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La DAD e la scuola ai tempi del Coronavirus: riflessioni sull'esperienza

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didattica a distanza“La scuola non si ferma”. Con questo slogan la scuola ai tempi del Coronavirus ha sperimentato, improvvisamente e con spirito da pioniere, la trasformazione più grande, dalla classe “vera” alla classe virtuale, dagli alunni in carne ed ossa al video, la DAD. Noi docenti, quelli da tempi formati e quelli che a stento sapevano usare il cellulare, abbiamo saccheggiato la Rete, abbiamo familiarizzato in tempi da record con devices mobili e fissi, con la rete web, abbiamo imparato a interagire con tablet, netbook o smartphone attraverso app da utilizzare come strumenti o ambienti di apprendimento, e lo abbiamo fatto in tempi da record, dimostrando che i vecchi detti non sbagliano mai e “che lo stesso morto insegna a piangere”. Fu vera gloria? Non disponiamo al momento di dati statistici, ognuno di noi si confronta con una platea ridotta: colleghi, amici/colleghi, alunni, figli di amici/alunni, amici dei figli/studenti… troppo ridotta per poter valutare l’impatto della nuova sperimentazione “a tappe forzate”.

“Gli alunni del 2020, quelli della DAD ai tempi del Coronavirus andranno studiati in futuro, per comprendere quali sono le conseguenze e le ricadute del nuovo modo di fare scuola” leggevo ieri. Al momento è difficile fare un bilancio, ci siamo troppo dentro e ci siamo finiti in modo troppo rapido. Non disponiamo di dati e non è possibile argomentare oggi, si fa e basta, non c’è nemmeno il tempo per valutare pro e contro della nuova condizione.

Un po’ come quando ho cominciato ad insegnare, ti accompagnavano in classe ma nessuno ti spiegava che cosa dovevi fare, ti affidavi ai ricordi della tua esperienza scolastica: si chiama l’appello, si firma il registro, si spiega e si interroga, suona la campana ad ogni ora, ogni tanto qualche alunno domanda di andare in bagno…. Conoscevi il programma e sapevi che cosa dovevi insegnare. Il resto, tutto da scoprire, ogni esperienza l’ho fatta sulle spalle di quei poveri alunni. La gestione della classe un’utopia, al limite potevi appellarti alla tua vicenda personale: questo prof. faceva così e mi piaceva, quest’altro, per carità, meglio non copiarlo…

Ci siamo caduti di nuovo. Anche chi di noi aveva avviato la didattica a distanza la utilizzava associandola a quella in presenza, non in modo esclusivo. Mi sento ancora una volta come quando “catapultata” in classe per la prima volta, gli alunni mi guidavano: “Deve chiamare l’appello, professoressa”; “Deve assegnare i compiti, tra poco suona…”. E, in attesa di una valutazione oggettiva, non rimane che riflettere su quanto si sta facendo, ripercorrere i passi svolti, fornire suggestioni e proporre delle domande che, ovviamente, resteranno senza risposta, ma probabilmente, associate all’esperienza, permetteranno di mettere a fuoco alcune questioni.

Di trovare le soluzioni non se ne parla nemmeno, ma è onesto sforzarsi di non adottare posizioni manichee, di evitare di considerare la didattica a distanza una sciagura totale e la maledizione della scuola di oggi, e allo stesso tempo di non esaltarla come la panacea di tutti i mali.

Sotto l’ombrello chiamato DAD sono finite un sacco di cose

Parto da una considerazione, forse l’unica che troverà conferma con il tempo: sotto l’ombrello chiamato DAD sono finite un sacco di cose. Ho sempre considerato la scuola un micromondo, un ambiente estremamente complesso nel quale si riflette la complessità della nostra società: differenze economiche, sociali, di razza, di cultura, di religione, di carattere e di educazione, differenze familiari, di genere, differenze relative e le abilità personali, e chi più ne ha più metta.

