- Categoria: Racconti
- Scritto da Natalina Sposato
Un libro stregato
Article Index
Una mattina qualsiasi decisi di andare in biblioteca per leggere un libro: cercavo un libro di fantasia, che parlasse di maghi, streghe, mostri e di mille avventure. Ma, mentre girovagavo per gli scaffali alla ricerca di un libro che mi colpisse, si verificò un fatto strano: un libro cadde sul pavimento, senza che nessuno lo avesse toccato, portandosi dietro una sagoma scura che non riuscivo ad identificare. Incuriosita, mi avvicinai per cercare di capire cosa fosse successo e vidi che ciò che era caduto insieme al libro era nientemeno che un serpentello rinsecchito.
«Come diamine è possibile?!», mi chiesi, e, ancora più attratta da quel mistero raccolsi il libro e lo aprii. Era un racconto di streghe, pieno di intricati segreti che avevano luogo in un castello popolato da serpenti. Rapita dalla storia, dimenticai il fatto strano e continuai a leggere il libro con passione e fretta di conoscere il finale di quella fiaba stregata. Ma, arrivata all’ultima pagina, o a quella che sembrava tale, mi resi conto che mancavano delle pagine. Inspiegabilmente, mi affannai in una disperata ricerca. Ispezionai il fondo dello scaffale, guardai per terra e controllai anche i libri vicini, pensando che qualcuno, dopo aver rotto il libro, avesse deciso di nasconderne le pagine per paura di un rimprovero.
Dopo quelle che mi sembrarono ore, decisi di chiedere aiuto alla bibliotecaria. «Prova a controllare nella stanza sul retro, nel caso ci siano altre copie», mi disse, liquidandomi in quattro e quattr’otto, con mio grande disappunto. Non ci badai troppo, comunque. Avevo troppa fretta di concludere il racconto. Mi recai nel retro della biblioteca ma della porta non c’era neanche l’ombra. Dopo qualche giro a vuoto, notai una porticina scura, sembrava molto antica e impolverata. «Finalmente l’ho trovata!», esultai. Ma, non appena l’aprii e feci qualche passo nel buio, mi ritrovai invischiata in una melma appiccicaticcia dalla quale non riuscivo più ad uscire. La porta si chiuse da sola, sbattendo forte.
Ero nel panico: gridai con tutte le mie forza ma nessuno sembrava sentirmi, ed in più, ad ogni movimento che provavo a fare, quella sostanza mi intrappolava sempre di più. Ad un certo punto, ecco che mi apparve, o forse era solo la mia immaginazione, una sagoma lugubre e sprezzante. Aveva una risata terrificante, da far gelare il sangue nelle vene. Era coperta da un mantello scuro e non riuscivo a distinguerla bene in volto. Mi concentrai a fondo, lottando contro la mia paura, e alla fine, con grande sorpresa, riconobbi quella che nel libro era descritta come la strega più infima di tutte.
«Se vuoi ritrovare l’altra metà del libro, e quindi, uscire sana e salva dal mondo stregato in cui sei entrata aprendo quella porta, cerca la via che ti condurrà verso il castello dei Serpenti, altrimenti rimarrai intrappolata qui per sempre», disse lei con voce spettrale. A quel punto, un po’ per la paura, un po’ per lo sfinimento, svenni.
Mi risvegliai dopo quello che mi sembrò un attimo, dolorante e spaesata. «Dove mi trovo?», mi chiesi guardandomi in torno. Tutto ciò che vedevo era, infatti, composto da nebbia, la quale sembrava nascondere alberi senza foglie, dai rami pungenti ed aspri. Mi alzai di scatto e, solo allora, mi accorsi di avere con me il libro. Quel libro maledetto, che tanto mi aveva entusiasmata ed incuriosita all’inizio, quanto trascinata nei guai ora.
