- Categoria: Racconti
- Scritto da Barbara Lanza
Lanù disperso nel bosco Smeraldo

Quell’anno nel bosco Smeraldo, chiamato così dai Bipedi Occhialuti per la tonalità brillante dei suoi colori, era accaduto un fatto straordinario. Una giovane coppia di lupi aveva dato alla luce cinque cuccioli, dopo molti anni in cui le altre erano riuscite a generare appena un piccolo ciascuna. Per di più, la sopravvivenza di ogni nuovo nato era stata messa più volte in serio pericolo dalle sofisticate trappole, nascoste dappertutto, create dai temibili cacciatori che abitavano il villaggio costruito ai margini del bosco.
Tutti gli animali avevano imparato a difendersi dalle mortali armi di questi nuovi invasori che, per la loro singolare abitudine di portare al collo uno strano marchingegno a due tondi, con cui trascorrevano ore stando immobili e tenendolo premuto sul viso, erano stati ribattezzati, appunto, Bipedi Occhialuti.
Per sfuggire a questa nuova minaccia, che si aggiungeva alla già lunga lista di pericoli da evitare, che ogni specie del bosco aveva ricevuto alla nascita, ciascun nuovo nato veniva sottoposto ad un lungo, intenso e faticoso addestramento per la sopravvivenza. Così fu anche per i cinque cuccioli di lupo.
Mamma lupo si accorse ben presto che i suoi lupacchiotti erano molto forti e svelti, tranne uno: il piccolo Lanù. Era venuto alla luce per ultimo e, tra tutti, era il più minuto ma allo stesso tempo anche il più bello: aveva occhi tondi e celesti, il pelo molto folto e morbido, di un grigio che al sole luccicava come un diamante. Durante le corse Lanù arrivava sempre per ultimo e capitava spesso che, nelle simulazioni di lotta con i suoi fratelli, lui si ferisse. Spesso Papà lupo lo sgridava severamente e i suoi quattro fratelli non perdevano occasione per canzonarlo, dicendogli: «Corri dalla mamma, a farti asciugare le lacrime, fifone!». Per la Mamma era una vera pena vederlo soffrire; qualche volta, avrebbe voluto corrergli incontro, stringerlo forte a sé e rassicurarlo. Ma sapeva che, quei rimproveri e i dispetti dei suoi fratelli, erano ben poca cosa rispetto a ciò che lo aspettava, non appena avesse iniziato a vagare solo per il bosco.
Ciò che la comunità dei lupi temeva di più non erano tanto gli altri animali, che in genere non appena fiutavano la loro presenza fuggivano filati nei loro nascondigli, quanto le insidie imprevedibili che i Bipedi Occhialuti disseminavano ovunque lungo il bosco. Mamma lupo un giorno aveva udito uno di loro lamentare: «Dovremmo sterminarli tutti, questi inutili lupi! Non fanno altro che spaventare le nostre donne e i nostri bambini, che ormai hanno smesso persino di giocare a pallone in cortile. Poi, con le loro folte pellicce potremmo realizzare copricapo e giacche calde per la stagione invernale». Così, da quel giorno, Mamma lupo stava sempre in pena, ogni qualvolta Papà lupo tardava a rientrare, con i suoi cinque cuccioli, dall’addestramento e, non appena li scorgeva varcare l’ingresso della tana, li passava in rassegna uno ad uno, per accertarsi che fossero tutti intatti.
Per evitare che l’addestramento fosse troppo sfiancante e noioso, Mamma e Papà lupo avevano stabilito che, una volta al mese, una giornata sarebbe stata interamente dedicata alla visita del laghetto delle Trote, presso cui far giocare un po’ i loro cuccioli. Da lì si godeva di una vista eccezionale sui monti delle Tre Vette, considerate sacre dalla comunità dei lupi che popolava Bosco Smeraldo. Ognuna delle tre cime, che svettava alta nel cielo e sembrava fenderlo con la sua punta, incarnava una delle tre qualità fondamentali che ciascun lupo doveva possedere: coraggio, prudenza e lealtà. Queste tre caratteristiche erano indispensabili, sia per la sopravvivenza del branco, sia per quella di ogni suo singolo membro.
