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Adolescenza e disabilità intellettiva: uno studio di caso - Risultati - prima parte

Discussione sui principali risultati

La condizione dell'adolescente con disabilità intellettiva può essere pienamente compresa solo se consideriamo, come punto di partenza, le modalità con cui, noi tutti, ci relazioniamo a lui o a lei. I nostri atteggiamenti nei confronti di un determinato “problema”, sono infatti il frutto di condizionamenti sociali e culturali dei quali non sempre siamo consapevoli.

I risultati che riassumo prendono come riferimento teorico la Classificazione ICF ed il relativo modello “biopsicosociale”, che considera la disabilità non solo come un disturbo o una menomazione, ma principalmente come un prodotto sociale.

1) RAPPRESENTAZIONI NEGATIVE DELLA DISABILITA'

È stato possibile osservare come le rappresentazioni più comunemente associate all'immagine del giovane preso in considerazione siano quelle di “eterno bambino” e di “malato” bisognoso di cure (4).

Giuseppe viene considerato in una dimensione infantile e gli vengono attribuiti ruoli che sono anche al di sotto delle sue capacità effettive. Questo atteggiamento contribuisce ad incrementare la sua insicurezza, la sua comunicazione verbale e non verbale (povera e confusa) e le richieste poco consone per un individuo della sua età (5).

Dalle osservazioni emerge infatti come “lo sguardo dell'altro” sia in grado di condizionare in maniera significativa il comportamento di Giuseppe. È emerso come il modo in cui le persone (esterne al gruppo) si relazionano e interagiscono con lui, sia caratterizzato da un atteggiamento iperprotettivo nei suoi confronti: anche se Giuseppe non presenta segni visibili di disabilità fisica e intellettiva, il suo modo di comunicare debole e difficile da comprendere provoca nei suoi interlocutori un atteggiamento difensivo di iperprotezione e accudimento o di paura e allontanamento.

2) L'ETERNO BAMBINO

Giuseppe ha più volte dimostrato di riuscire a rappresentarsi più facilmente come un bambino che come una persona adulta. Nel corso delle mie osservazioni sono emersi comportamenti infantili e richieste poco consone alla sua età e alle sue capacità effettive.

Giuseppe sembra non aver superato la fase di egocentrismo adolescenziale (6) e attribuisce un'importanza così grande alle proprie esperienze e ai propri pensieri da non poterli accomunare o paragonare con quelli degli altri.

Piaget (7) sostiene che solo attraverso il confronto con i pari e con la realtà oggettiva dei propri limiti, l'adolescente supera il proprio egocentrismo e le proprie convinzioni. Questo aspetto è particolarmente carente nel comportamento del ragazzo preso in considerazione, che non riesce ad integrarsi né all'interno del gruppo di pari che frequentano l'associazione né a scuola. Questo è il motivo per cui lui ricerca l'attenzione degli adulti e cerca di stabilire con loro relazioni diadiche ed esclusive. La stessa madre di Giuseppe, durante un colloquio afferma: “è socievole si, però con gli adulti! Non con i suoi pari! Con i coetanei di qualsiasi genere non riesce a legare!”.