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Dal "contagio emotivo" al "sostegno tifosistico"

Mi spinge a scrivere la constatazione stupita della modificazione di atteggiamento osservata nella modalità di fronteggiare una situazione difficoltosa in un adolescente a seguito di un colloquio.

Si tratta di un tredicenne, albanese di nascita, adottato da una famiglia italiana quattro anni fa. 
La sua ‘diversità’ lo ha ben presto reso almeno in parte oggetto, tra i compagni di scuola, dell’ormai dilagante fenomeno del ‘bullismo’. 
Tra le tante difficoltà d’inserimento, ogni giorno si trova costretto ad affrontare le derisioni dei compagni che ironizzano con un certo cinismo sul subìto abbandono da parte della madre naturale; lo stigmatizzano nella facile generalizzazione di ‘albanese-delinquente’; lo bollano ‘tartaglione-balbuziente’ (alla difficoltà della nuova lingua, si aggiungono problemi di articolazione dei suoni, non affrontati logopedicamente negli anni dell’infanzia) oppure ‘handicappato’ per non sapere ancora disimpegnarsi con prontezza e scioltezza nelle situazioni quotidiane, ecc.

La situazione sembra essere aggravata dalla sofferenza dei genitori adottivi che, in una sorta di comprensibile ‘contagio emotivo’ con il figlio, amplificano il suo disagio fungendogli da ‘cassa di risonanza’ e appesantendolo del loro rammarico e della loro rabbia impotente.

L’ultimo episodio accaduto a scuola sembrava davvero imbarazzante e un po’ umiliante per chiunque. Tanto più per Elir. 
La giornata scolastica è al termine quando arriva a casa una telefonata dalla segreteria dell’Istituto Comprensivo frequentato dal ragazzino: Elir è chiuso a chiave in bagno, piange e si rifiuta di aprire a chiunque. 
‘Si è sporcato’, così dice tra le lacrime, e sa bene che uscendo verrà pesantemente ridicolizzato da tutta la classe. Per di più è letteralmente assalito dai sensi di colpa per l’accaduto. 
In preda all’ansia ripete: "Non ho fatto apposta", "Non è colpa mia", "Adesso io pulisco tutto…". 
Si riesce a fargli aprire la porta solo al termine della giornata scolastica, dopo avergli fatto pervenire i jeans di ricambio. Ma tutti sanno (lui per primo!) che l’indomani, a scuola, sarà una giornata terribile. Gli anticipi degli sberleffi si odono già dai commenti dei bambini, tra le risate, all’uscita di scuola.

Superata la paura della reazione dei genitori, dopo essersi accertato che non sono affatto arrabbiati con lui per l’accaduto, come invece gli faceva supporre il suo forte stato di colpevolezza, occorre ora affrontare la paura dell’impatto del giorno dopo con i ragazzi. 
Elir non vuole andare a scuola. La madre, comprensibilmente esasperata, sfoga tutta la sua rabbia contro gli insegnati che sottovalutano il problema delle ricorrenti prese in giro sul figlio, ma anche contro l’insolenza dei compagni di scuola e contro l’ignavia delle loro famiglie che non intervengono sui comportamenti aggressivi, talvolta razzistici, dei figli. 
Certo, il problema è da denunciare a scuola e famiglie. 
Ma intanto Elir, percependo questi discorsi e, soprattutto, questi stati d’animo, si sente sempre più nel ruolo di ‘vittima’. Riconosciuto e riconfermato tale pure dalla sua famiglia. E ha sempre più paura.

Cosa fare, dunque, almeno nell’immediato della situazione contingente che si è venuta a creare? Come intervenire? Non mandarlo a scuola l’indomani? Ma si accrediterebbe la sua paura! Mandarlo e far finta di niente? Ma si sottovaluterebbe la realtà del suo grande disagio. 
È in questo contesto che si inquadra il lungo dialogo che ho avuto con Elir. Lui mi racconta l’accaduto e continua a ripetere e a lamentarsi che tutti lo prendono sempre in giro.

Come portarlo a reagire? Come farlo uscire dal ruolo di perseguitato, pur riconoscendo e accogliendo la sofferenza del suo sentirsi tale?
Di fronte al suo racconto, il mio primo moto interiore è identico a quello della madre: una sorta di ‘contagio emotivo’. Mi spiegava angustiato:

"Fuori c’era un bambino che mi diceva ‘Elir che c’è?’ perché sentiva che io piangevo. Io non ho riconosciuto chi era quel bambino. Non capivo di chi era quella voce. Però mi diceva che era di un amico, così gli ho raccontato tutto".