Il contatto personale con gli alunni, la reazione quotidiana faccia-a-faccia, il legame di relazione che nasce nel ritrovarsi ogni giorno insieme e l’intervento del docente tendono a smussare gli scarti tra uno studente e l’altro, ma la DAD, qualunque sia la differenza che ti caratterizza, la mette in evidenza.

La mia esperienza, per quanto ristretta, me lo suggerisce a viva voce: “Professoressa, mi scusi, devo lasciare il computer a mio padre, che deve lavorare”, “Professoressa, mi dispiace ma non sono riuscito a connettermi alla videolezione di ieri, io e mia sorella abbiamo finito i Giga”, “Mi dispiace tanto, professoressa, ma ieri non sono riuscita a svegliarmi in tempo per la videolezione, la prossima volta punterò una sveglia”, “Il compito è andato male, professoressa, ma con il cellulare non riesco a vedere bene i documenti e non posso stamparli”, “Ho provato a fare il compito, ma per me leggere un libro è difficile, non posso parlare di un film?”, “Io sono qui, professoressa, ma non posso accendere la videocamera, ho i capelli troppo in disordine…”. E poi c’è chi si mette di fronte al monitor in pigiama, chi fa colazione, quella che chiude la connessione perché nel frattempo i genitori urlano, quello che viene interrotto dall’irruzione del fratellino. E “professoressa, ci ho provato, ma la mia connessione non è buona, mi scusi ma mi sto innervosendo, ci riprovo la prossima volta”. Il furbetto bara con i test a tempo, chi è onesto si mette in gioco e, anche se è sempre stato il più bravo della classe, prende il voto più basso, il musulmano alla tale ora non può connettersi perché prega…

“Il Coronavirus è democratico: come tutte le malattie colpisce chiunque, poveri e ricchi, belli e brutti…” mi ha detto qualche giorno fa una amica. Non ci credo, come scriveva Orwell in 1984 “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri”. Così la DAD arriva a tutti, ma ad alcuni meglio che agli altri. E, quando sento che il diritto allo studio viene garantito perché si sta provvedendo a fornire a tutti gli strumenti necessari per la connessione, impazzisco: il diritto allo studio passa dall’abitudine a leggere, dalla serenità familiare, dal sapere che oggi si potrà fare la spesa per la famiglia, dal possesso delle competenze linguistiche e delle abilità per usare gli strumenti che mi vengono forniti, attraverso il docente che è disposto a sostenerti e a incoraggiarti guardandoti negli occhi, dalla motivazione a studiare. Io posso possedere una stupenda Ferrari, ma se non so guidare resterà inutilizzata, posteggiata per la strada di fronte casa…

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Il dialogo educativo in classe non può essere sostituito

Il discorso sulla motivazione mi porta ad un’altra considerazione, il dialogo educativo in classe non può essere sostituito. Nasce ogni giorno da una occasione diversa: dalla faccia stravolta dell’alunno all’ingresso, da quello che gira l’angolo perché non vuole entrare a scuola e tu vai a prenderlo, dalla notizia che ci ha accompagnato dal risveglio alla campana della prima ora, dal commento di qualcosa che è successo, vicino o lontano a noi, la zuppa sul pullman che porta i ragazzi a scuola, la discussione con l’amica o con i genitori, la lite per il voto.

Tutto questo manca. Inizio le videoconferenze domandando in modo scherzoso: “Vi sono mancata?”, di fronte mi ritrovo tante caselline con le iniziali dei miei alunni: GS, MC, KP, IP, AL, ML, RC, SC, IF… e un coro di voci mi risponde “SIIIIIII, professoressa, lei ci manca tanto, la scuola no”. Quando ci “videoincontriamo” qualcuno si commuove pure, e me lo confessa.

L’Istituto Freud di Milano ha effettuato un monitoraggio per capire come ha funzionato la didattica a distanza in queste settimane di chiusura delle scuole. Il 98% degli allievi è in contatto con attività da remoto, è emerso, il 99% dei docenti è soddisfatto delle attività online condotte fino ad ora, così come la quasi totalità delle famiglie. Ma manca il rapporto diretto con i docenti.

