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Un tema... impossibile

Giunti all'ultimo anno di studi, tutti gli studenti attendono con interesse l'ultimo compito in classe dell'anno perché esso rappresenta, per le prove scritte, una valida esercitazione del tanto temuto esame. Anche l'Insegnante s'impegna particolarmente nella scelta di questo compito perché, attraverso questa prova, oltre a poter valutare le capacità raggiunte dai singoli allievi al termine del corso di studi, può anche fornire loro degli spunti utili per l'esame.

Ricordo un episodio insolito avvenuto nella mia classe intorno agli anni Novanta. Era l'ultimo anno di un corso di Scuola Magistrale; come ultimo tema di Pedagogia avevo scelto questo: "Come darò ai miei piccoli allievi la gioia di imparare". Il tema risultò molto gradito e anche le meno dotate di capacità espressiva, riuscirono ad esprimere i loro progetti per la futura attività di Maestra d'Asilo.
Avevo spiegato loro che dovevano illustrare come promuovere i primi processi di conoscenza del fanciullo, avevo consigliato di fare qualche citazione, se la ricordavano correttamente, di fare riferimento alla Psicologia, alla Didattica e soprattutto ai Pedagogisti dei quali condividevano i principi educativi.
Le vidi impegnarsi subito con molto entusiasmo, tutte, ad eccezione di una: Rita, la solita contestataria, non scriveva. Ma dopo una buona mezz'ora anche Rita (il nome è di fantasia) era sopra i suoi fogli.
Quando feci la correzione dei compiti mi trovai dinanzi ad una miriade di progetti: tre o quattro di loro, entusiaste sostenitrici della Montessori, progettavano di promuovere la spontaneità e l'apprendimento del fanciullo attraverso il metodo della pedagogista italiana. Una giovane neo-mamma si augurava, invece, di trovare per il suo bambino un'Insegnante capace di creare un ambiente familiare (modello Scuola materna Agazzi): quello sarebbe stato anche il suo metodo, nella convinzione che fosse l'unico capace di promuovere un sereno sviluppo cognitivo del fanciullo.
Quasi tutte esaltarono, giustamente, il valore formativo del gioco spontaneo attraverso il quale il bambino esplora il mondo che lo circonda e sviluppa tutte le sue capacità (intellettuali, affettive, senso-motorie,ecc.).

Altre scrissero che, siccome tutti i fanciulli amano disegnare e modellare, la personalità infantile deve essere promossa attraverso queste attività espressive. Ma non tralasciarono l'educazione musicale e quella motoria, citarono Froebel, Rousseau e Piaget, insomma tutte furono contente di aver potuto dimostrare, con quell'elaborato, la preparazione raggiunta in campo pedagogico.
Tutte, ad eccezione di Rita.
Come al solito Rita fece sentire la sua voce fuori dal coro e scrisse più o meno così:
"Io non sono in grado di svolgere questo tema. Non posso dire come vorrei dare la gioia di imparare, quindi come vorrei promuovere le capacità cognitive e lo sviluppo della personalità dei bambini a me affidati semplicemente perché ancora non li conosco. Soltanto quando avrò davanti a me la classe, quando avrò imparato a conoscere singolarmente tutti i bambini ed i loro eventuali problemi, solo allora potrò impostare un metodo specifico per la mia classe".

Come valutare questo tema, indubbiamente corretto sotto una certa angolazione (non diceva Gentile che il maestro è egli stesso metodo vivente e che la lezione nasce ogni volta dalla comunione con gli allievi?), ma che al tempo stesso era la negazione della programmazione didattica?
Confesso che rimasi sconcertata. Ricordo di aver detto a Rita che se è verissimo che la valutazione dei temi varia da insegnante ad insegnante, è anche vero che un compito non svolto non verrà mai giudicato sufficiente. Le consigliai pertanto di svolgere il suo elaborato, pur esprimendo liberamente le sue idee. Nello stesso tempo non riuscii a non dichiararmi soddisfatta perché evidentemente ero riuscita a sensibilizzarla al problema educativo, infatti lei aveva compreso il senso dell'educazione che deve essere intesa come servizio d'amore rivolto al singolo e non come una tecnica generalizzata.

 


copyright © Educare.it - Anno III, Numero 4, Marzo 2003

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