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Una caduta provvidenziale

La mia Scuola era situata nel centro di Roma. Il palazzo, di epoca umbertina, c'è ancora, la Scuola non esiste più. Una sera, intorno agli anni ottanta, percorrevo la lunga strada adiacente al palazzo che ospitava l'Istituto scolastico e avevo, come sempre in quell'anno, una profonda inquietudine interiore: dopo tanti anni d'insegnamento quell'anno mi era stata assegnata una classe con la quale non riuscivo a comunicare. Si trattava di un Corso serale per Dirigenti di Comunità organizzato per alcune portantine di un Ospedale di Trastevere : erano sei allieve, tra signore e signorine, con le quali, nonostante i miei tentativi di stabilire un rapporto accettabile, si era instaurata un'atmosfera di freddezza assoluta.

Il mio rammarico era immenso anche perchè con la classe della mattina (IV Istituto Magistrale) avevo invece un'ottima intesa, un rapporto quasi affettuoso.

Ricordo che mentre mi affrettavo a raggiungere la Scuola mi venne in mente quel bellissimo lamento dell'educatore di Epitteto nel quale l'antico filosofo esprime tutta la sua amarezza quando si accorge che, pur mettendocela tutta, il discorso educativo non decolla; egli dice: "Io sono il vostro educatore...ho questa mira, rendervi liberi...e voi siete qui per imparare...perchè allora non portate a termine il vostro compito....ed io sono provvisto della preparazione necessaria? Che cosa c'è che manca?" (Diatribe, II L. Cap.XIX).

Ma pretendere di fare riflessioni filosofiche per le vie di Roma, specialmente di sera è veramente rischioso, infatti un "sampietrino"  dissestato mi fece letteralmente planare a terra. Giunsi a Scuola in ritardo, con le calze rotte, le ginocchia tumefatte, uno in particolare e gli abiti sporchi. Nel giro di pochi minuti avevo sei "angeli" intorno a me che con premura calda ed affettuosa, si davano da fare per pulire e medicare le mie ferite. Io le osservavo commossa : volevo dire loro che, tutto sommato, non ero così grave da richiedere tutte quelle attenzioni, ma capivo che volevano rendersi utili,volevano dimostrarmi le loro capacità e speravo tanto che questo evento sbloccasse la tensione che si era creata fra noi. Così fu.  Io compresi allora come la formazione di un adulto non sia meno delicata e difficile di quella di un bambino. Un fanciullo è un individuo in formazione che deve essere aiutato a liberare le sue potenzialità, a sviluppare la sua interiorità proponendogli valori positivi, punti  di riferimento certi, principi assoluti. L'adulto, già formato, spesso è ben disposto ad accettare, insieme all'istruzione, il ruolo di guida che inevitabilmente l'Insegnante  esercita su di lui; altre volte invece sentimenti di ribellione, d'insoddisfazione ed anche di vergogna lo portano ad avere verso l'educatore un atteggiamento ostinatamente avverso. Questo era quanto si era verificato con la mia classe, ma in quel momento io avevo bisogno di loro e, mentre si occupavano di me, mi resi conto che spesso l'educazione deve parlare da persona a persona, dimenticando ruoli e differenze.

Il fanciullo accetta meno faticosamente il concetto di autorità  che viene dal Maestro proprio per il suo "status" di minore. L'allievo adulto ha bisogno di sentire l'amicizia del suo Insegnante, ma questa deve essere espressa, a mio avviso, attraverso la comunicazione non verbale : i gesti,il tono della voce voce , il comportamento sanno arrivare al cuore meglio di tante parole e non alterano  la dignità della persona, quella dell'Insegnante, che, anche nel rapporto fra persone adulte , deve ispirare sempre quel sentimento di rispetto che, con gli anni, si trasformerà in un grato ricordo.

 


copyright © Educare.it - Anno II, Numero 5, Aprile 2002

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