Venuta a conoscenza che mentre Elir piangeva in preda al panico, ‘l’amico’ ritornava in aula contorcendosi dalle risate, non ho potuto non provare una grande rabbia. Ma capisco subito che questa rabbia non sarebbe servita a Elir. Non avrei dovuto incrementare anch’io il suo senso di frustrazione. Dovevo ‘alleggerirglielo’, non ‘appesantirglielo’. Se volevo aiutarlo, non potevo rimanere sul suo ‘stesso piano’, non potevo essere per lui una specie di ‘prolungamento’o ‘ampificatore’ del suo sentire, ma dovevo distaccarmi per spostarmi sul ‘livello dell’educatore’.

Sfrutto i miei vivi sentimenti di indignazione e il mio coinvolgimento emotivo, per dirgli con sincerità ed intensità emotiva, che riesco a immaginare molto bene ‘il male che ha sentito e che di sicuro sentirà’ quando i bambini l’indomani rideranno di lui per l’episodio del bagno.

Intuisco che mi sente ‘sintonizzata’ sul suo disagio.
Capisco che posso andare oltre. Affermo con forza che, nonostante il disagio che comprendo, lui non ha assolutamente niente di cui vergognarsi per quel che è capitato e che a questa certezza l’indomani deve rimanere aggrappato. 
Perché l’indomani si tratterà di una sfida. Una grande sfida tra Elir che si lascia determinare e guidare dai giudizi degli altri e l’Elir che invece sta crescendo, sta diventando autonomo e sta imparando a prendere in mano le redini della propria vita, tagliando ogni filo, paura che lo rende dipendente dai propri compagni. 
L’idea della ‘sfida tra Elir e Elir’ gli piace molto. Reagisce immediatamente: dalla passività del ruolo di vittima, lo vedo passare rapidamente alla reattività e combattività del lottatore. Sembra non aspettasse altro! Capisco di aver toccato le corde giuste.

E allora insisto.
Mi sovviene del suo desiderio di "fare da grande il missionario in Albania, per aiutare i bambini poveri dei collegi". E allora, sfoderando una sapienza presa in prestito dai miei ‘maestri di vita’, dichiaro che solo chi è libero può decidere di giocare la sua libertà per aiutare gli altri. E il giorno dopo si combatterà una battaglia, sicuramente ‘dolorosa’ come sono tutte le battaglie, tra l’‘Elir libero’ e l’ ‘Elir schiavo’ delle critiche e delle derisioni altrui. Gli racconto anche delle piccole battaglie della mia vita. Si entusiasma sempre di più!

Improvvisamente e inaspettatamente mi pone poi di fronte a una delle basilari questioni … teologico-filosofiche: "Questa cosa brutta che mi è successa allora me l’ha mandata Gesù per farmi crescere, vero? E non il diavoletto per farmi un dispetto!". 
Come a dire "Da dove viene il male? La storia è guidata da una provvidenza divina, è casuale o ci sono altre forze in gioco?". 
Bel problema! E che rispondere adesso? Capisco comunque che Elir sta sempre più accogliendo e rielaborando l’accaduto come ‘momento positivo’, ‘occasione per crescere’, situazione da vivere attivamente e non da subire passivamente. 
E dunque proseguo: "Non lo so se te l’ha mandata Gesù, il caso o non so chi. Sicuramente, comunque, da chiunque sia arrivata, Gesù farà in modo che si trasformi per te in occasione di crescita. 
Domani prima di andare a scuola chiedigli che ti aiuti a far vincere Elir forte, su Elir che soffre e si affligge. Dalla parte di Elir, insieme al tifo di tutta la tua famiglia, ci sarà sicuramente anche il suo!".
Le questioni umane, d’altronde, vanno sempre affrontate in maniera interdisciplinare, sostiene il mio professore di psicologia (!)…

Il giorno dopo Elir è andato a scuola consapevole della situazione umiliante che lo attendeva (insieme avevamo anche passato in rassegna tutti gli ‘appellativi’ e le battutacce che potevano aspettarlo, così che nessuna lo cogliesse impreparato!), ma anche pieno di grinta e di voglia di lottare la sua sfida.

L’ho atteso all’uscita con un trofeo da regalargli, una coppa con tanto di targhetta: una battaglia era stata vinta. O quantomeno combattuta.

 


Nota
1. Per ‘bullismo’ si intende l’insieme di atteggiamenti e/o comportamenti che, facendo violenza psicologica su qualcuno preso a vittima, implicano azioni moleste e violente tese deliberatamente a fare male e a colpire sul piano fisico, verbale o indiretto


copyright © Educare.it - Anno IV, Numero 7, Giugno 2004

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