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Le punizioni sono sempre utili?

Agli inizi della mia carriera scolastica venivo incaricata spesso di fare delle supplenze alle Medie. Credo che non dimenticherò mai un'esperienza vissuta con uno di quei ragazzi che vengono definiti  "difficili"  che frequentava la terza media.

Sapevo che l'avrei incontrato perchè mi avevano parlato di lui : mi avevano detto che era ribelle ed indisciplinato; mi consigliavano di essere severa e, se necessario, di ricorrere anche a provvedimenti disciplinari nei suoi confronti.

Fu facile riconoscerlo, anche prima di aver fatto l'appello : il volto corrucciato, i capelli arruffati , l'aspetto goffo, ma, al contrario di come veniva descritto, non notai un'aria ribelle sul suo volto.

L'argomento della lezione era costituito dalla lettura e commento del "Cinque Maggio" di Alessandro Manzoni. Cominciai a spiegare : immediatamente il ragazzo  (che chiamerò Luca)  estrasse dalla cartella "La Gazzetta dello Sport" e la spalancò  sul banco. Lo invitai a mettere via il giornale e a seguire sul suo libro la lirica del Manzoni. Inutilmente. Per qualche minuto andai avanti con la lezione come se niente fosse successo. Luca cominciò allora a voltare rumorosamente le pagine del suo quotidiano, facendo ridere tutta la classe.

Minacciandolo di sequestrargli il giornale lo invitai ancora di metterlo nella cartella, cosa che fece, ma contemporaneamente mise sul banco  "La Settimana Enigmistica". Presi quella rivista dicendogli che l'avrebbe riavuta al termine della lezione, se si fosse comportato disciplinatamente.

Seguì circa un quarto d'ora di calma, improvvisamente dei tonfi cupi e ripetuti ruppero il silenzio: Luca stava battendo ripetutamente e con violenza il capo contro il muro. Andai di corsa a fermarlo per evitare che si facesse male seriamente; a quel punto mi aggredì con parole irripetibili e con terribili invettive.

D'istinto pensai di mandarlo fuori dall'aula e possibilmente anche dalla Scuola, invece lo abbracciai accarezzandogli la fronte sudata.  Si calmò, poi silenziosamente cominciò a piangere.

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Luca, ragazzino allora quattordicenne, ha vissuto i primi otto anni tra il Brefotrofio ed un altro Istituto per fanciulli abbandonati, poi è stato adottato. I genitori adottivi, dopo anni di litigi ed incomprensioni, si sono separati. Entrambi impegnati professionalmente , in pratica  essi si occupavano di Luca solo dal punto di vista economico, così, sia che il ragazzo vivesse a casa della madre o presso l'abitazione del padre, egli era sempre solo o,quando andava bene, in compagnia di una persona di servizio. Le decisioni dei genitori in merito alla sua educazione erano sempre discordanti; su un unico punto erano d'accordo : fargli frequentare un buon Istituto privato,purchè ci stesse il maggior tempo possibile.

Devo ammettere che anche la Scuola, in quegli anni, non era molto preparata ad affrontare i problemi di questi soggetti difficili. Le direttive erano improntate alla severità  e al rispetto delle norme disciplinari, sicuramente giuste, ma a mio avviso a volte il cuore deve prevalere anche sulla norma.

Luca quell'anno fu bocciato perchè agli esami fece scena muta. Mi disse che tenne intenzionalmente  quell'atteggiamento,per tornare nel nostro Istituto ancora un altro anno. Non so quanto ci sia di vero in questa sua affermazione, è certo però che da quel giorno io divenni il suo interlocutore preferito, anzi l'unico.

Il suo profitto fu sempre appena sufficiente, anche l'anno successivo, riuscì comunque ad essere promosso. Ricordo che venne a dirmelo  con il volto raggiante, con un sorriso che non avevo mai visto sul suo viso.

Credo che per la prima volta nella sua vita ebbe stima di se stesso ed io mi auguro di aver contribuito a fargli salire quel piccolo gradino.

 


copyright © Educare.it - Anno II, Numero 5, Aprile 2002

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