Scoraggiata cominciai a camminare, senza una meta precisa, trovando intorno a me solo cumuli infiniti di nebbia ed altri alberi rinsecchiti. Dopo quello che mi parse un tempo infinito, sentii dei rumori intorno a me. Mi nascosi spaventata dietro un albero e aspettai di capire cosa fosse. All’improvviso, da dietro un ramo spuntò quello che mi sembrava la caricatura di un pagliaccio: aveva un aspetto molto buffo, capelli molto arruffati tanto da sembrare una vecchia parrucca stopposa e scarpe che fischiavano ad ogni passo. Non so cosa mi spinse ad uscire dal nascondiglio, forse il suo aspetto buffo o forse il fatto che finalmente avessi incontrato qualcuno in quel deserto nero, fatto sta che gli andai incontro. Ma, prima che aprissi bocca, lui con uno scatto felino afferrò il libro, che tenevo distrattamente in mano, e scappò via.
Istintivamente cominciai a rincorrerlo, ma, poiché non si decideva a fermarsi, decisi di giocare d’astuzia. Smisi di rincorrerlo e, quando lui si fermò, tranquillo del fatto che non lo potessi più raggiungere, posizionai dei rami caduti in modo tale da farlo inciampare. E così andò: dopo essersi fermato a riprendere fiato, e lasciandomi quindi il tempo di preparare la trappola, lo strano signore riprese la marcia e, dopo pochi passi, inciampò tra i rami. A quel punto lo raggiunsi, ripresi il libro, e, puntandogli un ramo alla pancia lo intimai di darmi una qualche spiegazione. Allora lui cominciò a raccontarmi la sua storia.
Come me, era stato intrappolato in quella stanzetta della biblioteca, che sembrava essere un portale tra il mondo reale e quello stregato in cui ora ci trovavamo; lui, però, aveva perso il libro e, senza quello, non poteva scappare da quella desolazione. Finalmente avevo trovato qualcuno che mi potesse aiutare. Rinfrancata, gli proposi di unire le forze per trovare una soluzione al nostro problema. Pimpirulì, così si chiamava il buffo signore, mi raccontò che, girovagando per il bosco, si era imbattuto in numerose streghe che parlavano di un castello comandato dai serpenti. Quello era il luogo in cui tutti i “cattivi” del mondo fatato si erano stanziati dopo aver vinto la battaglia con i “buoni”, cioè fate e gnomi. Mi spiegò anche che un giorno, seguendo di nascosto una strega aveva scoperto un passaggio che conduceva a questo castello, ma che non aveva potuto percorrerlo perché bisognava pronunciare una formula magica o, in alternativa, seguire qualcuno che conoscesse l’esatta ubicazione del castello.
«Come fai a saperlo?», chiesi io, incuriosita dalla precisione della spiegazione. «Sai, ho vissuto qui così a lungo da essere venuto a conoscenza di quasi tutti i segreti del luogo, un po’ per caso, un po’ perché sono stato aiutato anche io da qualche fatina buona, che ancora non incorreva alla cattura». Le sue parole mi incantarono e sarei rimasta ad ascoltare ancora a lungo qualche altro particolare del mondo così misterioso in cui ero capitata, ma la coscienza e il desiderio di tornare a casa mi diedero la forza di cominciare a cercare quel passaggio nascosto. Eppure, nonostante la buona volontà e una lunga ed attenta ricerca, non c’era nulla che potesse aiutarci ad individuarlo. Così, stanchi e sfiniti, io e il signor Pimpirulì decidemmo di riposare ai piedi di un grande albero, il più grande che avessi visto dall’inizio di quell’avventura. Poco dopo ci addormentammo.