Dopo varie settimane estenuanti, fatte di continue battute di caccia ed esercitazioni, arrivò il tanto atteso giorno del riposo. «Truppa, riponete i vostri giochi negli zaini: oggi si va al Lago delle Trote!», annunciò alle prime luci dell’alba Mamma lupo ai suoi lupacchiotti ancora assonnacchiati. E, in men che non si dica, furono tutti pronti con lo zaino in spalla, trepidanti per una giornata di puro gioco e divertimento. La “giornata del lago”, come ormai la famiglia era solita chiamarla, rappresentava in effetti uno dei pochi momenti in cui i lupacchiotti non dovevano sottostare a regole ferree o a comportamenti rigidi; potevano fare tutto ciò che volevano. A patto che fossero stati sempre in prossimità del lago. Quello era, infatti, un luogo sicuro, in cui non mai era stato avvistato alcun Bipede Occhialuto o rinvenuta qualche sua trappola. I lupi più anziani ritenevano che nessun cacciatore fosse mai venuto a conoscenza di quell’angolo incantevole del bosco, per via della strada impervia che bisognava percorrere per giungervi, celata com’era tra rovi intricati e folta vegetazione. Così, quello rappresentava un luogo sicuro, in cui poter lasciare i piccoli liberi di divertirsi ed esplorare.
In genere, Lanù trascorreva gran parte del tempo a rincorrere lucertole e farfalle: lo ammaliavano i loro colori sgargianti e l’eleganza dei movimenti. Inoltre, giocare con i fratelli lo annoiava molto, dato che questi non perdevano occasione per burlarsi di lui. Quel giorno Lanù scorse da lontano un nuovo esemplare di farfalla, mai visto fino ad allora. Quello era, infatti, il periodo delle migrazioni, e varie colonie di animali sostavano per un breve lasso di tempo nel bosco, prima di riprendere il loro lungo viaggio verso le terre più calde del sud. Quella farfalla era davvero bellissima: possedeva ali variopinte, compiva piroette molto eleganti, ma al contempo veloci, e sembrava voler ipnotizzare chiunque la stesse osservando. Cercando di rincorrerla e non perderla di vista, il lupacchiotto iniziò ad allontanarsi sempre di più dal laghetto; finché, nel giro di poco, si ritrovò fuori dalla zona “sicura”.
Quando se ne rese conto, era ormai troppo tardi. Fece per tornare indietro. Ma non ricordava più la strada del ritorno. Quella farfalla lo aveva completamente ipnotizzato, catturando totalmente la sua attenzione. Da quale parte era venuto? Che sentiero aveva percorso, per arrivare fin lì? Davanti a sé aveva solo una sterminata e infinita sequenza di alberi, tutti uguali tra loro. Non c’era nulla, in quella innumerevole ripetizione, che riuscisse ad indicargli la strada di ritorno verso il laghetto. Non passò molto che, Mamma lupo e gli altri familiari, si accorgessero della sua prolungata assenza. Iniziarono a perlustrare tutta la zona “sicura”, in ogni suo angolo e cavità. Non era assolutamente contemplata, in un primo momento, l’ipotesi che lui si fosse allontanato da lì: quella era, infatti, l’unica regola che i lupacchiotti avevano l’obbligo di rispettare. Man mano che le ricerche in quella zona circoscritta si rivelavano vane, il sospetto che Lanù si fosse allontanato iniziò ad assumere sempre più i contorni di un evento certo, nonché tragico. A quel punto, rimaneva solo una cosa da fare: mettere al sicuro i cuccioli e tornare a cercare, con gli altri lupi maschi della comunità, l’ormai disperso Lanù. Con un procedere lesto ma silenzioso, furono nuovamente tutti alla tana. Tutti, eccetto Lanù.
Papà lupo corse a chiedere aiuto e, in breve, una squadra di otto lupi, esperti e coraggiosi, era pronta per avviare le ricerche del cucciolo disperso. Nel frattempo, il sole era calato e già in lontananza iniziavano a pulsare le piccole luci della notte. Lanù aveva continuato a vagare lungo quel labirinto di alberi e radici e, suo malgrado, si era allontanato ormai di molto dalla zona “sicura”. Fu proprio da lì che ebbero inizio le perlustrazioni. Vennero formati quattro gruppi e, partendo dal punto centrale della zona “sicura”, ciascuna coppia si diresse verso una delle quattro direzioni cardinali. In tal modo era più probabile che, uno tra i gruppi, avesse potuto ritrovare la strada percorsa da Lanù; sarebbe bastato seguire le tracce del suo passaggio. Ma, come a voler peggiorare le cose, un lampo improvviso lacerò il cielo e, nel giro di pochi minuti, una copiosa pioggia iniziò a infangare il sottobosco.
