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Quando i problemi vengono dall'insegnante

Nel nostro Istituto scolastico avevamo un’Insegnante molto preparata nel suo campo, la Musica, ma incapace di insegnare. Era stata una concertista piuttosto apprezzata, poi, raggiunta la mezz’età, avendo dissipato tutti i suoi beni, aveva deciso di dedicarsi all’insegnamento della Musica. Purtroppo però era incapace di interessare la classe, di mantenere la disciplina e di farsi rispettare dagli alunni che arrivavano perfino a prenderla in giro e neanche troppo larvatamente.

Questa situazione era nota a tutti, quindi anche al Preside, il quale tuttavia, forse per la notorietà del nome dell’artista o più probabilmente per motivi umanitari (la collega era completamente sola al mondo) l’ha mantenuta in servizio fino all’ultimo anno di attività della Scuola.

Ricordo in particolare l’anno scolastico 1998-99 perché, per una combinazione degli orari, ci trovavamo spesso insieme e con le aule comunicanti.

Quando il Preside era presente in Istituto la situazione era sopportabile: dall’aula di Musica provenivano "soltanto" un brusio costante, chiacchiere e risatine. Ma quando il Preside non c’era (e di questo gli alunni erano sempre informati) succedeva il finimondo. In questi casi la mia collega cercava di riportare la calma alzando la voce più di loro, oppure, molto spesso, entrava con gli occhi imploranti nella mia aula chiedendomi di aiutarla.

Io le ripetevo ogni volta che doveva cercare di controllare la sua ansia e trovare il modo di coinvolgere attivamente la classe, ma doveva essere soltanto lei ad intervenire altrimenti gli alunni avrebbero preso il sopravvento. Tutto inutile, puntualmente mi supplicava: "Ti prego, vieni a dire loro qualcosa... io ho provato di tutto, ma non mi danno ascolto". "Provare di tutto" per lei voleva dire essenzialmente punire. Voti bassi, note e sospensioni costituivano il suo metodo di conduzione della classe, oppure, a casi estremi, ricorreva a me. Ricordo di averla consigliata più volte di cercare gli stimoli che motivano gli studenti a seguire una lezione di Musica e, al contrario, cercare di individuare quali sono le situazioni che li distraggono o li annoiano, ma veramente lei non aveva questa sensibilità. Artista abituata all’applauso e all’approvazione quasi incondizionati, non riusciva a piegarsi alle problematiche dell’insegnamento/apprendimento.

Un giorno le mie allieve stavano facendo un compito in classe; contemporaneamente nell’aula di Musica avrebbe dovuto svolgersi una lezione di solfeggio. In realtà da quella stanza provenivano una sorta di colpi ritmati talmente violenti da far tremare i vetri delle finestre. Evidentemente il Preside non c’era. Le mie allieve mi guardavano in modo molto significativo: era chiaro che non riuscivano a concentrarsi, poi anche la mia sopportazione era arrivata al limite.

Mi alzai ed entrai nell’aula di Musica. Improvvisamente, al mio arrivo, si creò un silenzio quasi irreale. Allora mi venne in mente un discorso completamente diverso da quello che avevo pensato di fare. Scusandomi con la collega per il mio intervento, dissi loro più o meno queste parole: "Ragazzi, vi ho richiamati tante volte al rispetto verso la vostra Insegnante, verso la Scuola e i vostri compagni che non riescono a seguire le lezioni a causa vostra, oggi, se la professoressa di Musica è d’accordo, voglio anticiparvi una notizia: c’è in programma una lezione esterna. Con la vostra Insegnante abbiamo in programma una visita ai luoghi in cui è ambientata la "Tosca". Andremo a vedere la Chiesa di S.Andrea della Valle, Palazzo Farnese e, logicamente, i bastioni di Castel Sant’Angelo; se vi comporterete bene fino alla fine dell’anno, a maggio vi accompagneremo con altre classi a visitare i luoghi in cui è ambientata quest’opera di Puccini. Voi non siete miei alunni (era una terza media) ma sono certa che il Preside acconsentirà che io vi accompagni, ma d’ora in poi qui dentro si deve fare solo Musica, altrimenti niente gita!"

La cosa funzionò egregiamente. Molti alunni, essendo tutti romani, conoscevano già quei luoghi, ma l’idea di fare una vacanza in più piacque a tutti. La mia collega invece prese piuttosto male il mio intervento, soprattutto perché l’idea della lezione esterna era una mia improvvisazione, una cosa di cui non avevamo mai parlato prima. Mi scusai con lei che poi comprese sia la mia esasperazione che la validità dell’iniziativa, così tra noi tornò l’armonia di sempre.

Per quanto riguarda l’aspetto psicopedagogico della vicenda, io compresi che non sempre i premi a Scuola devono essere considerati come una sorta di "corruzione"; a volte essi costituiscono veramente quel famoso "rinforzo", di cui parlano gli Psicologi comportamentisti, che aiuta gli allievi a perseverare nel comportamento corretto e ottengono risultati molto più efficaci delle punizioni. Certo il premio è una forma di condizionamento, ma io credo che non esista Insegnante che, pur rispettando la personalità dei suoi allievi, non condizioni in qualche modo, con il suo agire, i suoi alunni.

 


copyright © Educare.it - Anno III, Numero 7, Giugno 2003

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