Feci un sogno stranissimo: vagavo senza meta ed avevo intorno a me mille e più ombre scure da cui provenivano rumori spaventosi, che diventavano sempre più assordanti. Mi svegliai di soprassalto quando il rumore si fece così vicino da sembrare reale, e, imperlata di sudore freddo per la paura, mi accorsi che in realtà il suono proveniva dal rantolare soffocato di un bellissimo gatto bianco e nero. «Cosa ci fa qui un gatto?», mi chiesi ancora frastornata dal sogno. Ma non ebbi il tempo di pensarci: quel gatto sembrava soffrire molto, così svegliai Pimpirulì e insieme decidemmo di poterci fidare (non si sa mai in un mondo stregato cosa può capitare, anche solo avvicinandosi a qualcosa che può sembrare innocuo). Ci avvicinammo al micetto e ci accorgemmo che aveva qualcosa in bocca che gli impediva di respirare normalmente. «Ma … ma … sono le pagine mancanti del libro quelle cose giallastre che gli spuntano fuori dai dentini!» esclamò sorpreso Pimpirulì. Le estraemmo al volo e, pensando che una volta ricostruito il libro quello ci avrebbe dato qualche indizio su come trovare il passaggio verso il castello, cominciammo ad esaminare le pagine. Ma ad un tratto, il gatto cominciò a correre e noi, spinti da una forza tanto involontaria quanto inspiegabile, cominciammo a rincorrerlo. Non mi resi più conto né di dove ci trovavamo né del perché stavamo correndo. L’unica cosa di cui ero più che certa è che non dovevamo perdere di vista il gatto.
Ci inoltrammo per una via che non mi sembrava di aver mai percorso, anche se non potevo esserne davvero sicura, perché quella foresta non aveva punti di riferimento, e continuammo a correre finché non mi accorsi che gli alberi si stavano diradando e un cielo nero come la pece stava prendendo luogo al posto di quella fastidiosa foschia di cui eravamo immersi. Una svolta e poi … eccolo lì, finalmente, un castello tanto imponente quanto tetro. Era circondato da un prato cosparso di erbacce. Ci fermammo, consapevoli che stavamo per entrare nella tana del lupo, senza sapere come o cosa fare per uscirne vivi e per trovare un passaggio verso la realtà. Guardavo Pimpirulì, era silenzioso e pensieroso. Io invece ero concentrata sul gatto. Sembrava essersi calmato e scrutava il prato in cerca di qualcosa. All’improvviso mi accorsi di un guizzo nel suoi occhi. Il gatto fece un balzò e di corsa cominciò a percorrere il sentiero che si inoltrava nel prato. Una miriade di serpenti sgusciò fuori dal prato e si lanciò all’inseguimento della creatura. «Ci sta spianando la strada! Dobbiamo sbrigarci prima che sia troppo tardi!» urlai, afferrando Pimpirulì per un braccio e trascinandolo con me nel sentiero. La razionalità scomparve dalla mia testa, l’istinto di sopravvivenza mi stava suggerendo di uscire da quel prato maledetto il più presto possibile, prima che i serpenti, ingannati dal gatto, si accorgessero della nostra presenza. Ma una volta raggiunto il grande portone d’ingresso, spalancato verso il buio più nero che proveniva dall’interno, mi resi conto di non sapere proprio cosa fare per vincere il male che si trovava all’interno del castello e tornare a casa.
Poi, successe tutto in un attimo: un bagliore accecante, così potente da spazzarmi via, invase l’androne del castello. I miei occhi non riuscivano a vedere più nulla, mi rintanai dietro una colonna che presenziava l’ingresso alla struttura. L’unica cosa di cui mi accorsi prima di svenire fu che il gatto si era rintanato ai miei piedi, e miagolava dalla paura. Poi fu il buio. Mi risvegliai dopo un tempo infinito, e una lampada puntata sui miei occhi mi accecò.
