- Categoria: Monografie
- Scritto da Marinella Attinà, Paola Martino
Passaggi generazionali: questioni pedagogiche aperte - Ri-animare i luoghi dell'educazione
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Seconda questione: cosa resta degli spazi istituzionali deputati alla formazione delle giovani generazioni? Siamo di fronte all’agonia dei luoghi dell’agire educativo, o, diversamente, è immaginabile una ri-animazione (intesa qui non come mero intervento clinico, ma come tentativo di fornire una nuova anima capace di andare oltre le forme dell’istruttivo – Attinà, 2012a) della scuola e dell’università?
Le vicende della scuola e dell’università inesorabilmente intersecano la condizione preadolescenziale, adolescenziale e giovanile. La storia della scuola, colta in prospettiva diacronica e critica, richiama l’immagine di giano bifronte: da un lato, una scuola che si attrezza per essere scuola di tutti, dall’altro, una scuola che non riesce ad essere contemporaneamente anche scuola qualitativamente convincente, sia sul piano istruttivo, sia su quello propriamente educativo.
Vi è stata una lunga stagione storica, anni Ottanta e primi anni Novanta, in cui era possibile registrare una sorta di armonia-sincronia tra teorizzazione pedagogica, in grado di fornire un’idea generale di educazione/formazione, Bildung, un respiro culturale, un’anima, alle trasformazioni dell’assetto organizzativo scolastico, e le forme della didattica, dell’innovazione tecnico/ metodologico/didattica (Attinà 2012a; 2012 b). Nella presente fase storica il circuito virtuoso pedagogia-didattica, tradizione-innovazione, fini-mezzi entra in rotta di collisione: la tecnica diventa sovra-sistema non solo in ambito politico-economico, ma anche in ambito educativo, finendo per schiacciare la pedagogia sulla e nella didattica, la tradizione nell’innovazione, l’educazione nell’istruzione.
Tale dissolvimento dei fini, della dimensione teleologica dell’educazione nel complesso dell’apparato tecno- strumentale, tale ritorno di quello che Maritain indicava come uno degli errori dell’educazione, il misconoscimento dei fini (Maritain, 1962), prefigura il black out dei luoghi della paideia formale, scuola-famiglia, Chiesa, che stentano a rintracciare un senso comune. Funge da sfondo all’esaurimento della vis progressiva della scuola, intesa come fattore di mobilità sociale, lo slittamento della pedagogia scolastica sulla politica scolastica (e viceversa). Politica scolastica sempre più orientata alla costituzione di pacchetti docimologico/informatico/digitali. Ecco le nuove parole della scuola: competenza, LIM, cittadinanza digitale.
Sia ben chiaro, nessuno mette in discussione la raffinatezza della strumentalità tecnologica e la sua centralità nella cosiddetta società della conoscenza, ma non si riesce a rimanere indifferenti rispetto ad una trasversalità della narrazione tecno-globale che, almeno fino ad oggi, non è riuscita a colmare il gap tra la dimensione di massa della scuola moderna con la scuola di qualità. L’idea progettuale di una scuola di massa qualitativamente eccellente, almeno nei gradi più alti della scolarizzazione, si infrange con la nuda realtà dei fatti che vede la scuola come ultima guarnizione di un welfare morente.

