeva bene che la curiosità, nei bambini, non è figlia della malizia, bensì dell’ingenuità.

Parlarono per tutta la durata del pranzo, e continuarono ancora mentre si allontanavano dalla mensa, e ancora quando furono già fuori, per strada, nei pressi della “casa” di Cirù.

Certo, non si trattava della casa fatta di un tetto, di mura, di porte, finestre e di stanze. Era un piccolo riparo, ricavato sotto un portico, il cui letto era formato da alcuni strati di cartone, piuttosto logori e inumiditi, e da poche coperte di un colore indefinito, strappate in vari punti e anche molto leggere.

La piccola Elena, seppur di fronte al nuovo amico non disse nulla, non appena si furono salutati e allontanati di pochi passi da lui, fece notare ai suoi genitori:

“Con quelle coperte così leggere morirà di freddo”.

Il giorno dopo Cirù li ritrovò davanti l’ingresso della mensa, fuori dalla fila, fermi ad aspettarlo. Non appena da lontano avevano intravisto la sua sagoma, che lenta sopraggiungeva, Elena gli era corsa incontro, tutta festosa, urlando:

“Abbiamo un regalo per te!”.

Cirù non era abituato a tutte quelle attenzioni, ed ebbe un attimo di smarrimento.

Quando furono tutti insieme, seduti all’unico tavolo trovato libero, Elena ricominciò:

“Signor Cirù”,

“Chiamatemi, semplicemente, Cirù!”

“Cirù, abbiamo un regalo per te!”

“Un regalo? Perché? Non è il mio compleanno!”

“Mamma. . .” sussurrò Elena all’orecchio della madre, temendo che i regali si potessero donare soltanto in occasioni speciali.

“Ma oggi è comunque un giorno da festeggiare: è la festa dell’amicizia!” mentì prontamente Beatrice.

“Ma io. . . non ho nulla da darvi” esitò Cirù.

“Ci doni il tuo tempo, e questo ci basta”, lo rassicurò Beatrice, porgendogli una grande busta di cartone chiusa con dello scotch.

Cirù la prese, arrossendo, e parve che agli angoli dei suoi occhi qualcosa luccicasse.

La aprì non appena fu a “casa”.

Scartò con cura lo scotch, evitando di strappare e rovinare la busta: quando si vive per strada, ogni cosa diventa utile e va conservata. Guardò al suo interno e un’ondata di un profumo dolce, di bucato, lo investì. Lo annusò un paio di volte. E del resto, come biasimarlo; non gli sarebbe di certo capitato molte altre volte. Poi ne tirò fuori il contenuto, facendo molta fatica dato che quell’oggetto sembrava ingrandirsi man mano che lo estraeva dalla busta.

Era un piumone, caldo, soffice e molto profumato.

Lo osservò con cura: doveva aver riscaldato il dolce riposo di uno dei due ragazzi. Probabilmente di Davide, pensò: vi erano delle stampe di draghi, dinosauri e cavalieri.

La prima notte usò il piumone come cuscino. Aveva troppa paura che qualcuno glielo rubasse; una coperta calda come quella poteva far gola a molti.

Per chi vive per strada, infatti, qualunque stoffa imbottita diventa preziosa, come un gioiello da celare in una cassaforte.

Erano già passate diverse settimane: la famiglia Lunotti e Cirù condividevano, durante il tempo del pasto, le loro storie passate e i loro sogni futuri.

In realtà Cirù non era più abituato a pensare al suo futuro. Ma con loro tutto diventava diverso, tanto da sembrare possibile. Giorno per giorno Cirù osservava i sentimenti di supporto e stima reciproca che animavano ciascun membro dei Lunotti; mentre loro scoprivano in lui virtù rare e speciali, quali l’umiltà e la gratitudine.

Per esprimerla usava un metodo economico, anche se molto prezioso; disponibile a chiunque ma usato da pochi: il sorriso!

Passò la primavera, e arrivò l’estate. L’afa rendeva la strada ancora più polverosa e maleodorante. Cirù in quel periodo cambiava di solito “casa”, spostandosi in luoghi più freschi come i parchi pubblici, che durante il periodo estivo restavano aperti anche la notte. Rispetto agli anni precedenti aveva atteso un po’ di tempo prima di “trasferirsi”. Spostarsi di zona significava cambiare mensa. E cambiare mensa significava anche non rivedere più la famiglia Lunotti. Però, restare a dormire sotto quel portico era diventato impossibile. Il caldo afoso, che saliva dall’asfalto, rendeva appiccicoso tutto ciò che investiva.

