Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXV, n. 12 - Dicembre 2025

Stop the genocide poster

  • Categoria: Racconti

Mimo Mimmo

mimo2Chiunque trafficasse per il versante sud del Monte conosceva mimo Mimmo. Io e le mie amiche non ci perdevamo mai le sue esibizioni al secondo terrazzamento, quello con la migliore vista sulla città: al primo parte dello scenario urbano è in parte coperta dall’alta boscaglia, mentre il terzo terrazzamento si trova così in alto che da lì a malapena si distingue un isolato dall'altro.

Mimo Mimmo si era costruito un palcoscenico a ridosso della staccionata, riciclando i materiali di un vecchio presepe vivente: le assi in legno della capanna per la pavimentazione e i mucchi di paglia sotto di essa. Pian piano i suoi spettacoli avevano catalizzato l'attenzione non solo di scolari più grandi di noi, ma anche dei pastori e contadini delle terre del Monte e dei pescatori del lago lilla, che si estende nella valle del versante est. Persino il fabbro Ferruccio, sempre indaffarato e perfezionista nel suo lavoro, di tanto in tanto si affacciava sulla soglia della bottega e si metteva a cavalcioni di una sedia, con la pancia sullo schienale, per non perdersi gli sketch migliori.

Nelle vicinanze della postazione di mimo Mimmo nessuno osava scattare foto di tramonti sulla città, né appoggiarsi alla staccionata per contemplare il panorama. C'era una sorta di divieto non scritto, di tabù collettivo. Mimo Mimmo sembrava essere stato messo lì apposta da non so quale provvidenza per far scomparire la città, almeno ai nostri occhi.

Fu poco dopo la costruzione del palcoscenico che cominciò a proporci le sue memorabili mimate dei film. Si contorceva in pochi gesti buffi, accompagnati da smorfie e talvolta da versi, dopodiché chiedeva al pubblico di indovinare. Io spesso mi buttavo e a volte ci prendevo; capitava che egli riproponesse lo stesso film e allora era tutta una questione di memoria. Per esempio, abbandonando arto dopo arto si accasciava supino a terra e poi, senza la spinta delle braccia, come un ballerino di limbo, si rialzava: era la sua performance per simboleggiare "La donna che visse due volte". Oppure si buttava a terra con le gambe sull'erba e abbracciava il palcoscenico come fosse un salvagente, poi lo lasciava andare e stramazzava sul prato: ecco "Titanic".

Dopo quei momenti di condivisa e spensierata ilarità nessuno di noi era predisposto a fantasticare sulla città, sugli uomini e donne azzimati che andavano a braccetto per i marciapiedi mentre qualche bolide fiammante sfrecciava in strada, né su quel che accadeva o si preparava dietro le vetrate luminose dei suoi negozi o locali. Tornavamo a casa con la voglia di inventarci altre mimate di film: avevamo piratato apposta qualsiasi canale offrisse cinema e serie TV. Quando interrompevamo gli spettacoli di mimo Mimmo per mostrargli le nostre mimate, lui restava immobile con le mani puntate sui fianchi: le spalle imbottite del suo frac si sollevavano con un effetto buffo, come disegnando nell'aria la curva di un punto interrogativo; una volta io mi portai l’indice sotto il naso, come per chiedere ai presenti e a mimo Mimmo di stare zitti, e poi feci ruotare la mano sopra il capo, a indicare un cerchietto o un’aureola. «Il silenzio degli innocenti, brava Antonia!» mimo Mimmo azzeccò subito, esplodendo in una calorosa risata.

Guardava i nostri numeri con aria simulatamente perplessa per poi scoppiare a ridere insieme a noi. Chi l'avrebbe mai detto che sarebbe scoppiato nel senso letterale della parola? I poliziotti – sarà stata la seconda o terza volta che li ho visti qui sul Monte – hanno escluso che sotto il palcoscenico fosse stato sistemato un ordigno esplosivo. La detonazione doveva essere parte della mimata di un film, ma non ricordo più quale. Forse “Il Dottor Stranamore”? Non ha importanza chiederselo. Sopra i relitti del palcoscenico, a più o meno un metro da terra, è rimasto un lembo della coda del frac di mimo Mimmo. Ora tutti i nostri interrogativi si rivolgono a quel pezzo di stoffa scura e lustra sospeso per aria al secondo terrazzamento. Come un buco nero in pieno giorno ha risucchiato molti di noi. O meglio, molti di noi si sono lasciati volontariamente risucchiare e anzi spesso ci si sono tuffati.

È così che si sono guadagnati quella che mio padre chiama “carriera”. Il primo è stato Peppe, a tutti noto come “testadasino” per essere incapace di apprendere il mestiere del padre, Ferruccio il fabbro. Peppe diceva a tutti che quel misero resto del frac doveva essere qualcosa di più di una reliquia, che possedeva una “brillanza” e mimo Mimmo si era sacrificato per lasciarlo in dono a noi. Quando ha immerso la mano lì dentro, ci ha detto che era come metterla nelle acque del lago lilla, senza però la sensazione di bagnato; dietro la stoffa intanto noi non vedevamo nulla, neanche l’ombra di un suo polpastrello. Allora con l’altra mano ha allargato un pochino il buco, che ha dimostrato molta più elasticità di un comune pezzo di stoffa, ci ha ficcato dentro la testa e ci si è tuffato.

