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Un ragazzino sfortunato

Nel lontano 1872, lamentando la Scuola dei suoi tempi, e in particolare i Licei, Nietzsche scriveva: "No, miei studenti liceali, la Venere di Milo non vi importa nulla; ma importa altrettanto poco ai vostri Insegnanti, e questa è la disgrazia , questo è il segreto dell’odierno Liceo. Chi potrà condurvi sino alla patria della cultura se le vostre guide sono cieche, pur spacciandosi ancora per gente che vede?………siete avvezzati a tentare la critica estetica in modo autonomo,mentre vi si dovrebbe guidare ad un rispetto devoto per l’opera d’arte ; siete abituati a filosofare in modo autonomo, mentre bisognerebbe costringervi ad ascoltare i grandi pensatori." ("Sull’avvenire delle nostre scuole", Adelphi, pagg. 54,55).

Il giovane Nietzsche, sensibile ai problemi dell’educazione e della cultura, polemizzava sulla Scuola del suo tempo perché, a suo dire, non valorizzava adeguatamente lo spirito classico: mancava nella didattica liceale la relazione fra i classici tedeschi e la cultura classica. Egli era convinto inoltre che solo "una profonda interpretazione dei problemi eternamente uguali" affrontati dai Greci e dai Romani è in grado di fornire la vera cultura e quindi di formare persone libere. Tutto il resto è falsa cultura.

Ma tra gli Insegnanti attuali quanti sono quelli che ricordano gli ideali dei grandi pensatori classici? E quanti conoscono o ricordano i grandi educatori?

Quante volte mi sono posta questa domanda! Nei lunghi anni di insegnamento ho conosciuto tanti validissimi docenti, autentici missionari dell’educazione, ma purtroppo ho incontrato anche molti colleghi insensibili ed indifferenti ai problemi degli allievi.

Ho avuto occasione quest’anno di tenere alcune lezioni sul disegno infantile come test psico-diagnostico e, come mi accade sempre ogni volta che rifletto su questo argomento, mi è tornato alla mente un episodio avvenuto intorno agli anni Ottanta nel nostro Istituto.
Da molto tempo non insegnavo più alle Scuole Medie, ma soltanto alle superiori. Conoscevo però il caso del nuovo arrivato in 1° Media perché ne parlavano molto, in senso negativo, i suoi Insegnanti.

Mario (lo chiamerò così) era considerato dai Professori apatico, svogliato, ansioso, negato per tutte le materie, privo di interessi e incapace di socializzare con i compagni.
Indubbiamente era così, però, guardando i suoi occhi tristi ed impauriti, avevo la sensazione che si poteva fare qualcosa di più per cercare di comprendere i problemi psicologici di quel ragazzino. Così quando il Preside nel corso di una riunione ci informò che era sua intenzione espellere dall’Istituto quell’allievo, sia per il profitto e sia (o forse soprattutto) perché non pagava la retta, ne fui veramente addolorata. Dopo aver riflettuto tutta la mattina, mi feci coraggio e chiesi al Preside di consentirmi un colloquio con Mario prima che fosse allontanato dalla Scuola.

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Il colloquio ci fu e fu impressionante. Mi avvicinai a Mario durante la ricreazione. Stava mangiando qualcosa in un angolo del cortile mentre i suoi compagni rincorrevano una palletta.
Non ricordo nei dettagli il nostro colloquio ma solo il senso del nostro dialogo; le frasi furono più o meno queste :

  • Non hai voglia di giocare con i tuoi compagni?
  • (non rispose)
  • Qual è la tua squadra preferita?
  • (nessuna risposta)
  • Scommetto che sei romanista.
  • (silenzio)
  • Allora sei laziale.
  • (silenzio)
  • Ho indovinato, fai il tifo per la Juventus!
  • No, per la Juventus no, disse con convinzione

Felicissima per aver avuto una risposta, incalzai con altre domande su quell’argomento.

  • Dimmi qual è la tua squadra del cuore.
  • Da piccolo ero romanista, ma adesso non lo sono più.
  • Perché, ti ha deluso la Roma?
  • Non mi ha deluso la Roma….(fece una lunga pausa poi proseguì):
    Non sono più romanista perché la Roma è la squadra del cuore di mio padre.

Fui molto colpita da questa risposta e non aggiunsi altro. Non era difficile capire che esisteva un problema con il padre. Pensai che forse quello era proprio "il problema" che rendeva Mario un diverso. Mi venne in mente allora di chiedere la collaborazione della collega di Educazione Artistica; le chiesi di assegnare ai ragazzi un disegno a soggetto: far disegnare una famiglia.
Senza essere Psicologi comprendemmo subito che mentre i disegni dei compagni rappresentavano più o meno tutti "famiglie" serene, Mario esprimeva in maniera drammatica la sua sofferenza interiore.
Aveva disegnato una famigliola di cani, i genitori erano bianchi, mentre due cuccioli erano maculati.
Gli chiedemmo perché i cuccioli fossero di razza dalmata e i genitori no.
"Ma non sono dei cani dalmata" esclamò, "quelle macchie sono i segni delle bòtte che prendono dal padre!"
Poco dopo il Preside gli scoprì le braccia e le gambe : erano piene di lividi!

Il Preside prese a cuore questo caso e cominciò ad indagare sulla famiglia. Si seppe così che il padre di Mario era un alcolista, che lavorava saltuariamente,che maltrattava i figli e che la madre , terrorizzata, era incapace di affrontare la situazione.
Mario non completò da noi l’anno scolastico perché fu ospitato, insieme al fratello, in un Istituto specializzato per il recupero di questi fanciulli.

Mi auguro che ora sia un uomo sereno, anche se i ricordi della sua triste infanzia non potranno certo essere cancellati. I suoi problemi nascevano dalla famiglia ma , se avesse incontrato degli insegnanti più sensibili ed attenti, le sue sofferenze sarebbero state sicuramente più brevi.
I docenti devono certamente fornire vera cultura, ma devono anche saper vedere i loro allievi con gli occhi del cuore.

 


copyright © Educare.it - Anno IV, Numero 7, Giugno 2004

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