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Una saggia educatrice

Ho riflettuto molto prima di parlare di questa vicenda perché temevo di entrare troppo nel privato di un mio giovane allievo, poi mi sono decisa a farlo perché si tratta di una storia delicata ed anche commovente.

Eravamo intorno alla metà degli anni Ottanta; la classe era relativa ad un primo anno dell'Istituto Magistrale. Si trattava di un corso regolare quindi, non dovendo accelerare il programma come ero costretta a fare per i corsi di recupero, integravo gli Autori con alcune letture. Ero arrivata a spiegare, per Pedagogia e Filosofia, al periodo medievale, così parlai di Dhuoda di Septimania e del suo singolare "Manuale" del quale feci leggere qualche pagina.
Cercai di far comprendere tutto l'amore materno di questa infelicissima dama che, per volere del marito, era stata privata dei suoi due figli i quali vivevano con il padre in una dorata prigionia presso la corte di Carlo il Calvo.
Dhuoda si preoccupava della loro educazione. In particolare aveva a cuore la formazione del primogenito, il sedicenne duca Guglielmo e "volendo rendersi utile" gli scrisse una serie di norme in forma di Manuale.
Nella sua solitudine Dhuoda si rivolge al figlio primogenito "bello e amabile" e lo esorta all'amore di Dio, al rispetto verso il padre, ad essere caritatevole e paziente; lo invita a comperare molti libri, a leggere ed a studiare. Infine gli raccomanda il secondogenito, toltole prima ancora che fosse battezzato, con queste parole: "Quando il tuo fratellino, del quale ignoro il nome, avrà ricevuto la grazia del Battesimo, non ti dispiaccia di erudirlo".
Sapevo che la vicenda di questa nobile, colta ed infelice, che non volle rinunciare alla sua missione educativa nei confronti del figlio "diletto e desideratissimo" sarebbe stata recepita con una certa commozione dai miei allievi, ma non mi aspettavo quanto poi mi disse uno di loro.

Qualche giorno dopo queste lezioni Piero (il nome è di fantasia) si avvicinò timidamente alla cattedra durante l'intervallo; aveva due buste in mano e mi disse più o meno queste parole: "Professoressa, siccome abbiamo letto la storia di Dhuoda che si preoccupa dell'educazione del figlio lontano, ho pensato di farle leggere due lettere che mi scrisse la mia nonna poco prima di morire. Anche lei mi raccomanda le stesse cose... però non vorrei che queste lettere fossero lette in classe perché ci sono molti errori!".
Rimasi qualche attimo in silenzio. Sapevo che Piero, che allora era poco più di un bambino, è figlio unico di genitori anziani, perciò pensai che anche la nonna doveva essere stata piuttosto avanti con gli anni quando aveva scritto quelle due lettere al nipotino.
"Aveva quasi novant'anni" mi disse infatti Piero.
Dopo qualche attimo di riflessione dissi al mio allievo che preferivo non leggere quelle lettere: esse riguardavano soltanto lui e la sua nonna; non mi sembrava giusto interferire nel loro delicato rapporto affettivo, però se lui me ne voleva parlare, l'avrei ascoltato volentieri. Così Piero cominciò a parlare: "Mia nonna non viveva lontana, anzi viveva con noi, però ha voluto scrivermi queste lettere perché mi ricordassi meglio le sue raccomandazioni. Nella prima lettera mi esorta ad essere buono, soprattutto con i miei genitori. Nella seconda mi raccomanda di studiare. Lei aveva potuto frequentare soltanto fino alla terza elementare e di questo aveva sofferto molto nella vita: si sentiva inferiore a tutti. Mi ricordo a memoria una frase che mi ha scritto: - chi ha studiato è forte e riesce a superare ogni difficoltà della vita. Chi è ignorante è debole, deve chinare la testa e chiudere la bocca perché non trova le parole giuste per rispondere alle offese ed alle ingiustizie - "
Che altro aggiungere dopo quanto ha scritto questa tenera e saggia educatrice?

 


copyright © Educare.it - Anno III, Numero 10, Settembre 2003


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