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I colloqui con le famiglie: un momento di crescita da rivalutare

Il concludersi di ogni quadrimestre, così come in ogni altro momento della vita scolastica, un docente si trova ad affrontare i colloqui con le famiglie. Voglio ancora usare il termine “famiglie” anche se spesso capita di parlare solo con uno dei genitori, generalmente le mamme, segno che i padri sono ancora i grandi esclusi nel processo educativo e di crescita scolastica dei figli.

Ho avuto modo di riscontrare come per molti (colleghi) insegnanti questo tipo di incontro rappresenti un peso quasi insostenibile, un momento ritenuto poco importante per il percorso formativo di uno studente, probabilmente un momento dove oltre a esprimere una valutazione dei propri alunni, giudichiamo noi stessi e dagli altri veniamo giudicati. Per alcuni docenti questo può rappresentare un ostacolo proprio perché si teme il giudizio e può capitare di doversi mettere in discussione. Del resto credo il “bravo insegnante” sia proprio quello che sa mettersi in discussione ogni volta che entra in classe.

Pur avendo, come insegnante di religione, molti alunni divisi in tante classi (e a volte in scuole diverse!), cerco di dedicare ai colloqui con i genitori un tempo decisamente importante. Con l’esperienza ho visto come questa consuetudine ha portato degli effetti benefici e spesso molti genitori hanno espresso, con una certa sorpresa, il loro gradimento nell’incontrare un insegnante che spesso non è facile da conoscere. Quando incontro i genitori metto sempre due sedie davanti alla cattedra, nella speranza che siano riempite entrambe, faccio accomodare i genitori e iniziamo a parlare, cercando di instaurare un dialogo sereno; questo piccolo “cerimoniale” ho visto che spesso favorisce una certa apertura da parte di chi ho davanti. Se possibile cerco anche di offrire un caffè! È un modo come un altro per fare conoscenza. Ogni tanto inizio il colloquio chiedendo “cosa mi dice di suo figlio?”; davanti ad una tale domanda vedo un certo stupore, dal momento che molti mi dicono “mah… veramente siamo noi che vorremmo sapere qualcosa su nostro figlio!”. Quella domanda, così provocatoria, è un modo per dire che spesso noi insegnanti abbiamo bisogno dell’aiuto dei genitori per conoscere meglio i nostri alunni, soprattutto quelli con un carattere introverso o comunque dove c’è una difficoltà relazionale. Dalla descrizione, spesso attenta, di un genitore sul proprio figlio si comprendono molte cose: la visione di questa persona sul proprio figlio, se c’è una disponibilità alla collaborazione, se questo genitore considera il proprio bambino come una persona o come qualcosa che ancora gli appartiene e così via.

Generalmente i genitori che incontro si dividono in diverse “categorie”. Ci sono quelli che si siedono, stanno in silenzio, ascoltano e se ne vanno senza fare commenti: vi assicuro che sono i soggetti con cui mi trovo più a disagio perché non so cosa veramente pensano. Al contrario ci sono quei genitori che desiderano soprattutto essere ascoltati: qualche volta ho notato come noi insegnanti non siamo predisposti all’ascolto dell’altro, ma vogliamo sempre dire la nostra. Spesso con questi genitori si instaura una serena e proficua collaborazione. Raramente vengono dei contestatori, e anche qui potrei classificare quelli onesti intellettualmente e quelli che hanno comunque e sempre qualcosa da criticare! Poi invece ci sono anche quei genitori che vengono a “suggerire” all’insegnante come dovrebbe fare il suo lavoro: li ascolto perché credo che ci sia sempre da imparare, ma – se siete genitori – vi consiglio di non farlo mai, perché spesso si ottengono effetti controproducenti!

Ma cosa deve dire un insegnante? La verità. A volte la verità fa male, come diceva un ritornello di una celebre canzone, ma credo che la sincerità sia una componente fondamentale per costruire qualcosa di positivo, in ogni genere di rapporto. Generalmente cerco sempre di parlare dell’alunno in termini positivi, sottolineando più le capacità rispetto alle deficienze. Lì dove però ci sono degli aspetti negativi da evidenziare ritengo che un insegnante abbia il dovere di riferire sempre tutto; l’importante è non mandare via un genitore scoraggiato, ma formulare insieme una strategia comune per intervenire positivamente nel processo educativo. Ritengo per questo non proficuo che nei colloqui siano presenti gli alunni, almeno nella scuola dell’obbligo: quando questi sono presenti cerco di sfruttare la situazione per sdrammatizzare un po’ e magari suscitare qualche sorriso distensivo.