Abbiamo ritrovato Peppe qualche giorno più tardi, mentre perlustravamo la città coi nostri binocoli giocattolo. Eravamo tornati tutti – non soltanto io e le mie amiche – a buttare un occhio alla città da quando non c’era più mimo Mimmo. In camice bianco Peppe entrava e usciva da quel casermone a ferro di cavallo che è il polo ospedaliero, spesso seguito da altre persone in uguale camice bianco o da uomini e donne in borghese che sembravano ascoltarlo con deferenza. Non appena tra noi montanari si seppe che Peppe aveva trovato un posto all'ospedale semplicemente passando attraverso il buco nero, tutti furono presi dalla curiosità almeno di immergervi le dita per carpirne i segreti magici. Ma non era possibile trarne alcun beneficio – se posso usare questa parola – se non oltrepassando il buco con tutto il corpo. Fu così che sparirono alcuni ragazzi più grandi di noi, che erano tra l’altro i più spiantati o comunque i più recalcitranti all’autorità dei genitori. Avvistammo Gino, Berto e Franco sotto i portici dell’università, con le cartelline pulite e tutte uguali sulle giacche anch’esse pulite e tutte uguali. Ne dedussi che la carriera era qualcosa che aveva a fare non soltanto con il lavoro, ma anche con gli studi.

Fino a allora sapevo dell’esistenza di avvocati, medici, commercialisti e architetti, ma li concepivo come corpi alieni dalla realtà del Monte e non immaginavo alcuna fase intermedia che potesse tramutare un ragazzo o una ragazza poco più grande della mia età in una di queste entità. In ogni caso, io ero ancora troppo piccola per andare all’università. Mia madre mi proibì comunque di avvicinarmi al buco: le mie braccia servivano nella fattoria. E poi a scuola andavo già e non avevo di che lamentarmi, diceva lei. Certo, era una scuola alla buona, tutta in legno e con una sola sezione per ogni classe, ma avevamo un prato immenso dove fare ricreazione – una distesa di fili d'erba che affacciava sul lago lilla – e una biblioteca zeppa di libri.

Mamma era tra gli abitanti del Monte che più ebbe da ridire sul buco nero: era convinta che mimo Mimmo ci avesse lasciato una maledizione, una stregoneria che avrebbe pian piano fatto estinguere la nostra comunità montanara. Sempre più persone passavano nel buco: la famiglia che gestiva la fattoria adiacente alla nostra se ne andò in una sola notte. Fu così che ottenemmo il loro ranch, incluso un piccolo gregge di caprette tutto per me. Mamma non ne sembrava affatto contenta, o forse avrebbe voluto esserlo ma era sovrastata dalla pena per la gente del Monte, la “nostra povera gente”, come la chiamava lei. Provò a distruggere il buco nero tagliandolo con le forbici in pezzi tanto piccoli che non ci sarebbe passata la testa di una gallina, ma il tessuto del frac di mimo Mimmo era refrattario alle lame, che lo attraversavano innocue come facevano le dita dei curiosi.

Io disubbidivo al divieto di mamma e me ne stavo spesso con le mie amiche al secondo terrazzamento, più o in meno in prossimità del buco. Onestamente erano più le volte che ricordavamo i numeri di mimo Mimmo e riproducevamo le sue mimate che quelle in cui facevamo congetture sul buco. Un giorno notai una stria biancastra penzolare dal suo orlo: scoprii che si trattava di una ragnatela. Appena spuntò il ragno che la abitava lo feci scivolare sul dorso della mia mano e la immersi nel buco: mi venne spontaneo come mungere le caprette o intrecciare le margherite. Con la sola mano nel buco non ero ancora arrivata in città, ma mi resi conto di non trovarmi nemmeno più sul Monte. Ero una bellissima farfalla e sulle mie ali portavo il nero del frac di mimo Mimmo, il lilla del lago e l’oro del sole che riscalda il nostro versante montuoso. Ora volavo sulla città e vedevo le vite della sua gente, ravvicinate come dal secondo terrazzamento non potevano apparirci; risaltavano le mani affusolate, protette dai segni dell'invecchiamento, dell'atmosfera e del lavoro, e i vestiti immacolati, che sembravano tratti un attimo prima da una vetrina. Di quando in quando incontravo gli ex abitanti del Monte e le loro facce non mi sembravano per nulla contente: erano piuttosto inespressive. Quando tornavo al Monte restavano tutti a ammirare le mie ali, nessuno aveva voglia di sentire parlare della città. Molti si divertivano a guardare i giochi prodotti dalla luce che filtrava attraverso le mie ali. Ero forse diventata una sorta di reincarnazione di mimo Mimmo?

Neanche il tempo di ambientarmi in questa dimensione che un’intera famiglia assai numerosa si tuffò nel buco; il primo di loro mi scaraventò a terra senza chiedere permesso e poi uno dietro l’altro produssero un impatto tanto violento che il buco collassò: si strappò in tanti piccoli pezzi e si dissolse, facendo svanire tanto il sogno di molti abitanti del Monte quanto il mio.


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