Bene, la ricerca ha confermato quello che ogni giorno verifico. Immagino gli occhi dei miei alunni mentre mi rispondono, ero abituata a scrutarli, a comunicare anche attraverso i loro sorrisi, ad avvertire le loro paure e le loro speranze. Nel dialogo tra docente e studente anche le pause e i silenzi comunicano, nel monitor parlo da sola. Intorno rettangolini colorati e silenzio assoluto. Lo scambio, la sovrapposizione, l’urgenza di domandare sono venuti meno. Di tanto in tanto, allora, domando se è tutto chiaro, se qualcuno vuole aggiungere qualcosa, se vuole parlare e domandare. Seguono minuti di silenzio imbarazzante e imbarazzato nei quali non riconosco la mia classe, ci scherzo su, “Non vi riconosco, che cosa vi è successo? Rivoglio i miei alunni…”, allora le voci si sovrappongono: zzzzzzz, fischi, ttttttttttt, non si capisce più niente. “Piano, piano, uno alla volta, per favore”. Di nuovo silenzio. “Ad uno ad uno, dai, Martina…”. Riprendono a parlare, in ordine, secondo uno stile che non gli è mai appartenuto. Nessuna battuta, non una parola di scherzo, nessuno “sfotticchia” affettuosamente l’altro. Siamo diventati tutti seri. Poi riprendo l parola io, ricomincio a parlare nel silenzio assoluto di fronte ad un monitor con tante sigle. Un altro monologo triste. Dall’altra parte potrebbe anche non esserci nessuno… A volte loro dimenticano il microfono acceso, ma ci stanno più attenti, da quando è diventato virale il video di un laureando che inconsapevole ha commentato a microfono aperto “Bastardi! 104 mi hanno dato” durante la sua proclamazione a dottore in…, ed ora con si sente più, di tanto in tanto “Che palle!” o “Di nuovo? Ma questo non l‘aveva già spiegato?”.

Immagino che cosa avrei fatto io se mi fossi trovata al posto dei miei studenti e mi viene in mente quello che vedo fare a mia figlia: di tanto in tanto la porta della sua camera si apre, la docente parla, la sento, ma lei va in cucina, prepara uno spuntino, mangia oppure va in bagno, mi raggiunge e mi racconta qualcosa. Mentre prende appunti chatta con i colleghi, ridono, contano quante volte il professore ripete “praticamente”, messaggia con il suo ragazzo, anche lui impegnato con le videolezioni. Lo facevano anche prima, anzi lo facevamo, ma ci ridevamo insieme, anche da questo nasceva una complicità tra i componenti tutti diversi della classe, che in queste piccole monellerie, si ritrovavano tutti uguali, e con il prof. che li rimproverava e li richiamava all’ordine, ma alla fine ci provava a non ripetere “dunque/emerge che/praticamente” e qualunque altra espressione avesse attirato l’attenzione dei suoi studenti, utilizzava questi momenti di distrazione collettiva, così come i momenti in cui l’alunna, sempre la stessa tirava fuori il pettine dallo zaino e si pettinava in classe, come feedback, si rendeva conto che li aveva stancati e annoiati e trovava un modo per alleggerire il momento e riprendere le fila della classe.

Mi è capitato di collegarmi in anticipo: di fronte a me, nel monitor, il nulla, nemmeno i rettangolini con le sigle. Comincio a dire a voce alta: “Ci siete? C’è qualcuno?” Nulla. Allora guardo l’orologio e, Vladimiro ed Estragone insieme, avvio con me stessa un discorso da Aspettando Godot: “Che succede? Che mi sono sbagliata di giorno o di ora? - controllo l’agenda - Dovrebbero essere già qui. E se non vengono? Torneremo domani. E magari dopodomani. Forse. E così di seguito. Insomma… Finché non verranno. Ma dovrebbero essere già qui…” controllo di nuovo l’agenda. Fino a quando arriva un “Ciao, prof. Come va?” Ci siamo, Godot è arrivato.

