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A partire da un’interpretazione antropologica del dono come base dei legami sociali, l’articolo affonda la riflessione nella relazione dell’agire educativo come riconoscimento reciproco e crescita dell’altro.Spontaneo e invisibile, sempre presente nell’incontro interpersonale, il dono offre una prospettiva particolare all’educazione che si propone di valorizzare la diversità umana in chiave inclusiva.
Da sempre il dono ha caratterizzato la socialità degli uomini, come incontro e riconoscimento della pluralità che abita lo stesso mondo. Quella pluralità che, secondo Hannah Arendt (1958), “è il presupposto dell’azione umana perché noi siamo tutti uguali, cioè umani, ma in modo tale che nessuno è mai identico ad alcun altro che visse, vive o vivrà” (p. 639).
Per tentare una definizione esaustiva del dono e del suo valore si deve ricorrere ad una molteplicità di prospettive: antropologica, filosofica, sociologica, etica e, non ultima, quella pedagogica che in questo articolo ci preme, in particolar modo, evidenziare, in quanto penetra la sfera dell’essere umano nella sua interazione sociale più profonda e nella sua crescita complessivamente unitaria.
Il “luogo” del dono è quella relazione di apertura che “riconosce l’altro nello stesso tempo come simile a sé e differente da sé: simile a sé per la sua umanità, differente da sé per la sua singolarità personale e/o culturale” (Morin, 2015, p. 50-51). Legati da un rapporto di somiglianza e di prossimità, partecipi di uno stesso destino umano: l’altro è il destino ultimo dell’io, il richiamo della sua massima responsabilità. Non è sufficiente riconoscere all’altro la sua identità in rapporto all’io o affermarne la comune origine o la sua correlatività. È necessario disporre sempre l’io e l’altro sullo stesso piano, come due realtà plurali che si richiamano a vicenda e costituiscono l’espressione privilegiata dell’umano nel mondo, dove il dono, diventa il terzo paradigma (Caillé, 1998) che legittima, in ogni azione, la connessione del tessuto sociale.
Mauss, nel suo intramontabile Saggio sul dono, individua tre caratteristiche (dare, ricevere e ricambiare) che configurano quell’intreccio circolare di relazioni innescate dal donare. Non si tratta solamente dello scambio di qualcosa, neppure se arricchito dei suoi significati simbolici: nello scambio-incontro sono coinvolti anche lo spirito di colui che dona e di colui che riceve, secondo un intreccio che finisce per riflettersi sulle comunità di appartenenza (Santone, 2016).
Caillé (1998) chiarisce che il dono, nella sua logica di interazione e di rete, costruisce e rinforza le relazioni sociali, rappresenta il legame fondamentale tra le persone, vincola gli individui in un processo di riconoscimento reciproco e di fiducia, che può essere allo stesso tempo obbligato e libero, interessato e disinteressato, che acquista valore per la coesione sociale e che ha valore indipendentemente da ogni discussione sugli aspetti utilitaristici e di realizzazione personale (Renna, 2016).
Il riconoscimento della reciproca similarità e diversità, la responsabilità etica che ne scaturisce, invitano a guardare alla condizione umana come una dimensione plurale, da coltivare attraverso l’educazione. [... continua]
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Autore: Giovanni Savia, laureato in Pedagogia e Scienze filosofiche, dottore di Ricerca in Educazione - Attenzione alla diversità e inclusione educativa – presso Università Complutense di Madrid. Docente a contratto e Tutor coordinatore nei corsi di specializzazione sul sostegno dell'Università di Catania, insegna nella scuola secondaria.
copyright © Educare.it - Anno XIX, N. 12, dicembre 2019
Nell’ambito della filosofia del Novecento prende vita una sorta di “svolta dialogica” che punterà alla comunicazione interpersonale, alla reciprocità, alla centralità della relazione nell’ambito dei rapporti educativi. Il pensiero di Ferdinand Ebner e Martin Buber ben si inserisce in questa corrente di pensiero in quanto i due filosofi hanno visto nella relazione umana quella dimensione in grado di avvalorare la singolarità e l’unicità dell’individuo. L’articolo si addentra nel sostrato speculativo di tali riflessioni per mostrare la necessità di fondare/rifondare l’educazione sui principi che fanno della vita un’esperienza piena e soddisfacente.
As part of the philosophy of the twentieth century, it takes shape a sort of "dialogic turning point" that will aim to interpersonal communication, reciprocity and to the centrality of the relationship in the context of educational processes. The thought of Ferdinand Ebner and Martin Buber fits well into this way of thinking as the two philosophers saw in the human relationship a dimension capable of supporting the singularity and uniqueness of the human being. In this direction, the pedagogical issue that arises from these reflections will concern the need to constructively reflect on what theoretical bases a pedagogy of educational communication must lay today in terms of the philosophy of existence which, today more than ever, must be inspired by dialogic principles. Such a pedagogy of communication, therefore, may prove to be a continuous process of self-formation which, to lead to a sort of real transformation experience, will have to appeal to the strengthening of some fundamental assumptions of existence such as dialogue, confrontation and communication.
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