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Quale tipo di educazione?

In questo periodo si parla molto, a motivo dei recenti fatti di cronaca, di famiglia, di scuola, di televisione, dei loro compiti e dei loro effetti nella formazione dei nostri ragazzi. Si riavverte insomma in questo periodo un bisogno di educazione: ci si chiede se sia più opportuno che i genitori tornino "all’antica", recuperando l’autorevolezza perduta, oppure se nell’attuale società, dinamica e turbolenta, non sia più adeguata un’educazione paritaria, quindi anche permissiva e liberale.

Tutto questo argomentare dei mass media su questi temi mi riporta alla mente un episodio avvenuto a Scuola cinque o sei anni fa, che mi ha coinvolta personalmente.

Si tratta di una piccola vicenda, addirittura banale rispetto ai terribili fatti della cronaca attuale ma, a mio avviso, abbastanza significativa dal punto di vista pedagogico.

Un giorno stavo spiegando Platone e la classe mi seguiva in silenzio, con attenta partecipazione. Ad un certo punto un alunno, uno spilungone ripetente, si alzò dall’ultimo banco, si avvicinò alla porta e mi disse: "Io vado in bagno". Guardai l’orologio e, vista l’ora, gli risposi: "Tra dieci minuti c’è la ricreazione, perciò aspetta e segui la lezione", poi aggiunsi subito: "se proprio non puoi farne a meno, vai, altrimenti torna al tuo posto e segui la spiegazione". Tornò al suo banco, brontolando fra i denti. Credevo che l’episodio fosse finito lì, invece la mattina successiva fui chiamata in Presidenza. Con il Preside c’era quell’alunno (che chiamerò Giovanni) ed i suoi genitori.

Compresi subito cosa avrei dovuto aspettarmi, infatti il Preside, dopo aver sentita la mia versione, diede la parola ai genitori del ragazzo che si lamentarono dell’"ingiustizia" subita dal loro figliolo accusandomi addirittura di perseguitarlo dal momento che anche un’altra volta gli avevo negato il permesso di uscire (quella volta dall’Istituto) non consentendogli di comperarsi la colazione. Sempre con mal celata indignazione mi dissero poi che loro, riponendo la massima fiducia nel proprio figliolo, lo lasciavano agire in modo completamente autonomo, senza restrizioni od imposizioni di sorta, figuriamoci se potevano sopportare quanto era accaduto per ben due volte, per giunta in un Istituto privato! Avrei avuto molti argomenti con cui replicare, ma il Preside tagliò corto dicendo che io avevo semplicemente fatto rispettare le disposizioni che lui aveva dato.

Giovanni era rimasto sempre in silenzio; serio e silenzioso restò anche alcuni giorni dopo, durante la nostra lezione successiva. Giunti all’intervallo, quando tutti i suoi compagni furono usciti, si avvicinò alla cattedra e mi disse: "Professoressa, mi dispiace tanto che sia stata richiamata dal Preside, io non volevo".

Anche io, non solo i suoi genitori, consideravo Giovanni un buon ragazzo, vagabondo, scansafatiche, ma buono, tuttavia quelle parole mi giunsero del tutto inaspettate. Gli risposi che non doveva preoccuparsi perché in fondo non era successo niente di grave, comunque lo ringraziai per quanto mi aveva detto. Però Giovanni non era ancora sereno. Gli chiesi allora se voleva dirmi ancora qualcosa ed egli, arrossendo un poco, mi chiese: "I miei genitori si sono comportati male, vero?". Rimasi un attimo senza parole perché certo non mi sentivo di condividere l’intervento dei suoi genitori, però non volevo assolutamente svalutarli dinanzi ai suoi occhi. Gli risposi più o meno così: "Giovanni, la reazione dei tuoi genitori mi è sembrata veramente esagerata, però se sono venuti a parlare con il Preside, vuol dire che tra di voi c’è un buon dialogo e anche se dichiarano di volerti lasciare libero, mi sembra che in realtà s’interessino molto di te e tutto questo è molto positivo". Il volto di Giovanni si illuminò ed egli assunse di nuovo quell’espressione radiosa che hanno gli adolescenti quando sono felici, di corsa si precipitò fuori dall’aula per fare la sua ricreazione.

Io rimasi in classe a pensare a quanto era accaduto. La mia prima riflessione fu come madre: pensai ancora una volta a quanto sia arduo e delicato il mestiere di noi genitori dal momento che ogni nostro agire lascia sempre un’impronta, nel bene e nel male, sui nostri figli.

La seconda riflessione fu come insegnante: mi resi conto di non aver fatto comprendere a Giovanni che la libertà dell’individuo e della collettività si realizza proprio con il rispetto della norma. Mi proposi di sviluppare questo argomento trattando i grandi "auctores" della Filosofia e della Pedagogia; ma forse il giusto rapporto disciplina-libertà Giovanni lo aveva già interiorizzato nella sua coscienza.

 


copyright © Educare.it - Anno III, Numero 3, Febbraio 2003

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