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Pratiche di empowerment nella Scuola Secondaria di II°Grado

studentiEducatori, insegnanti, genitori sono sempre più in difficoltà nell’inquadrare da un punto di vista pedagogico questa nuova generazione di adolescenti. L’unica certezza degli addetti ai lavori è nell’evidenziare un’intrinseca fragilità sia a scuola che negli ambienti dell’educazione non formale. Se questo tratto dei giovanissimi è innegabile, troppo spesso chi si occupa di educazione trascura di fornire antidoti alla noia, stimoli e progettualità utili a rafforzare autostima e senso di autoefficacia. Da questo avvio la riflessione, riassunta in questo articolo, che scaturisce da tanti anni di esperienza come educatore e insegnante nelle scuole secondarie superiori.

Per inquadrare la pedagogia dell’empowerment[i] prendo spunto dal mondo della botanica. Tutti sanno che al mondo ci sono miliardi di varietà di piante, tutte uniche nel loro genere, particolari ma sicuramente necessitanti di nutrimento. Ogni pianta, dalla forte quercia alla delicata rosa, ha bisogno di essere annaffiata secondo tempi propri, alcune più spesso di altre.

Questo principio vale anche per gli alunni: l’errore in cui in cui spesso incorriamo come insegnanti è di “annaffiare” indistintamente tutti con la stessa acqua, come se avessimo di fronte menti completamente uguali, standard, trascurando le loro preziose diversità. In taluni casi la presenza di certificazioni per DSA o BES lascia intravvedere fragilità, ma non sono rappresentati i punti di forza. Per tutti gli alunni questa dovrebbe essere la priorità sentita da ciascun docente. Se si parte col privilegiare ciò che lo studente non sa, anche se motivati da nobili scopi, rischiamo di minarne l’autostima. Operativamente, lo dico subito, non è facile. Non è facile parlare con gli studenti, sacrificare una parte della nostra preziosa didattica per capire chi è effettivamente la persona che abbiamo davanti. Questo implica molta fatica, un clima collaborativo e tanta passione. Educare non è facile, anzi, è forse l’intento più arduo e nobile che un essere umano può porsi.

Conoscere gli studenti

Chi è il mio studente? Quali sono le sue passioni? Quali sono le sue fragilità? Queste dovrebbero essere le domande che l’insegnante si pone di fronte ad una nuova classe. Se, nel corso dei cinque anni, l’insegnante sarà riuscito a rispondere adeguatamente per lo meno ad una delle tre domande saremo davanti ad un evento straordinario.

Ecco, l’intento di chi scrive non è quello di demonizzare o criticare una categoria alla quale tra l’altro appartengo già martoriata da problematiche che vanno ben oltre la didattica, bensì sensibilizzare il più possibile colleghi e professionisti dell’educazione e della relazione d’aiuto a provare fin da subito a porsi queste tre domande[ii].

Partiamo dalla prima domanda. “Chi è il mio studente?”. Uno dei rischi maggiori nel campo dell’educazione scolastica è la spersonalizzazione dell’allievo. Quante volte non ci sforziamo di imparare nome e cognome del nostro allievo, lo chiamiamo alla lavagna, o durante le interrogazioni avvalendoci scrupolosamente del Registro perché quel nome proprio non ci entra in testa? Può sembrare banale, ma come ci sentiremmo se una persona che dovrebbe rappresentare per noi un riferimento educativo ignorasse chi siamo per anni? Questo accade veramente spesso. Fa parte di una dinamica cognitiva per la quale determinati volti o nomi rimangono subito impressi nella nostra memoria. Il rischio è l’effetto pigmalione, per cui, anche se non ce ne accorgiamo, diamo molta più importanza e confidenza agli studenti che subito ci rimangono impressi lasciando nel dimenticatoio gli altri. Molti tra i miei colleghi saranno d’accordo quando dico che in talune occasioni chiamiamo sempre i soliti alla lavagna o richiamiamo l’attenzione solo di alcuni. O ancora, quante volte tendiamo a chiamare qualcuno solo per nome, e altri solo per cognome e di qualcun altro ignoriamo entrambi? Lo studente più pacato, meno confusionario non è detto che sia più sicuro di sé o meno bisognoso di attenzione e coinvolgimento, anzi, spesso caratterialmente tende all’introversione. Ecco perché il “nome”. Impariamo a chiamarli per nome, evitando se ci è possibile addirittura il cognome. Vi assicuro che questo piccolo accorgimento migliorerà la vostra relazione con lo studente e contribuirà a renderlo protagonista del proprio apprendimento. Chi si occupa di psicologia dell’adolescenza converrà con me che in questa delicata fase della vita i ragazzi costruiscono la propria identità. E lo fanno purtroppo dovendo fronteggiare non solo molte persone ma anche molti ruoli (alunno, figlio, allievo nello sport) imposti dalla società. Allora, almeno noi dovremmo imparare a partire dalla cosa più semplice che li caratterizza, quella loro unicità che ritrovano anche in famiglia, il loro nome di battesimo.