Il dialogo della DAD è un dialogo straniato, lontano e alienato. Come un equilibrista che si muove senza rete di sicurezza, dialogo con i miei ragazzi ma non arriva alcun segnale, a cominciare dal fatto che ci siano o meno, mi seguono? Prendono appunti? Si stanno chiarendo le idee? Io vado spedita, conosco tempi e mosse dell’esercizio, ma posso confidare e mi affido soltanto alla mia esperienza. Anche se provo a farli ridere, sorrido da sola, nessun cenno di risposta, pena un coro di zzzzzzzzzzz, tutti vittime del rumore delle interferenze e delle distorsioni.

Appena finisce la lezione, il telefono squilla di continuo. Segno, anche questo, che non se la sentono di tagliare il cordone ombelicale. Non ci sono orari… né motivi urgenti. Qualche volta un alunno ti chiede di fare una videochiamata, “così per vederci”. Ma che abbiamo fatto questa mattina? Riesco a darmi una sola risposta: noi professori siamo per i nostri alunni insegnanti e figure di riferimento, non è un caso, infatti, che se vogliono farti un complimento o manifestarti il loro affetto ti scrivono che sei una “mamma”, una “maestra di vita”, un’”amica”. La DAD assolve al primo compito e risponde al rapporto formale, ma non scalfisce nemmeno l’aspetto informale della relazione, quello di maggiore confidenza degli guardi dei piccoli gesti e delle smorfie che ci scambiamo, l’unico, forse, per il quale molti ragazzi vengono a scuola ogni mattina, che li motiva allo studio e che li porta a pensare che la scuola gli manca, nonostante la sveglia all’alba e le ore trascorse seduti in classe, nonostante le spiegazioni e i compiti.

Ho provato a chiedere loro: “Che cosa non vi manca della scuola? “I compiti, hanno risposto, le ore da prigionieri in classe, lo studio, la sveglia di mattina, l’uscita alle due e un quarto, le verifiche e le interrogazioni, lavarsi e vestirsi di mattina, i mezzi per arrivare, il peso dello zaino…”. Allora la scuola non vi manca. “No, alcune spiegazioni ci mancano e stare insieme, alcuni prof.”

Alla fine si tratta delle relazioni. Ecco perché la classe, sempre troppo affollata, troppo calda in estate e troppo fredda in inverno, che “puzza di noi”, non potrà mai essere sostituita. E poi, proviamo a chiederlo alle famiglie dei piccoli. Io “domo” tre classi del triennio della scuola superiore, alunni da sedici a diciotto anni, ai quali insegno – almeno ci provo – la Letteratura Latina e Italiana. Alla fine, i miei alunni sanno badare a se stessi e possono restare a casa da soli, con buona pace dei genitori che devono andare a lavorare, anche la famosa DAD se la “spicciano” da soli.

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Quanto era bello quando lo lasciavo a scuola e andavo a riprenderlo dopo sei ore

I genitori dei bambini che frequentano la scuola dell’infanzia e la primaria odiano le videolezioni, odiano i compiti online, e, soprattutto, se le scuole dovessero chiudere di nuovo, chi baderà ai loro figli mentre andranno a lavorare?

Durante la sospensione delle lezioni, prima dell’estate, la figlia della mia amica, tre figli a carico, uno dei quali d’età inferiore ad un anno, mi domandava: “Ma tu la mattina ti vesti?” “Sì” ho riposto e non capivo dove doveva andare a parare. “E ti trucchi?” mi incalzava. “No, quello no. Perché?” “Perché io ogni mattina devo vestirmi e pettinarmi e truccarmi, perché la maestra di P. vuole salutarmi. Ma ti pare normale?”. Avrei voluto ridere, ma non l’ho fatto per rispetto, capivo che lei era troppo accorata. “E le lezioni online durano per tutta la mattina. Cose da pazzi. Poi chiudi il computer e devi ricominciare a fare i compiti, e ad ogni ora arriva una novità. Ormai quando squilla il telefono sono terrorizzata: un'altra cosa da fare in arrivo… Quanto era bello quando lo lasciavo a scuola e andavo a riprenderlo dopo sei ore.” Ho provato a spiegarle che la scuola non è un babyparking, così come vorrei spiegarlo a tutti quei genitori disperati, che non sanno dove lasciare i figli mentre andranno a lavorare. “Chi me la paga la babysitter?”. Se il dubbio qualche volta l’ho avuto, adesso ho la certezza: badiamo ai loro figli, intratteniamoli, lasciamo i genitori liberi di andare a lavorare e se non gli insegniamo nulla poco male, qualcuno non se ne accorgerà nemmeno.

