Stop the genocide poster

  • Categoria: Dipendenze

Per una cultura delle dipendenze

Ciò che è evidente attrae la vista, ciò che è oscuro sollecita il sapere
La Kabbala

 Cadi sette volte e rimettiti in piedi otto volte
(detto buddista)

Di fronte a colui che soffre e che fa soffrire, che si pone di fronte a te, per colpirti con un oggetto o con una legge, sii volto d’alterità, abito d’alterità, cammino d’alterità
M. Balmary

La tossicodipendenza può essere una "risposta problematica alla domanda di benessere" (G. Sissa) e la modernità ci ha consegnato l’illusione che ogni difficoltà o problema umani possono essere trattati e risolti, tramite la scienza e la tecnica, in tempi brevi. Il fenomeno tossicodipendenza, oltre ad essere fortemente mutevole, è relativamente recente e come tutti gli oggetti scientifici "nuovi", necessita di approfondimenti. Si può infatti affermare che il "sistema" in questione è relativamente giovane (come le problematiche relative all’adolescenza) in Italia, dove ha cominciato ad assumere rilevanza sociale, gradualmente e/o con fasi alterne, dal 1975 in avanti.

Nell’attuale dibattito sulle dipendenze patologiche da sostanze psicotrope vengono riportati, anche in ambito politico, solo alcuni degli aspetti del fenomeno che sono rappresentativi "del come" la gente comune lo percepisce. Questi aspetti, come la marginalità, la devianza e la violenza, vanno ad alimentare l’immaginario collettivo e vengono riportati dalla cultura mediatica che ne amplifica la portata e la valenza, cosicché diventano elementi essenziali di una monolettura che rischia di definire a senso unico la tossicodipendenza, quando è da quasi tutti ormai comunemente riconosciuta come un fenomeno in divenire, articolato e dalle molteplici sfaccettature. Il grosso limite di un tale prospettiva è dato soprattutto dal conseguente prevalere della componente emotiva che colora questi aspetti negativi. Il tossicodipendente in quest’ottica viene assimilato al viandante che nel medioevo (Le Goff) percorreva le strade dell’Europa. Similarmente al viandante di allora, il tossicodipendente è visto come un "senza luogo", come non collocato rispetto al contesto e alle regole sociali, un possibile emarginato la cui vita non è scandita da impegni progettuali, con costumi ed identità differenti, si da essere percepito come un reale pericolo, o una minaccia, da tutti coloro che incontra nel suo viaggiare.

 

L’utilizzo corretto dei termini

 

Anche quando si parla di trattamento clinico di una persona dipendente, con l’utilizzo quindi di tutta quella terminologia che è il background degli addetti ai lavori, si è a volte lontani dalla reale rappresentazione della cultura dei Servizi e dall’evidenza scientifica.

Negli articoli, nei discorsi tenuti a vario titolo e nelle bozze di legge traspare una certa confusione concettuale e scientifica. L’accezione che si ha di alcuni termini, che si riferiscono a fasi del percorso trattamentale o a precisi interventi tecnico-strumentali, è discutibile se non del tutto scorretta. Ad esempio il termine dipendenze patologiche è sicuramente più corretto ed adeguato dell’abusato termine tossicodipendenze. Infatti è… "senza dubbio possibile considerare il problema della dipendenza come la chiave di volta della tossicodipendenza" (R. Ingold). Non è un caso che le persone tossicodipendenti si nominino tra loro con il termine "tossico", omettendo la seconda parte della parola composta.

Le cure, inoltre, non sempre sono finalizzate alla "riabilitazione" e questo tipo d’intervento non sempre si avvia al termine di una cura, anche perché… cosa s’intende, o si sottintende, con questo termine?

Esiste un reinserimento (psico!)-sociale?… E ancora… che cosa si sottintende con questo termine composto? Ci si riferisce alla cultura psicosociale o ad un preciso modello teorico-pratico, ad una specifica modalità di reinserimento?

Questi malintesi capitano anche quando s’intende il trattamento come un percorso lineare che si conclude con un esito certo, predeterminato a priori e non come un processo costituito da una serie di fasi concatenate ed il cui percorso ed esito non sono scontati e sempre prevedibili. La progettazione concertata, che vede il cliente dipendente partecipare consapevolmente a tutte le fasi del trattamento e concordare lo stesso con gli operatori di riferimento, non esclude a priori la possibilità che il progetto si modifichi in itinere, s’interrompa, cambi obiettivi e direzione, venga riformulato. La ricerca scientifica stessa ha preso atto di questa situazione ed ha cercato di formulare delle risposte coerenti agli assunti di base. Le Reti Neuronali Artificiali o Sistemi Artificiali Adattivi (M. Buscema) sono, ad esempio, uno strumento matematico ed informatico costruito per la comprensione e la previsione delle dinamiche di fenomeni complessi.