Così, un giorno, comunicò alla famiglia che quello sarebbe stato l’ultimo pranzo che avrebbero consumato insieme. Per lo meno, durante il periodo estivo. Lui sarebbe tornato in quella mensa nuovamente in autunno. Ma sperava di non ritrovarli lì. E in realtà lo speravano anche loro.

“Ma noi. . . come faremo senza di te?” singhiozzò la piccola Elena. Iniziò a piangere; pianse a lungo e non volle sentire ragioni.

La vita nel parco, in quel periodo, era più vivibile rispetto a quella per strada. Però Cirù era animato da un improvviso sentimento di nostalgia, che quasi disconosceva.

Le settimane passarono, e lui imparò a confinare la nostalgia per la famiglia Lunotti in uno spazio sicuro del suo cuore. In autunno tornò alla sua vecchia “casa”. Ma alla mensa non li ritrovò, né il primo giorno, né i successivi.

Una mattina, mentre con il suo fare lento e stanco si recava alla mensa, da lontano scorse delle braccia che lo salutavano: erano Beatrice, Davide, Alberto e la piccola Elena, che gli stava già correndo incontro urlando:

“Cirù, abbiamo un regalo per te!”.

Gli sembrava una scena già vissuta:e se in realtà stava sognando? Ma quando sentì la manina di Elena perdersi nella sua, capì che tutto era reale!

“Corri, Cirù! Mamma e papà devono dirti una cosa molto importante!”

“Che succede?” chiese timidamente.

“Caro Cirù, come avrai visto, non siamo più venuti alla mensa. Finalmente, verso la fine di luglio, abbiamo trovato lavoro presso un importante hotel della costa. Avevano urgente bisogno di un cuoco e, poi, anche di un aiuto cuoco. E così ci siamo proposti io e Beatrice. Il proprietario è rimasto così entusiasta di noi, che ci ha offerto di rimanere anche per la stagione invernale. Ci siamo trasferiti e abbiamo preso una casa in affitto, più grande di quella in cui vivevamo prima. Qui abbiamo più stanze. E, a dire la verità, abbiamo una stanza in più, molto grande, che finora è rimasta vuota.”

“Quando siamo venuti ad abitarci, ognuno di noi ha colorato su un cartoncino le iniziali del proprio nome, per attaccarle alla porta”, intervenne Beatrice. “Così ci siamo accorti che le iniziali dei nostri nomi formano le prime lettere dell’alfabeto: A, B, D, ed E. Come vedi, manca la lettera C“

“La C di Cirù” la interruppe Elena.

“Sì, manca la C di Cirù! Così con Alberto ne abbiamo discusso un po’ e ci siamo detti: noi abbiamo una stanza in più, perché non ospitarci Cirù!”

“Ecco, insomma, ci chiedevamo”, riprese Alberto, “se tu volessi venire a vivere con noi. Potremmo aiutarti a cercare un lavoro. Ma, nel frattempo, lascia che ci prendiamo cura di te, così come tu ti sei preso cura di noi.”

“Io? Quando mi sono preso cura di voi?” esitò, con un accenno di voce.

“Durante tutti quei mesi in cui abbiamo mangiato alla mensa. Ci hai insegnato a non perdere la nostra dignità, e ci hai mostrato che è sempre possibile creare profondi legami di fiducia con gli altri”.

Cirù ascoltava in silenzio. Era frastornato.

“La nostra famiglia non è completa senza di te! Ci manca la C, la C di Cirù!” esplose infine Elena, rompendo un silenzio ormai troppo carico di attesa.

“Non avrei mai pensato che alla mia età potessi avere nuovamente una famiglia. Accetterò, se lascerete che anch’io possa esservi d’aiuto e ripagare la vostra benevolenza”.

Cirù fu fedele alla promessa fatta, donando alla famiglia Lunotti, che seppur così adulto lo aveva “adottato”, molto più di quanto si possa mai immaginare.


copyright © Educare.it - Anno XXI, N. 10, Ottobre 2021 
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