Le ricerche si facevano più complicate e nessuno tra i lupi poteva più fare affidamento sul suo infallibile fiuto: la pioggia stava cancellando ogni traccia e ogni odore. Lanù era ormai stanco e completamente inzuppato quando, in mezzo alle radici, scorse un tronco cavo e, senza pensarci nemmeno un attimo, decise di entrarvi. Probabilmente pensò che quello poteva essere un ottimo luogo in cui ripararsi, finché il cielo avesse smesso di buttargli addosso tutta quella pioggia. Non si ricordò, però, degli avvertimenti che ripetutamente gli aveva elargito Papà lupo, durante gli addestramenti: «Se vi imbattete, d’improvviso, in quello che pare essere un riparo, diffidate! I veri ripari sono ben nascosti. Mentre quelli visibili, anche al più distratto tra i lupi, altro non sono che le ingannevoli trappole piazzate dal malvagio Bipede Occhialuto». Ma, complici la stanchezza, la paura e la pioggia, Lanù non ricordò minimamente quegli ammonimenti. Si infilò dentro il tronco cavo, certo che nessun luogo fosse più sicuro di quello.
Non appena compì due passi al suo interno, sentì sotto la zampa un oggetto freddo e metallico: non ebbe nemmeno il tempo di rendersi conto di cosa stesse succedendo, che immediatamente entrambe le aperture del tronco furono serrate da due reti metalliche. Inutili i suoi tentativi di rimuoverli con le zampette o di romperle con i suoi piccoli denti. Si rese conto di essere finito dentro una delle temute trappole del Bipede Occhialuto, di cui aveva tanto sentito parlare. E sapeva bene che, chi vi finiva dentro, non aveva molte speranze di uscirne vivo. Questo pensiero lo strinse in una morsa di paura e i suoi dolci occhi azzurri iniziarono a gonfiarsi di lacrime. Piangeva e ululava. Ma nessuno tra i lupi della squadra poteva sentire i suoi gemiti. Erano troppo lontani e il fragore del temporale riusciva a coprire qualunque suono proveniente dal sottobosco. Era spaventato e infreddolito. Si rintanò verso l’interno, per cercare di scaldarsi un po’; dopo non molto, si accucciò e si addormentò.
«Ehilà. Cucciolo di lupo. Sveglia! Sta per sorgere il sole e così, tra non molto, arriveranno i Bipedi Occhialuti. Sveglia! Ti darò una mano io ad uscire da lì». Lanù ci mise un po’ a capire che non si trattava di un sogno. Si sfregò gli occhi con le zampette più volte, per essere sicuro di non stare ancora dormendo. Anche se la luce era piuttosto fioca, riusciva a distinguere chiaramente la sagoma che gli stava di fronte. Era un vecchio coniglio, piuttosto malconcio, con il pelo rado e arruffato. Come poteva un coniglio, oltretutto anziano come quello, offrire il suo aiuto ad un lupo? Era noto, infatti, che i conigli fossero tra le prede più facili da catturare, e tutti si dileguavano rapidamente alla vista di un lupo. Ipotizzò, dunque, che anche quella fosse una trappola. «Allora? Cosa aspetti? Avvicinati e fai tutto ciò che ti dico, così da liberare una delle due uscite». «Mi prendi forse in giro? Perché mai un vecchio coniglio dovrebbe aiutarmi?». «Non c’è tempo per spiegare. Ti dirò tutto quando sarai in un posto sicuro». Lanù decise di fidarsi, e così eseguì tutte le istruzioni che il vecchio coniglio gli ordinò. Del resto, non aveva molte alternative. Fecero appena in tempo a scappare dal tronco cavo, quando già da lontano si udivano le grosse voci dei cacciatori.
Solo quando furono nei pressi della zona “sicura”, il coniglio poté finalmente soddisfare la curiosità dell’incredulo Lanù. Quando era giovane anche lui era stato tratto in salvo, dopo essere finito vittima di una delle prime trappole che i Bipedi Occhialuti avevano occultato nel bosco. Così, si era ripromesso che, un giorno, anche lui avrebbe aiutato qualunque animale fosse finito prigioniero dell’Uomo. E quel giorno, finalmente, era arrivato.
Autrice: Barbara Lanza, ingegnere informatico vocata ad attività educative.
copyright © Educare.it - Anno XIX, N. 12, Dicembre 2019