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Capire i punti di forza e le passioni

Eccoci arrivati ad una domanda chiave per lo sviluppo dell’empowerment nei nostri ragazzi. Quali sono le passioni dei nostri studenti? Anche qua vorrei fare una provocazione: che risultato otterremmo se chiedessimo agli insegnanti delle passioni dei loro allievi? Probabilmente, con il beneficio del dubbio, solo alcuni saprebbero qualcosa di alcuni studenti ignorando completamente o quasi la vita sociale della maggior parte della classe. Non dimentichiamolo mai, noi siamo prima di tutto educatori e questo passaggio è obbligatorio. Mettiamo da parte il nostro disciplinarismo, non appelliamoci alle programmazioni, al precariato e a quant’altro. Il tempo che passiamo con i nostri studenti deve essere di qualità e per ottenere questo dobbiamo “parlare” con loro. Cominciamo a parlare con i nostri studenti. Probabilmente vi starete chiedendo quali siano le occasioni per farlo. Ogni occasione è buona. Nel bel mezzo della didattica e per qualsiasi materia. Quando dobbiamo fare un esempio per indurre a una nuova conoscenza, perché non partire dal mondo dei ragazzi?

È ovvio che, per un insegnante di Lettere, Filosofia o Scienze Umane il tutto può essere più facile ma, è una forte convinzione di chi scrive, il fatto che il tutto sia agilmente applicabile anche nelle materie scientifiche. Vi faccio un esempio.

Potremmo per esempio capire molto della personalità di uno studente chiedendogli che ruolo ha la matematica nella sua vita. Sicuramente regnerebbe la perplessità sia nello studente che nel gruppo classe per una domanda così strana. Eppure, anche il più avverso al mondo dei numeri vi darà una risposta che sicuramente implicherà la matematica. Non c’è bisogno di scomodare la filosofia pitagorica per affermare che la matematica è ovunque, ivi compreso il mondo dei nostri ragazzi. Pensiamo al ruolo dei numeri nel mondo dello sport, di qualsiasi sport, dal calcio alla danza, dalla pallacanestro agli sport da tavolo. E ancora, chi di essi non sarà proprio uno sportivo probabilmente sarà un amante del computer, o dei giochi di ruolo, ognuno di essi avrà avuto a che fare perlomeno per una volta con il mondo del web e più nello specifico dei social. Se poi la risposta del nostro studente evidenzierà una totale assenza di interessi, beh, anche in questo caso avremo raggiunto il nostro obiettivo: conoscere sempre di più, giorno dopo giorno il nostro studente. L’empowerment parte proprio da qua. L’insegnante non inizierà la propria attività didattica insegnando qualcosa, ma facendo capire al suo allievo che egli possiede già in sé determinate qualità affini anche a quello che studieremo. Nella mia attività di insegnante di Scienze Umane il tutto è agevolato dal programma da svolgere: memoria, intelligenza, apprendimento, linguaggio. Tutti argomenti che mi permettono di comprendere in modo agile proprio perché materia di insegnamento in che modo il mio studente usa le proprie memorie, quali di queste mi saranno utili per incrementare in lui autostima e quali strategie decisionali e di apprendimento è più solito utilizzare. Per un insegnante di Lettere il Tema può essere anch’esso un ottimo strumento, così come molto, davvero molto, si può evincere sulle potenzialità dei nostri studenti da una giusta osservazione durante le lezioni di Scienze Motorie e Sportive. Lo stesso principio può essere applicato con maggior successo anche nelle discipline tecniche e laboratoriali. Qui l’insegnante può lavorare su un doppio registro, quello teorico e quello pratico: le possibilità di incrementare un percorso di crescita a partire da ciò che lo studente sa e sa fare sono infinite.

L’obiettivo deve essere quello di aver capito entro i primi due mesi di scuola quali sono gli interessi principali e punti di forza dei nostri studenti. Immaginate quanto questa conoscenza possa portare lo studente ad acquisire un metodo di studio nuovo, idoneo e personalizzato. Da lì dovrà prendere spunto la nostra didattica. Gli effetti di questo nuovo imprinting al mondo della scuola porteranno i nostri allievi a:

  • non sentirsi dei numeri o dei nomi su un registro.
  • Superare l’inconscia diffidenza e distanza che egli hanno nei confronti di insegnanti e scuola.
  • Sentirsi ascoltati e quindi, capire che la loro parola è importante per noi.
  • Capire che non affronteranno questo nuovo percorso sguarniti e indifesi proprio perché la scuola partirà dalle loro potenzialità.