Aprii gli occhi e pian piano riconobbi il volto della bibliotecaria su di me. «Stai bene?», mi chiese lei spaventata. Non riuscivo a credere ai miei occhi: ero di nuovo nel mondo reale! Com’era stato possibile? Stavo forse sognando? Oppure avevo sognato tutto ciò che mi era sembrato di vivere? Senza dire una parola, mi alzai e mi incamminai verso l’uscita per andare a casa. Era sera, ero stata fuori un giorno intero! Avevo appena girato l’angolo che conduceva alla strada di casa mia, quando un miagolio familiare mi distrasse dai miei pensieri. Mi girai e vidi il bel gattino bianco e nero che correva per raggiungermi. Felicissima lo presi in braccio ma lui si divincolò. Lo lasciai per terra e lui, facendo mille fusa di felicità, mi condusse nel parco, dove, seduto su una panchina, trovai il signor Pimpirulì.
«Ma cosa è successo? Com’è possibile che siamo tornati qui sani e salvi? Come abbiamo fatto a sconfiggere i cattivi? Cos’era quel bagliore?» lo assillai di mille domande. Lui rimase in silenzio, lasciando sfogare la mia angoscia e le mie preoccupazioni. Dopo che ebbi dato voce a tutti i miei dubbi lui si girò a guardarmi negli occhi e cominciò: «Scusami se ti ho lasciato in quella stanza della biblioteca. Dovevo scappare, altrimenti non avrei saputo come giustificare la mia presenza alla bibliotecaria». Lo interruppi subito: «Ma come abbiamo fatto a tornare nella realtà?». Lui sorrise: «Mentre tu seguivi il gatto io ho capito, avendo dato un’occhiata alle pagine del libro, che esso ripercorreva la storia che abbiamo vissuto. Ti spiego: le streghe e i serpenti sono riusciti ad impossessarsi del libro, che come avrai capito rappresenta l’unico contatto tra i due mondi, e hanno strappato il finale dell’avventura. Il mondo fatato, popolato da fate e gnomi, è rimasto quindi in balia di un eterno presente in cui non poter esercitare il proprio potere ormai spezzato a metà, in cui i cattivi potevano avere la supremazia. Solo le persone di grande coraggio e di grande curiosità come me e te avrebbero potuto spezzare questo incantesimo. Il gatto infatti ha riconosciuto in noi gli eroi che potessero salvare il mondo magico. Solo dopo essere stato ricostruito, il libro avrebbe potuto sprigionare il suo potere e riportare la luce nel buio. Adesso non dovremmo più preoccuparci: la forza buona ha spazzato via la magia nera, e quel mondo tornerà pian piano ad essere quel mondo felice e luminoso che era un tempo».
Lo guardai senza parole. Passammo molto tempo seduti in silenzio, e, prima che riuscissi ad aprire bocca lui intervenne: «Sono stato lontano dalla realtà per molti anni, ora devo poter trovare la mia strada. Perciò andrò via. Però voglio che tu tenga il libro, in ricordo di questa bella vittoria». Scoppiai subito in lacrime. Lo conoscevo da così poco tempo, eppure mi sembrava che fossimo amici da sempre. Quell’avventura mi aveva reso una persona nuova. Lo salutai in silenzio e vidi che il gatto lo seguiva, non staccandosi un attimo dai suoi piedi. L’avevo lasciato in buone mani, sapevo che quel gatto sarebbe stato un amico fedele. Chissà se l’avrei più rivisto, mi chiesi tornando a casa.
Nella solitudine della mia stanza, quella sera stessa, nascosi il libro, ripromettendomi di non dimenticare mai quell’avventura mozzafiato. Eppure, dopo tanto tempo, eccomi qua a scriverla. Oggi ho deciso di riportare il libro alla biblioteca e di scrivere questa mia avventura per testimoniare al mondo che la magia esiste, e che dobbiamo trovarla dentro ognuno di noi. Ho lasciato il libro nello stesso punto dove l’avevo trovato io con la speranza, anzi, con la certezza, che qualche altro bambino curioso possa trovarlo e vivere altre fantastiche avventure.
Autore: Natalina Sposato, insegnante della scuola primaria
copyright © Educare.it - Anno XV, N. 3, Marzo 2015