Il lavoro con persone in grave difficoltà

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la dipendenza patologica da sostanze psicotrope come una malattia cronicizzate, soggetta a recidive. Questo significa che si lavora sempre e contemporaneamente su due aspetti interdipendenti, la stabilizzazione ed il trattamento evolutivo.

Chi lavora con le persone dipendenti sa che deve possedere alcuni requisiti, come una buona capacità di analisi della realtà e la consapevolezza dei propri limiti, uniti alla percezione dell’esistenza della possibilità, sempre presente, di un cambiamento interno/esterno della persona. Occorre saper convivere responsabilmente con l’ansia ed un certo senso di precarietà che sono sempre presenti in un questo lavoro, nel quale, anche quando si è immersi nella quotidianità, si fa sperimentazione e ci si interroga continuamente sulle modalità del proprio operato. Ne consegue che ogni operatore od equipe progetta in maniera definita, ma non definitiva.

Nella pratica lavorativa vi sono molti eventi /situazioni che possono essere spiazzanti per l’operatore (C. Renzetti). L’essere troppo vicino o lontano della persona che chiede aiuto, e quindi la difficoltà del tenere aperto un canale di comunicazione; la biografia troppo "piena" o fragile; le competenze specifiche delle persone: vedi storie troppo consolidate, complesse o situazioni di doppia diagnosi; il profilo sfuggente dell’interlocutore (il puzzle che non si compone!); la delusione-ritorsione come risposta dell’operatore ad un effetto/evento spiazzante; l’ambivalenza della persona che chiede aiuto: "vorrei, ma…". Tutto ciò rende più comprensibile, ai non addetti ai lavori, quali possono essere le difficoltà che gli operatori incontrano negli interventi con persone che sono portatrici di una grossa sofferenza.

Si possono incontrare quindi due atteggiamenti, che possono essere presenti in momenti differenti negli stessi operatori: il mettersi costruttivamente in discussione e l’atteggiamento di difesa che "fa scivolar via tutto" e che porta all’indifferenza e alla banalizzazione degli interventi.

Il processo di lavoro non si ferma mai, deve andare avanti!… e può quindi essere vissuto come un nastro di trascinamento, dove vi sono una serie di rapporti di sfioramento, superficiali, non fecondi, oppure può essere sentito dagli operatori come una serie di fasi non rituali dello sviluppo della performance, dove avviene un riconoscimento reciproco di persone impegnate in relazioni d’aiuto con altre persone. E questo significa l’accettazione del continuo movimento del coinvolgersi e del prendere le distanze nel rapporto con le persone.


La mediazione

Un’acuta analisi sociologica dei rapporti tra le persone, compiuta da Erving Goffman del 1952, ha messo in evidenza come sia estremamente importante, in un contesto di rapporti istituzionali, che qualcuno svolga la funzione di "raffreddare il pollo" ed impedire che questo "inacidisca".

In tutte le organizzazioni che offrono un servizio alle persone vi sono clienti che presentano lamentele perché sono insoddisfatti delle prestazioni ricevute o che dichiarano di non aver avuto. In queste situazioni si pone un duplice problema. Da un lato occorre mantenere un buon rapporto con il cliente e far sì che questi mantenga i contatti con il servizio. Dall’altro può capitare che l’operatore non accetti il modo in cui viene trattato, in quando lesivo dell’immagine che ha di sé, del ruolo e della funzione che è chiamato a svolgere. In questi casi l’organizzazione è chiamata a raffreddare il pollo. Quindi il pollo può essere sia il cliente che l’operatore.

Coloro che si pongono in una dimensione di relazione d’aiuto, per assunto, sono sempre disponibili a prendersi la responsabilità del pollo perché il "loro mestiere è quello di offrire una relazione a coloro che hanno fallito nel relazionarsi con altri" (E. Goffman). Ogni operatore è, in un certo senso, chiamato a svolgere un ruolo di pacificatore della società. Il pacificatore può restare tranquillo, mentre "se il pollo rifiuta di farsi raffreddare, può scatenare contro il pacificatore ogni genere di armamentario istituzionale". Questo implica una parte di coinvolgimento emotivo da parte dell’operatore che, quando si tratta di raffreddare il pollo, può contribuire a rendere sgradevole il compito da eseguire. "E’ quest’incapacità di restare insensibili davanti alle sofferenze altrui, quando qualcuno le porta davanti ai nostri occhi, che tende a rendere il lavoro di pacificatore una specie di "lavoro sporco".

 


L'autore: Antonio Notabartolo è un Educatore Professionale (operante in ambito extrascolastico) che predispone e attua progetti educativi con valenza riabilitativa. Lavora nel Ser.T (Servizio Tossicodipendenze) Distretto2 dell' Asl3 TO dal 1993.


copyright © Educare.it - Anno II, Numero 10, Settembre 2002