Così su internet hanno prolificato i videomessaggi di genitori che chiedono agli insegnanti di alleggerire la pressione: non riesco a seguirli, non ho la preparazione sufficiente; non ho tempo, devo occuparmi della casa e del resto della famiglia; quando vi riprenderete i “mostri”?; meglio andare a lavorare che stare dietro a loro; nei giorni di vacanza niente compiti, per favore, le vacanze sono sacre; come facciamo a tornare a lavorare se le scuole saranno di nuovo chiuse?

E’ vero, in qualche caso ci siamo fatti prendere la mano. Il tentativo di mantenere la relazione con i nostri alunni ci ha portato a gettarci a capofitto nella DAD. E credo che il lavoro abbia seguito delle tappe, bene o male uguali per tutti.

La DAD in tre fasi: dal “fiato sospeso” all’adattare la didattica agli strumenti nuovi

All’inizio siamo rimasti con il fiato sospeso, in attesa di capire per quanto tempo le scuole sarebbero rimaste chiuse, allora abbiamo cercato di prendere tempo: abbiamo sostenuto il recupero e il consolidamento, in qualche caso l’approfondimento, abbiamo assegnato esercizi sul già fatto, riordino degli appunti, abbiamo indicato libri da leggere e dei quali avremmo riparlato in classe al rientro, video per l’ampliamento delle conoscenze, abbiamo rassicurato i nostri ragazzi ma non proposto nulla di nuovo in attesa di indicazioni più chiare da parte del ministero e dei singoli istituti. Insomma, abbiamo cercato di temporeggiare. Il registro elettronico è stato lo strumento privilegiato in tale fase.

Poi si è capito che del tempo ne sarebbe passato, allora abbiamo provato ad andare avanti e ha preso il via la seconda fase, quella della condivisione di materiali per lo studio. Qui abbiamo cominciato letteralmente a saccheggiare la rete: video, YouTube, Webinar, documenti, Raiscuola, Treccani, Prezi, qualche applicativo che potesse essere utile… non si è salvato nulla. E documenti condivisi, sintesi elaborate da noi, presentazioni di PowerPoint. Il lavoro di ricerca ci ha impegnato per interi pomeriggi, dopo abbiamo abilmente operato delle scelte, copiato, incollato, tagliato, imbellettato e condiviso. Attraverso le classi virtuali i docenti delle scuole che si sono organizzate per prime, sempre attraverso il registro elettronico gli altri. Abbiamo anche chiesto di inviare gli esercizi svolti, le analisi del testo, i temi, per monitorare l’andamento e per tenere d’occhio il lavoro svolto e i processi. Un incubo: otto foto per un tema, files dalle estensioni mai viste, testi bianchi con caratteri improbabili su sfondi colorati, temi con vignette inserite. E ogni verifica un messaggio con la richiesta di conferma, una specie di ricevuta di ritorno in tempo reale: “Le ho inviato il tema, le è arrivato?” “Sì, tranquilla, te lo reinvio corretto domani”.

Ogni volta un lavoro infinito: scarica il file, se si apre, copia e incolla in un file word, inserisci la tabella di valutazione, valuta, inserisci un giudizio un suggerimento, tramuta in pdf e condividi di nuovo con il singolo studente. Se il file non si è aperto, scrivi allo studente, chiedi di salvare il documento in un altro formato e attendi, diviso tra la speranza che riuscirà a mandare anche un semplice file di Note e la certezza che questo non avverrà mai. Ore per riordinare le verifiche, incollare, creare cartelle e mettere insieme. Poi i messaggi: “Professoressa, scusi l’orario (a mezzanotte passata), ma non ho capito il giudizio/non vedo le note con le correzioni/pensavo che fosse andato meglio/le ho inviato il file sbagliato/non riesco a connettermi, domani riprovo/ le posso inviare il compito su Whattsapp o per mail?/non ho la password di Argo/non so come salvare il file, le posso inviare le foto…”.