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Il fatto che io abbia sottolineato l’aspetto della massima sincerità da parte degli insegnanti è dovuto ad un altro problema che ho avuto modo di osservare. Può capitare che qualche simpatica e bonaria maestra scambi il proprio ruolo di insegnante con il ruolo di mamma; questo capita sovente quando – conoscendo la persona – si evidenziano delle storie personali un po’ particolari. Questa proiezione del ruolo materno è da un lato poetico, dall’altro però fondamentalmente dannosa per tutti perché fa vedere solo ed esclusivamente gli aspetti positivi: è così che tutti vanno bene, sono splendidi e adorabili allo stesso identico modo. Non è un caso che davanti a simili situazioni la mia visione di un insegnante che comunque ha anche molti altri alunni e molte classi si discosta da certi giudizi. Spesso il docente specialista – cioè colui o colei che insegna solo una specifica materia (lingua straniera, religione, educazione musicale, motoria ecc.) – riesce, pur nella sua parzialità di tempo rispetto agli altri insegnanti, ad individuare degli aspetti nuovi, su cui può arrivare a riflettere tutto il team docente.

Nei colloqui con i genitori emergono in certi casi le dinamiche emotive, psicologiche ed educative che regnano in un contesto così complesso e articolato, quale la famiglia. Spesso mi capita di sentire delle storie drammatiche, di cui sento il peso sulle spalle e che sovente mi lasciano addolorato, mai indifferente: separazioni non pacifiche da parte dei genitori, lontananza di uno o dell’altro per motivi di lavoro, abbandoni o storie iniziate male e finite peggio. Qualche volta mi capita di assistere a degli sfoghi da parte dei genitori che mi fanno pensare a quale peso possano avere certe situazioni sui figli. Un bambino a scuola fa trasparire il proprio vissuto familiare, del quale si ha percezione diretta quando si incontra il genitore. A volte si conoscono anche delle belle persone che educano i propri figli in modo esemplare, ma il continuo diffondersi di una mentalità contraria alla famiglia, improntata all’individualismo, ha prodotto un generale vuoto di valori e di progetti comuni preoccupante. Non a caso sono proprio le famiglie dei bambini in difficoltà le più restie a parlare con gli insegnanti. Questo è un ostacolo davvero insormontabile in alcuni casi, che complica il processo educativo e non permette di stabilire un rapporto con nessuno membro della famiglia.

Un genitore (meglio tutti e due i genitori) e un team di docenti dovrebbero incontrarsi individualmente almeno quattro volte l’anno. Sono fortemente contrario all’eccessiva confidenzialità, fatta di numeri di cellulare scambiati, visite a casa o uscite al ristorante tra i due attori della vita scolastica. In certi casi una certa ragionevole distanza fa solo del bene a tutti, proprio per salvaguardare l’imparzialità e la sincerità. Però è allo stesso tempo importante una certa reperibilità nei momenti e nei luoghi importanti: a scuola o magari attraverso la posta elettronica. Per un genitore è importante sapere che può comunicare senza difficoltà con gli insegnanti del proprio figlio. Da qualche anno ho intrapreso – con confortanti risultati - anche una comunicazione epistolare prima, e poi attraverso il mio sito www.andreagironda.it, con le famiglie: in quasi ogni casa c’è un computer collegato ad internet, e così un insegnante può “entrare” in ogni casa attraverso il pc. Una strada che andrebbe sviluppata e incoraggiata da parte delle scuole e delle istituzioni.

In questo breve articolo ho inteso evidenziare come i colloqui tra la scuola e la famiglia siano di estrema importanza. Si tratta di un momento delicato che andrebbe rivalutato e riscoperto come fondamento di una collaborazione capace di sostenere i ragazzi nel loro percorso di crescita personale e culturale.

 


copyright © Educare.it - Anno VII, Numero 3, Febbraio 2007

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