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Un pacco a sorpresa

In questo periodo in cui i sentimenti sembra non esistano più, in cui i valori sembrano affievolirsi fino a perdere significato, voglio ricordare un episodio che pare d’altri tempi e invece è accaduto soltanto tre o quattro anni fa. Se ben ricordo nel 1998 si era iscritta nel nostro Istituto una signora che aveva superato i quarant’anni e intendeva frequentare il Corso per Maestra d’Asilo.

Si rivelò subito un grande problema perché la sua preparazione era molto scarsa, non sapeva esprimersi correttamente, aveva una forte inflessione dialettale, nello scritto faceva errori di ortografia e soprattutto doveva scrivere (male) con la mano sinistra perché la destra le era stata amputata a seguito di un incidente.

Noi Insegnanti cercammo di aiutarla in tutti i modi. Io ed un’altra Insegnante le consentimmo anche di registrare le nostre lezioni, ma siccome ci disse che, tutto sommato, studiava meglio leggendo gli appunti scritti, chiedemmo alle altre allieve di scrivere, a turno, con la carta carbone in modo da realizzare una copia per questa compagna sfortunata. Sapevo che altre volte ricorreva alle fotocopie, ma non spesso perché questo mezzo era il più costoso. Così, sia pure in modo eterogeneo, prendeva nota scrupolosamente di tutto. Ma un giorno l’Insegnante di Lettere, non riponendo alcuna fiducia nell’esito positivo dei suoi studi, ci disse che stavamo tutti perdendo tempo e che l’alunna avrebbe fatto meglio a ritirarsi; lui stesso cominciò a trascurarla. Io non ero assolutamente d’accordo e invece di mollare intensificai il mio impegno, ritenendolo un mio dovere. Cedere in quel momento, a metà anno, mi sembrava il fallimento del mio lavoro ed un atteggiamento assurdo per chi si occupa di educazione. Sapevo poi che quella signora aveva fatto grossi sacrifici per pagarsi la retta dell’Istituto, sapevo che voleva tenacemente conseguire la licenza della Scuola Magistrale per avere, come invalida civile, "un posto buono" come lei diceva, sicuramente migliore di quello che avrebbe avuto senza alcun titolo di studio. Ottenere un buon posto era il suo sogno e la sua grande volontà fu per me un grosso stimolo: ricordo di aver dedicato a lei molto tempo e molto impegno per cercare di colmare le lacune e limare la rozzezza dell’espressione, ma intimamente anche io ero preoccupata. Mi chiedevo, tra l’altro, come avrebbe potuto studiare con quegli appunti in parte scritti da sé, in parte fotocopiati, oppure scritti con la carta carbone con grafie diverse: fogli sparsi, disuguali per formato e per scrittura.

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Ogni anno, quando i programmi erano svolti, era mio metodo iniziare il ripasso e concludere la preparazione con una sorta di prova d’esame. Quell’anno il mio disappunto fu grande quando mi accorsi che proprio a quell’allieva più debole mancavano molte delle ultime lezioni di Didattica: la compagna incaricata di scrivere la copia per lei non l’aveva fatto. Ricordo di averla rimproverata per questo, ma inconsapevolmente ero stata ingiusta. Infatti il giorno successivo quella stessa ragazza si presentò a Scuola con un pacco enorme: durante l’anno aveva ricopiato a macchina tutte le lezioni, di tutte le materie, per la compagna invalida e, ben raggruppate e confezionate, le aveva portate il giorno in cui si iniziava il ripasso generale: Non aveva detto niente perché voleva fare una sorpresa e un dono alla compagna. Ai nostri complimenti lei rispose minimizzando l’iniziativa, dicendo che era stato un lavoro utile anche per lei perché scrivendo ricordava meglio le lezioni.

Ho voluto ricordare questo episodio di solidarietà perché, se la cronaca ci propone oggi tanti fatti sconcertanti, la realtà del mondo giovanile è anche questa, anzi io credo che sia soprattutto questa, atta di tanti piccoli, anonimi gesti buoni, di impreviste generosità che devono essere resi noti perché la sensibilità e il cuore dei giovani si educano anche con l’esempio.

La signora fu rimandata in Italiano, Storia e Matematica, ma a Settembre riuscì a realizzare il suo sogno.

 


copyright © Educare.it - Anno II, Numero 8, Luglio 2002

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