Tre classi con venticinque alunni circa ciascuno: un minimo di settantacinque messaggi per notificare la comprensione della consegna, aggiungiamone una ventina per la richiesta di chiarimenti, settantacinque di nuovo per notificare che il compito è stato svolto e inviato, più trenta circa per giustificare ritardi, impossibilità a lavorare, per chiedere suggerimenti, ancora settantacinque per comunicarmi l’avvenuto ricevimento del compito corretto, altri cinquanta per chiarimenti relativi al giudizio. Arriviamo a trecentoventicinque messaggi al giorno. E possiamo aggiungere quelli con i colleghi per coordinare le attività, quelli inviati agli alunni che continuamente vanno tirati per la manica perché tendono a nascondersi, quelli scritti per indicare le procedure per salvare e inviare i documenti.

In questa seconda fase i nativi digitali sono stati sbugiardati: sono cresciuti tra diversi devices e sono abituati ad utilizzarli, sono dei “madrelingua” del digitale. Ma anche io ero madrelingua italiana quando ho cominciato la scuola elementare, eppure non sapevo scrivere e tutti gli italiani lo sono, ciò non comporta automaticamente che tutti siano in grado di esprimersi e di comprendere perfettamente la lingua italiana. L’analfabetismo funzionale del quale quotidianamente abbiamo testimonianze nella nostra nazione ce lo conferma. Perché allora dovrebbe essere diverso per il digitale? Sono abituati a scrivere messaggi che arrivano subito al destinatario, a fotografare e condividere nell’immediato la foto, a mettere e a ricevere like, a commentare velocemente, ma a salvare e ad archiviare e ad approfondire non sono abituati.

Questo, e la consapevolezza che la classe non c’è, fanno partire la terza fase: quella delle videoconferenze. Ci siamo lanciati tutti, qualcuno si è pettinato e truccato, forse profumato, qualcuno ha proposto di fare un pigiama party online, qualcuno non ha acceso la videocamera perché era in disordine, ma abbiamo stabilito un contatto. L’esperienza è andata così, il rapporto è stato riallacciato, ma ancora una volta la didattica si è adattata alle tecnologie, non sono state le tecnologie ad essere impiegate/adattate per rendere più efficace la didattica.

Mettendo insieme live, materiali condivisi, esercizi online l’anno scolastico è arrivato alla fine. Abbiamo fatto come quando da ragazzini a cavallo di uno Ciao ci ostinavamo a pedalare mentre la moto procedeva da sola, lo facevamo per abitudine, perché un legame forte alla tradizione, una consuetudine ci imponeva di farlo: pedale uguale pedalare, non aveva senso ma si faceva.

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Ora ci attende la fase quattro, la “mutazione”

Ora ci attende la fase quattro, parlando con i colleghi mi rendo conto che abbiamo acquisito consapevolezza. Ne discutevo oggi con Giovanna: “Finora abbiamo riempito i nostri alunni come se fossero dei sacchi vuoti, abbiamo adattato il modo di fare tradizionale al nuovo mezzo, ma così non è efficace. Qualcosa dovrà cambiare. Qualcosa va modificato, qualcosa recuperato e mantenuto.” Abbiamo creduto che la rivoluzione mentale fosse un effetto della rivoluzione tecnologica, ma adesso sappiamo che è vero il contrario, diversi tipi di esperienze conducono a diversi modelli di pensiero. Forse siamo pronti per la “mutazione”, quella di cui Baricco parlava nel 2004 nel suo saggio in cui definiva “barbari” i componenti della nuova generazione.

