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  • Categoria: Racconti

Cassa venticinque

Viola è in bagno e si sta vestendo. Si è appena abbassata per allacciarsi le scarpe, quando dalla cucina sente la voce della mamma che urla: - Fai tardi a lavoro!
Non ci fa neanche più caso a quella voce. È la stessa di sempre che l’accompagna da quando è nata. Prende una stringa con la destra, l’altra con la sinistra, piano, con un movimento lento, come se non riuscisse più in quell’automatismo. Le tremano le mani mentre risuona come un’eco quella voce. Stringe i denti e pensa: mi mette fretta e mi annodo come queste stringhe! Maledette, maledette stringhe!


Esce di casa, fa le scale, non riesce a correre. È come bloccata da qualcosa che le preme dentro: un peso le si è posato lì, in mezzo allo stomaco e le rallenta le gambe, il bacino, le spalle, le braccia, e anche la testa. Arriva al supermercato, posa il motorino, si toglie il casco, si guarda allo specchietto. I capelli neri e lunghi sono tutti schiacciati, con una ritrosa che le attraversa la testa da parte a parte. Si guarda gli occhi e nota attorno all’iride un colore rosso che non riconosce. Pure l’iride non sembra lo stesso: è azzurro e grigio insieme. Alza lo sguardo e vede il cielo dello stesso colore degli occhi. È una giornata cupa come quelle che si vedono al Nord d’inverno, dove non si sa che fine abbia fatto il sole.

L’orologio segna due minuti al timbro del badge. Viola si muove, supera la porta gigante di plastica. Si fruga nelle tasche, prende il cartellino, lo posa sulla macchinetta e vede l’immagine di un film di Fantozzi. In un altro momento ci riderebbe come ha sempre fatto. Lui è uno dei suoi attori preferiti. Ma oggi non le viene affatto da ridere. Vede la sua immagine riflessa nella macchinetta. In basso a destra, la scritta “ENTRATA”; al centro in grande, “15:00”; dietro, l’ombra del suo viso, e pensa: SEI ENTRATA VIOLA! BRAVA, COMPLIMENTI!

Gli occhi della collega la cercano mentre lei si avvicina per prendere il suo posto alla cassa venticinque, la cassa che accompagna i suoi pomeriggi da oltre cinque anni. Una laurea in Lettere moderne e contemporanee, e una cassa in mano.
Spesso si mette seduta davanti a quella cassa e l’assalgono le frasi del suo vecchio psicanalista, il Dottor Vincenzi: - Per non appendere la tua laurea al cesso, Viola, dovrai farti coraggio e andare avanti!
A volte ci si divertiva pure, pensando a vederselo apparire con il carrello della spesa, che le diceva quelle parole, e lei che gli rispondeva: - Sì, Dottore, l’ho appesa al cesso dietro la porta, perché qui non mi serve! Sempre che al mio direttore importi che sono laureata!

- Ciao! - dice Matilde con tono fermo, quasi a rimproverarla per non averle dato il cambio un po’ prima.
- Ciao, - risponde Viola con un sorriso con le labbra incollate.
- Signora, la cassa è chiusa!
- Mah! Lo poteva dire prima; è da dieci minuti che sono in fila!
- Glielo dico ora perché sono arrivata ora. Mi scusi… prego…, risponde Viola facendole segno con la mano.
Ma guarda un po’ se devo venire a lavorare e ho subito la gente alle calcagna! pensa.
Sente un profumo di sapone, misto al solito odore di quel posto, che le invade le narici. Osserva se sul rullo vi sia traccia. Lo fa scorrere e rimane per un po’ incantata. Il piede sul pedale, gli occhi su quella striscia grigia, annerita, che si muove davanti a lei, che puzza di plastica, e che finalmente vede vuota, liberata da ogni peso.
- Viola! - sente chiamarsi da dietro.
- Sì. - risponde sobbalzando e togliendo il piede dal pedale.
- Prima di andare via, fermati da me, che ti devo parlare, le dice il direttore con la faccia dura, come se impartisse un comando a un plotone dell’esercito.
Viola sente bruciare il petto, le manca il respiro, e una serie di parole si intrecciano nella lingua senza farle emettere alcun suono. Fa segno di sì con la testa, ma lui è già lontano. Vede i carrelli, colmi di ogni cosa, che gli aprono la via. Marco Belluomini si chiama, ma di bello ha ben poco, tanto rimane antipatico col suo fare arrogante. È alto, secco, con i lineamenti a punta e gli occhi chiusi come fessure. Si muove veloce. Dà l’impressione che non gliene freghi niente di nessuno, tranne di se stesso. Pallone gonfiato. Aria senza anima, - pensava Viola ogni volta che lo vedeva passare con la testa alta e il petto gonfio come un pavone. A cosa pensi cretino? Sei vuoto! - diceva tra sé, muovendo le labbra pensando di dirglielo in faccia.
Viola sospira lentamente, mentre il suo pensiero va lì, al momento di andare via. Il fiato di nuovo in gola. Il corpo rigido, come imbalsamato, già morto.
- DIN!
Come accende la luce del numero venticinque, la gente si accalca in fretta lungo la corsia. Poi sente ancora quel profumo. Doveva essere l’odore di un bagnoschiuma, forse la “Felce Azzurra” che usava suo padre, ma s’impone di non distrarsi più.
- Mi dà due buste per favore? - chiese Maria, una donna anziana che ormai con lei aveva un rapporto di cordialità. Spesso Viola l’aiutava a mettere i prodotti nelle buste. Si scambiavano sempre sorrisi, e se non c’era nessuno, capitava che si fermassero a parlare del tempo, del freddo e del caldo, e anche della vita.
- Le prenda da sé, guardi… sono là sotto.
- Già, me ne dimentico sempre, - dice la donna piegandosi e cercando subito dopo i suoi occhi.
Viola si muove piano, le mani tremolanti, bianche come il suo viso. Gli occhi pieni di sangue seguono gli oggetti che sposta davanti a sé e che lascia scivolare giù, lungo lo scivolo d’acciaio.
- Signorina, sta bene? - le chiede la donna vedendola così pallida e assorta.
- Signorina!
- No. risponde Viola, facendo segno col capo e gli occhi bassi.
Poi la guarda negli occhi. Scoppia a piangere senza sapere perché. Pensa che sia per la vergogna, invece capisce che lì non ci può stare. Sente solo di dover scappare. Allora chiude la cassa. Si alza. Lascia che le lacrime percorrano il suo viso attraversandole il collo, giù, fino alla cucitura del reggiseno. Ed esce da lì.

Corre. Lei, abituata al suo passo lento.

Dove vado ora? - si chiede. Non lo so, ma di sicuro starò meglio che qui! Farò come mi diceva il mio Dottore: mi farò coraggio, crederò ai miei sogni: ne pescherò uno e creerò il mio mondo!
Viola prende il motorino e parte. La strada le appare nuova, eppure è la stessa che fa sempre.

Saranno state le nuvole, il grigio del cielo che si riflette sulle cose, e tutti quei fumi che dagli scarichi delle auto le entrano dentro, ma questo è un giorno che Viola, anche per tutto questo, non dimenticherà mai.



copyright © Educare.it - Anno IX, Numero 2, Gennaio 2009