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Capire le loro fragilità

Le fragilità di un adolescente di oggi sono profondamente diverse rispetto a qualche decade fa. L’insorgere e l’aumentare di disturbi legati all’ansia è in continuo aumento soprattutto negli studenti del primo biennio. Queste fragilità spesso si manifestano proprio quando lo studente si sente non adatto ad affrontare una prestazione. Purtroppo per molto tempo la scuola è stata e continua spesso ad essere un mero campo di prova in cui o si sta al passo con quanto deciso dal docente oppure dovremmo affrontare una triste realtà consistente nel non riuscire ad ottemperare a determinate richieste. Stimolare lo studente ad un maggior impegno, a fare ordine nelle proprie priorità spesso non basta. Il tempo scolastico rischia di diventar una prigione da cui evadere il prima possibile o alla quale arrendersi sperando in qualche aiuto esterno.

Cerchiamo di fare un po’ il punto della situazione: quali sono le richieste cui un quattordicenne va incontro innanzi alla nostra società?

  • L’essere un buon studente.
  • Trovare una propria identità spesso entrando in conflitto con la famiglia.
  • Cercare di essere accettato nel gruppo dei pari
  • Rispettare nuove regole.
  • Scegliere un percorso di studio che già a 13 anni dovrà proiettare un bambino a ciò che farà da grande[iii].
  • Avere successo o trarre soddisfazione nello sport e nelle attività extrascolastiche[iv].

Tutto questo presupponendo una situazione sociale positiva per il nostro studente.

Sono molte le domande e gli interrogativi che vi assicuro, i nostri ragazzi, anche se a noi non sembra, si pongono quotidianamente. Queste domande implicano delle prestazioni, la prestazione un risultato e quest’ultimo una serie di risposte emotive che spesso purtroppo sfociano nel disincanto e nella frustrazione.

L’imperativo è allora il richiamo proprio a quell’empowerment capace di rendere lo studente protagonista del proprio apprendimento a partire dal potenziamento delle proprie risorse in entrata, “benzina” pura per affrontare nuovi apprendimenti, prestazioni scolastiche e quant’altro vogliamo condividere.


Riferimenti bibliografici

  1. Catarsi (a cura di), Autobiografie scolastiche e scelta universitaria, Firenze University press, Firenze 2006.
  2. Catarsi, La relazione di aiuto nella scuola e nei servizi socioeducativi, Edizioni del Cerro, Pisa 2004.
  3. Grassili, L. Fabbri., Didattica e metodologie qualitative: verso una didattica narrativa, La Scuola, Brescia 2003.
  4. Silva, E. Freschi, Sharmahd. N, (a cura di), Enzo Catarsi, Un pedagogista al plurale. In suo ricordo, Firenze University Press, Firenze 2015.
  5. Putton., Empowerment e scuola: metodologie di formazione nell’organizzazione educativa, Carocci, Roma 1999

[i] Secondo il pedagogista Enzo catarsi, si tratta della scoperta e della valorizzazione delle proprie risorse. A tal proposito Cfr. C. Silva, E. Freschi, N. Sharmahd (a cura di), Enzo Catarsi, Un pedagogista al plurale. In suo ricordo, Firenze University Press, Firenze 2015.

[ii] E. Catarsi, La relazione di aiuto nella scuola e nei servizi socioeducativi, Edizioni del Cerro, Pisa 2004.

[iii] A tal proposito consiglio l’interessante volume E. Catarsi (a cura di), Autobiografie scolastiche e scelta universitaria, Firenze University press, Firenze 2006.

[iv] La discontinuità tra scuola ed extra-scuola è uno dei temi centrali trattati nel volume E. Catarsi, La relazione di aiuto, Op cit.


Autore: Fulvio Matteucci, dottore di Ricerca in Scienze della Formazione e Insegnante di Filosofia e Scienze Umane presso il Liceo G. La Pira di Firenze dove svolge anche attività come Vicepreside. Negli ultimi anni ha svolto attività come referente per gli studenti con DSA e BES dello stesso Liceo e precedentemente, ha lavorato come Educatore Professionale nei contesti sociali del territorio fiorentino. Oltre che su Educare.it ha pubblicato il volume Lo sfruttamento Minorile nel mondo, Edizioni Via Laura, Firenze 2016.

copyright © Educare.it - Anno XIX, N. 7, luglio 2019
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