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Sulle classi differenziali (dedicato ad un collega insegnante)

classi differenzialiAvrei giurato che fossero estinti da una vita. Forse è perché ho la fortuna di frequentare generalmente persone di un certo spessore umano. Invece no, mi sono sbagliata: incredibilmente, esistono ancora! Li ho sentiti con i miei orecchi, esistono ancora insegnanti che sono per le classi differenziali. Sì, esattamente: aspirano a un bel ghetto, in cui internare -finalmente liberandocene!- i vari alunni “problematici”, quelli con disabilità, disturbi di apprendimento, difficoltà cognitive, DSA, ADHD, QI sotto a un dato livello e naturalmente handicap di vario tipo. Ma è soprattutto “per loro” che lo vogliono, “per il loro bene”, perché “tanto, in una classe di ‘normali’ sentirebbero sempre la loro ‘diversità’; emergerebbe sempre il divario rispetto agli altri e sarebbe frustrante confrontarsi quotidianamente con loro, con quelli bravi, ...poverini”.

Poi, certamente, manco a dirlo, è un bene anche per gli altri, per quelli “normali” di alunni: d’altronde, la presenza di ragazzi con disabilità “rallenta la classe e lo svolgimento del programma”. Immagino, infine -ma questo ce lo diciamo sottovoce, piano piano in un orecchio, perché sta brutto!-, che il bene più grande, caro collega, sia proprio per noi docenti: “Ah! Che pacchia, insegnare finalmente solo ai bravi, quelli intelligenti, che studiano e che apprendono pure da soli, senza di noi!”

Lo so, sono sarcastica come non è nel mio stile, ma questa cosa mi fa imbufalire, soprattutto se esce dalla bocca di un insegnante. Soprattutto se penso ai volti concreti dei miei ragazzi con il sostegno. Potrei iniziare col tranquillizzarti sullo svolgimento del programma, caro collega -e caro genitore che conti e confronti il numero di pagine studiate nel libro di tuo figlio con quelle del figlio della tua amica nell’altra sezione-, ricordandoti che non solo il programma non esiste più, ma che la vecchia corsa a chi sta più avanti e il programma lo finisce prima ha fatto sempre solo danni, e danni grossi. Più che sulle corse, a scuola, conviene puntare sulla “sacralità del tempo”.

Potrei spiegarti, caro collega, che portatori di handicap lo siamo tutti: lo sono i nostri alunni, tutti quanti, e lo siamo pure io e te …o magari a te non manca niente e ti senti perfetto com’è solo Nostro Signore? Potrei farti notare che accogliere gli altrui e i propri limiti sono dinamiche direttamente proporzionali, che si rafforzano a vicenda, circolo virtuoso a beneficio di serenità e salute mentale. Potrei spiegarti che, prima ancora delle tabelline o dei verbi, abbiamo il compito di insegnare ai nostri alunni a stare bene con tutti, a rispettare tutti, a costruire relazioni positive con tutti, a collaborare. Solo così avremo una società migliore. Potrei dimostrarti che quando gli alunni più avanti aiutano quelli più svantaggiati, finisce sistematicamente che a beneficiarne maggiormente sono sempre e proprio i primi, perché crescono enormemente, e non solo sul piano umano -che magari quello conta poco ai tuoi occhi!-, ma anche su quello delle competenze. Eh sì: anche su quello delle competenze! Potrei assicurarti che quando c’è qualcuno in difficoltà, la convenienza maggiore -certo, meglio se sai pure gestire bene la situazione e le dinamiche tra ragazzi!- ce l’ha la classe intera che impara ad accogliere, a relazionarsi, a collaborare, a tifare per l’altrui bene e a prendersi cura. Perché poi si sa: "chi cura l’altrui ferita, cura e guarisce la propria, di ferita" ("...e allora la tua ferita rimarginerà presto" - Is 58, 8).

E poi, ci sarebbe anche il ragazzo con disabilità: cosa vogliamo insegnargli? Che nella vita deve nascondersi, isolarsi dagli altri e vivere segregato, magari vergognandosi pure un po’, come per una colpa? O lo vogliamo crescere felice e integrato in società? E della fragilità -sua e nostra- inesorabilmente, ontologicamente innestata nella nostra vulnerabile natura umana, cosa vogliamo farne? Vogliamo estirparla come un tumore finendo necessariamente suicidi visto che è parte di noi o proviamo ad abbracciarla come nostra forza (“quando siamo deboli è allora che siamo forti”- 2 Cor 12,10), limite che, come “siepe” leopardiana, ci lancia verso l’infinito?

Sai caro collega, potrei anche confessarti che pure io, in un’occasione, sono stata tentata da un pensiero simile al tuo. Ricordo che quando mi trovai in classe quell’alunna molto speciale, inchiodata su una carrozzina senza neppure la possibilità di tener su la testa autonomamente, quasi del tutto priva di udito, di vista e persino di controllo degli sfinteri, che emetteva versi e bava ma non parole e che, se non fosse stato per le urla, ricordava quasi un vegetale… beh, pure io ho pensato che magari, per lei, sarebbe stato meglio essere accudita con maggior professionalità in un istituto specializzato, con gente più preparata di noi. E forse -chissà?- sarebbe stato davvero meglio per lei, ma non certo per noi, me compresa. La mia scuola ha costruito una nuova stanza solo per lei, riducendo lo spazio della mensa, per accoglierla al meglio e rispondere alle sue esigenze; quando si trattò di andare in gita, la mia collega del sostegno rifiutò categoricamente la proposta del padre di accompagnarla con il suo pulmino apposito, ma pretese che si affittasse un pullman speciale per il trasporto di disabili, affinché viaggiasse con tutti gli altri, incurante se questo fosse costato a tutti qualche euro in più. D’altra parte, una società umana, si fa carico dei più deboli. Non ci hanno forse insegnato che il primo segno di civiltà in una cultura antica fu, 15.000 anni fa, un femore fratturato, segno che qualcuno si prese cura del ferito, piuttosto che lasciarlo morire tra i predatori? E poi ricordo anche quell’alunno abbandonato dai genitori, autisticamente rinchiuso in se stesso, che invece con dedizione si apriva, prendendosi cura della sua amica speciale in carrozzina. Probabilmente, quell’anno, ha costruito e mosso più lei, con la sua sola scomoda presenza inerte, che tutti noi insegnanti messi insieme, con mille parole, prediche e progetti educativi.

Caro collega, potrei continuare a parlare per ore, ma temo che purtroppo non ti convincerò. (PS: Ah! A proposito della tua preoccupazione per la frustrazione che sentirebbe l’alunno disabile nel confronto con gli altri: se davvero la sente, ricorda che moltissimo dipende da te e da come -e "se"!- gestisci e guidi le dinamiche relazionali tra i ragazzi!)


copyright © Educare.it - Anno XXIV, N. 2, Febbraio 2024