Perché il mondo digitale si basa su velocità, connessioni, condivisione, risultato, superficialità, mentre la scuola si è tradizionalmente riferita a valori opposti: lentezza necessaria per assimilare o scandagliare un contenuto, discipline che si muovono spesso separatamente, approfondimento, risultato in termini di voto, da 1 a 10, proponendo un modello per cui si propone un pezzo alla volta, si “seziona”, raramente si “connette” e si condivide, il risultato è estremamente lento ad arrivare, dopo l’interrogazione o il compito scritto, spesso non riguarda il processo ma quello che sei riuscito a sapere/fare/ottenere/raggiungere alla fine. Così non ce ne usciamo facilmente. Eppure, noi docenti siamo professionisti dell’apprendimento, non importa quante cose sappiamo, è decisamente più importante riuscire a trasmetterle, e se il mezzo cambia non possiamo permetterci che la nostra comunicazione resti inefficace.

L’esperienza del Coronavirus cambierà la nostra vita, si sente dire spesso, è vero, una delle poche cose chiare rispetto al bombardamento di notizie che ci colpisce di questi tempi. Per noi docenti il cambiamento consisterà nel ripensare il nostro modo di fare scuola, ma per fare questo è necessario fare ricorso a quello che abbiamo acquisito con il tempo, puntare sulle competenze richieste dalla nostra professione, che sono professionali, metodologiche, didattiche, di comunicazione, di relazione, psicopedagogiche, valutative, docimologiche, ma anche organizzative, tecnologiche e strumentali. La professione più bella e più complessa del mondo!

Possiamo partire da quello che conosciamo: chiarezza sulle finalità educative, chiarezza sugli obiettivi di apprendimento, chiarezza sulle strategie/metodologie più utili per raggiungere gli obiettivi, conoscenza e padronanza delle tecnologie che più sembrano adatte a raggiungere certi scopi educativi.

Non è forse vero che parlare di “epistemologia” equivale a parlare dell’indagine critica intorno alla struttura e ai metodi delle scienze, l’osservazione, la sperimentazione e l’inferenza, con riferimento anche ai problemi del loro sviluppo e della loro interazione, ancora prima che dell’analisi critica dei fondamenti di della matematica, della letteratura, della lingua straniera? Non basta condividere, ma pensare alle tecnologie digitali come a un mezzo per raggiungere finalità didattiche che altrimenti sarebbe più complicato o impossibile raggiungere. Però così siamo entrati nel campo della didattica non trasmissiva, ma laboratoriale: per progetti, per problemi, per compiti autentici e collaborativa.

Dovremmo allora gettare via tutto il “vecchio”? Certo che no, la scuola “trasmissiva” è riuscita a veicolare conoscenze e spiegazioni, che a molti resterebbero precluse, ha fissato ciò che gli studenti devono essere capaci di fare (abilità/competenze): tradurre un brano dal o in latino; saper svolgere un’analisi del testo; saper risolvere problemi di matematica; saper scrivere in buon italiano; saper fare una traduzione in lingua straniera. A tutto questo non si può rinunciare. Forse si potrebbe fare spazio, mettere insieme vecchio e nuovo, usare le nuove tecnologie per rendere la nostra didattica più attiva, collaborativa e laboratoriale, e questo non può prescindere dall’esistenza di un docente competente, creativo e capace di progettare.

Ci spaventa? Assolutamente no, ogni docente sa che, DAD o meno, senza competenza, creatività e progettualità non riuscirà mai a gestire una classe.

 


Autrice: Sofia Cardella insegna Italiano e Latino da circa quindici anni a Palermo, nella scuola secondaria di primo grado all’inizio della sua carriera, e oggi in quella di secondo grado. Conclusi gli studi, si era ripromessa di non mettere più piede in una scuola, ma la sua prima esperienza di docente in una scuola media della periferia della città l’ha conquistata e ha avviato la sua professione per passione, certa di sapere che cosa non deve fare l’insegnante, mai di quello che deve essere. Ha sempre affiancato l’attività di docente con quella della scrittura, una passione che cerca di trasmettere ai suoi studenti.


 copyright © Educare.it - Anno XX, N. 8, Agosto 2020
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