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Apprendimento e matetica - Apprendimento ed epistemologia dell’indeterminatezza gestita
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2. Apprendimento ed epistemologia dell’indeterminatezza gestita
Papert valorizza il contributo offerto allo studio dell’apprendimento da Piaget, Dewey e Vygotskij, ritenendo che le loro teorie non siano in alternativa le une alle altre, anzi, considerando ciascuna aspetti diversi di uno stesso processo, possono contribuire alla formulazione di una teoria unificata dell’apprendimento che non solo ne descriva i diversi aspetti, ma ne mostri anche le relazioni reciproche (Papert 1994: 2).
Punto di partenza della riflessione di Papert è la considerazione che il lavoro degli insegnanti, in genere, è consistito nel prendere alcuni argomenti e stabilire come presentarli in modo che fossero semplici da insegnare, cosa molto diversa dal presentarli in modo da renderli semplici da apprendere. Perciò, la sua intenzione è cercare di presentare nuovi modi di pensare intorno alle varie forme di conoscenza che le rendano più facilmente imparabili.
Papert si rifà al costruttivismo cognitivo di Piaget, ma riconosce un peso fondamentale al pensiero concreto nel processo di costruzione della conoscenza. Egli osserva: «le conoscenze non possono essere semplicemente trasmesse o convogliate già pronte ad un’altra persona. Persino quando ci sembra di trasmettere informazioni con successo comunicandole a voce, se si potessero vedere in atto i processi mentali dell’interlocutore si costaterebbe che questi ricostruisce una versione personale delle informazioni che stiamo cercando di convogliare. (…) Uno dei miei punti fermi centrali matetici sottolinea è che la costruzione che ha luogo nella testa spesso si verifica in modo particolarmente felice quando è supportata dalla costruzione di qualcosa di molto più concreto (…) che può essere mostrato, discusso, esaminato, sondato e ammirato. Perché è lì e esiste» (Papert 1993, tr. 1994: 155).
Papert osserva che gli strumenti tradizionali con i quali è stata trattata la conoscenza, discorso interattivo o testo passivo, hanno privilegiato il pensiero formale, trasformando l’apprendimento da atto naturale in una serie di atti tecnici e il ruolo dell’insegnante in quello di un tecnico (ivi: 68).
Paradossalmente, egli ritiene che l’apprendimento possa essere detecnicizzato dalle nuove tecnologie informatiche, che simulando il reale, permettono di realizzare situazioni di apprendimento tali da riprodurre i contesti naturali, cioè ambienti concreti e liberamente esplorabili, gestiti completamente dall’utente, che può fare affidamento sulla pura reattività esecutiva della macchina (ivi: 69).
E’ la libertà di esplorazione dei domini di conoscenza concreti che per Papert costituisce la caratteristica propria dell’apprendimento. Essa consente ai soggetti curiosi di conoscere di costruire micromondi, cioè rappresentazioni interpretative della realtà, come risultato di processi di integrazione di molteplici prospettive esperite.
Papert dà esempi della sua filosofia dell’apprendere con l’uso del LOGO, il linguaggio di programmazione da lui ideato, che permette di scoprire le proprietà degli oggetti costruiti per mezzo delle operazioni stesse con le quali sono costruiti.
La modalità di conoscere per esplorazione libera e per aggiustamenti continui in situazioni nuove e indefinite è affermazione di una forma di epistemologia da Papert denominata dell’indeterminatezza gestita. Essa enfatizza un procedere di continuo confronto con il prodotto delle operazioni mentali e di riflessione su di esse, di revisione continua dei processi e dei prodotti costruiti in relazione al variare delle richieste situazionali. Un procedere che comporta il superamento della tradizionale logica dicotomica del vero/falso, giusto/sbagliato, presupposto di una crescita della conoscenza lineare e cumulativa (Papert 1993). La conoscenza, per Papert, è costruzione di un sapere pratico ed intenzionale legato a contesti concreti di utilizzo. Essa scaturisce da una gestione dell’ignoto, da una determinazione dell’indeterminato.
La matetica papertiana si presenta, così, come un’arte dell’apprendere per tentativi ed errori e per recupero degli errori stessi, la cui idea-guida fondamentale diventa l’“usare per imparare”, una riformulazione del learning by doing deweyano, che si pone in contrapposizione al principio dell’“imparare per usare” della didattica tradizionale (Papert 1993).
L’apprendimento e la conoscenza, per Papert, sono processi esplorativi, flessibili ed attivi di costruzione di interpretazioni creative del reale.
La prospettiva matetica, tuttavia, non comporta l’abolizione dell’insegnamento, ma ne ridimensiona e ne ridisegna il ruolo. «L’obiettivo – afferma Papert – è di insegnare in modo tale da offrire il maggiore apprendimento con il minimo di insegnamento» (Papert 1993, tr. 1994: 128). L’insegnante si trasforma da fornitore di informazioni in facilitatore dei processi di apprendimento. Suo compito diventa quello di favorire l’estensione dell’area di sviluppo potenziale, individuata da Vygotskij, allestendo “ambienti di apprendimento”, vale a dire particolari contesti atti a stimolare autonomi processi acquisitivi di conoscenza in soggetti inesperti.
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Autore: Carla Antonelli, laureata in filosofia, ha pubblicato saggi su Wittgenstein, De Saussure e i problemi del riferimento linguistico in varie riviste. Dal 1987 è titolare di Filosofia e Pedagogia nell’Istituto “T. Ciceri” di Como. Ha approfondito problemi pedagogici e didattici pubblicando alcuni saggi. Attualmente è dottoranda di ricerca in Filosofia presso l’Università di Trieste, dove sta sviluppando una ricerca sulle teorie dell’argomentazione e sta lavorando ad un progetto per lo sviluppo delle competenze logico-argomentative rivolto a docenti e studenti della scuola secondaria.
copyright © Educare.it - Anno VI, Numero 1, Dicembre 2005

