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  • Categoria: Racconti

Tappeto rosso sul mare

Dal seggiolino su cui era seduto, Carlo non riusciva a vedere la strada. Un po’ perché era troppo lontano dall’autista, e poi perché i soliti di sempre, Mattia, Lorenzo e Federico si prendevano a spintoni e lottavano come scimmioni coprendogli la visuale.
A scuola non era andata bene, la prof d’Italiano l’aveva ripreso più volte e alla fine l’aveva sbattuto fuori dall’aula. - Carlo! Esci! - diceva indicandogli la porta ogni volta che lo trovava a sgomitarsi con Andrea all’ultimo banco. – Sempre io! – le rispondeva seccato, poi sbatteva la porta e se ne andava in bagno.

Carlo non aveva voglia di scherzare, se ne stava muto con lo guardo cupo e la tensione, qui, sulle spalle che sembravano fatte di legno. Avrebbe voluto starsene da solo, in uno di quei seggiolini singoli, magari a vedere il mare lungo il litorale, ma figuriamoci se lo poteva fare! I suoi amici lo avrebbero preso di mira, come l’unica volta che c’aveva provato. Poteva solo aspettare di scendere da quel pullman, che lo innervosiva più di quanto non fosse già.
Oggi non vi richiedo! - pensava tra sé, - meno male tra un po’ scendo sennò litigo con tutti stamani!
Il pullman faceva le stesse fermate, curve e accelerate. Di solito c’era Anna che scendeva prima e come lei si alzava, lui capiva che dopo sarebbe dovuto scendere. Ma non c’era bisogno di vederla alzarsi, perché tutte le volte si creava uno strano silenzio in quella confusione madornale. Piaceva a tutti i maschi, Anna, con quegli occhi azzurri ed i capelli neri fin sotto la schiena. Lei forse non lo sapeva neppure, tanto era semplice e ingenua, ma gli occhi puntati li sentiva addosso di sicuro, in quei momenti che sembrava non finissero mai, almeno a lei. Allora diventava tutta rossa, abbassava lo sguardo e saltava gli scalini come a volare via da lì. Carlo si alzò, scavalcò quei due scemi che erano sempre lì a far la lotta, e la raggiunse alle porte.
- Carlo dove vai? - gli urlò Mattia vedendolo scappar via.
Lui fece un cenno con la mano e saltò fuori. Sentì la voglia di stare con lei, le si mise accanto, mentre Anna si avviava svelta verso casa.
- Aspettami! Dove vai?
- Secondo te, dove vado? – gli rispose con tono ironico.
Carlo sentì qualcosa di strano dentro, non capiva cosa fosse. Però stava meglio, i pensieri gli si posavano leggeri. S’incamminarono lungo il marciapiede rosso, che gli ricordava la strada per il mare, quando da piccolino la percorreva con la mamma, e ne osservava il colore che lo faceva apparire come di gomma.

- Come mai sei sceso qui?
- È uguale. Sono vicino casa anche da qui. Poi… oggi, non sopportavo la confusione e non vedevo l’ora di scendere!
- Strano eh! Stai sempre a far casino…
- Perché? Mi guardi?
- No. Veramente ti sento Carlo! Oggi, stranamente, non ho sentito la tua voce.
- Ci divertiamo… così… - disse Carlo. Poi si mise a ridere, pensando al giorno prima, quando un coro alzato da lui fece scoppiare tutti a ridere, tranne l’autista che fermò il pullman e andò sul viso di Michele, che stava sempre buono, fermo da una parte e soltanto quella volta si era seduto accanto a loro. Allora sì che risero! L’espressione del viso dell’autista fermò le risa su quei visi di plastica con gli occhiali scuri che nascondevano le lacrime.
- Mah! Voi vi divertite! Non sai quanto fastidio date…
Se ti do fastidio, allora tanto indifferente non ti rimango, - pensò, guardandola mentre lei si accingeva ad attraversare la strada.
- Senti, perché non si fa un salto sul mare?
- Perché vado a casa, c’è mia mamma che mi aspetta.
- Dai, mandale un messaggio, le dici che hai perso il pullman e ritardi un po’.
Anna lo guardò come non aveva mai fatto. Aveva gli occhi che le brillavano e le guance rosa. Gli era sempre piaciuto, Carlo, ma sapeva che non glielo avrebbe mai detto, tanto era presuntuoso. Si fermò. Salì sul marciapiede e riprese a camminargli accanto. La pineta da una parte. Presero la stradina che portava al mare e trovarono il sole sopra di loro ad aspettarli. Un sole tenue, dei primi di novembre, che toccava la loro pelle accarezzandola. L’aria pulita, fresca. L’odore dei pini si respirava insieme alla rena bagnata, che faticava ad asciugarsi dalla pioggia del giorno prima. Camminavano senza dirsi una parola. L’uno aspettava che l’altro dicesse qualcosa, ma nessuno iniziava. Arrivarono fino in fondo.
- Seguimi! Ti voglio portare in un posto, - disse lui.
Si dileguò tra le cabine ormai chiuse con dei pannelli verdi. Si vedevano solo dei parallelepipedi giganti.
E pensare che d’estate sono tutta un’altra cosa! - pensò Carlo.
Le cabine si distinguevano solo dai tetti, che erano scoperti e mostravano il colore rosso di sempre, solo che adesso era un po’ più tenue, come mangiato dal sole. Carlo si arrampicò su uno steccato e salì sul tetto della fila che portava dritta al mare.
- Vieni, ti tengo io, - le disse porgendole la mano.
- Te non sei normale! Se ci vedono i padroni…
- Non c’è nessuno qui. Sali… dai! Ci vengo tutti i giorni.
Anna salì in un attimo. Il fiatone in gola. Le guance rosa divennero rosse. Si misero a sedere uno accanto all’altro a respirare l’aria. Salata. Delicata. Il mantello azzurro laggiù si specchiava sul cielo senza nuvole. Il tetto sotto di loro sembrava un tappeto rosso-fuoco, di quelli che si vedono nei films. Sentirono il calore entrare dentro. Chiusero gli occhi, insieme, come fossero una persona sola, e stettero lì, senza dirsi niente, ad ascoltare la voce del mare.

Come sarebbe bello, se potessi fermare il tempo, anche solo per un momento, ma non si può, pensò Carlo, canticchiando tra sé una canzone che gli aveva toccato l’anima. Poi aprì gli occhi, puntò l’orizzonte, vide una linea sottile e scura che univa il cielo al mare, e si fece di nuovo silenzio.



copyright © Educare.it - Anno IX, Numero 3, Febbraio 2009