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  • Categoria: Dipendenze

Affinché i sogni non finiscano in fumo

"I have a dream …" iniziava così uno dei discorsi di M.L.King entrati ormai nella storia.
"Ho un sogno" possiamo dire noi o aver detto da giovani, in un passato in cui era più facile prendere contatto con questa dimensione. Ma oggi possiamo ancora riferirci a quel sogno?

E’ importante interrogarsi per orientarsi. Non si può far calare il sipario su un sogno (e sul progetto che sta dietro quel sogno) senza pensare all’importanza che hanno le motivazioni nell’accompagnarci e nel proiettarci nella vita.

Recuperare per orientare, quindi; recuperare un sogno o la consapevolezza di quel sogno attraverso un’interlocuzione pedagogica che può divenire strumento operativo per guidare l’esplorazione e la comunicazione. E’ questa la sfida, ma anche la proposta che può aiutare chi esercita funzioni educative.
Recuperare allora può significare intraprendere un percorso di riscoperta di quella biografia personale, che nel percorso di vita ha incontrato vicoli culturali ed ambientali, che si sono trasformati in vincoli perché rivelatesi vicoli ciechi.

L’uso di sostanze stupefacenti può divenire vicolo? E quando? All’inizio? Dopo un po’ di assunzioni? Quando non se ne può più fare a meno? Senz’altro, indipendentemente dalla quantità, quando chiude la creatività, quando esaurisce le risorse, quando - intermittenza dopo intermittenza -brucia la luce. Al buio è difficile cercare la strada, al buio si può sognare, ma chi sogna solo di notte si perde l’altra metà di quel che di giorno ci attende.

C’entra allora la ricerca di quel sogno negli interventi attuati con chi usa sostanze stupefacenti? Che significato occupa questa ricerca, in chi svolge funzioni pedagogiche/ educative/ promozionali, l’accompagnare in un percorso di ri-consapevolizzazione le persone che si incontrano perché hanno perso il filo nell’uso di sostanze stupefacenti?
Ripensare agli stili di vita comprende un ripensamento del progetto di vita personale, nel quale si innestano quegli obiettivi spesso così carichi e potenti in gioventù, ma successivamente "persi".
Recuperare qualcuno … allora può significare anche recuperare quel sogno personale che può essersi assopito nell’uso di droga: assopimento perenne nelle situazioni di "dipendenza", assopimento ad intermittenza nelle situazioni di "uso integrato".
In D. Demetrio (1996) troviamo le seguenti indicazioni :"il sogno è una sorta di autodefinizione del giovane individuo rispetto alla sua possibile realizzazione adulta; il soggetto comincia a strutturare la sua vita per poter, in termini realistici concretizzare gli elementi fondamentali del suo sogno". Il "sogno" presenta dunque caratteristiche di intenzionalità e di vitalità.

Allora diventa importante aiutare i ragazzi ad accedere, a reinterrogarsi sulla rappresentazione del loro progetto di vita, e, ancora più importante, su quali obiettivi e su quali valori innestano questo loro percorso.
Tutti noi sappiamo che il massimo desiderio di ognuno è quello di essere "felici", "sani" e di avere "buone relazioni"; tutti noi lo sappiamo, ma spesso lo diamo per scontato e ci dimentichiamo di rappresentarlo, immaginarlo, descriverlo.
Come educatori, o come coloro che si percepiscono tali, abbiamo il dovere di attivare processi di consapevolizzazione rispetto alle scelte che si fanno, su quanto queste ci avvicinano al "sogno", al successo di realizzarlo, o ce ne allontanano verso derive sconfinate (e forse anche già sconfitte).
Tutti noi vogliamo essere liberi di scegliere, ma è necessario anche rendersi conto che si sta "scegliendo"! Questo significa essere responsabili: "il tipo responsabile è cosciente del contenuto reale della sua libertà" (F.Savater, 1998).

Credo che accanto al termine "responsabilità", nel quadro della riflessione che stiamo facendo, si possa affiancare il termine "rispetto", non solo di se stessi, non solo degli altri, ma anche del proprio sogno:

"Gli dica
di rispettare
i sogni della sua giovinezza
quando sarà uomo"

Ancora il sogno come elemento che ci può riscattare, che ci può fare uscire dalla normalizzazione.
Sì, desideriamo tutti "essere normali", essere "come gli altri"… ma siamo sempre alla ricerca anche di qualcosa di originale, di qualcosa che ci salvi da una "normalità" che tutto placa, che tutto nasconde, che tutto tace.

E’ questo un mondo da recuperare? E’ possibile ripensare un processo culturale?
Sin qui il termine "recuperare" poteva dar adito ad un intervento diretto verso chi si è perso, verso chi ha un problema. Ma non è tutto qui, non può ridursi in modo minimalistico a questo.
"Recuperare" significa anche rivisitare un processo culturale assorbito in "automatico"; "recuperare" significa anche riprendere un dialogo interrotto, tornando a parlarsi, a spiegarsi, ad ascoltare le "ragioni" altrui.
Si recupera quando qualcosa si interrompe: certo i tempi del recupero sono sempre relativi, non li conosciamo mai in anticipo, ma dobbiamo chiederci se è possibile recuperare anche alle prime intermittenze, quando ancora il sogno non si è rotto.

Convinti come siamo che solo stando dentro si può cambiare, che solo impegnandoci si può comprendere, che solo dialogando si può rispettare, e affinchè i sogni non finiscano in fumo, intendiamo rivolgerci:

  • ai giovani: affinchè la sperimentazione, l’iniziazione, la pressione all’uso non si "normalizzi", non diventi un automatismo … spesso una giustificazione. "Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo": al verso di Montale appare si rifacciano i dialoghi con chi assume sostanze stupefacenti: "non siamo tossici, non vogliamo diventarlo". Ma il dialogo non può ridursi a ciò, è pure importante definirsi per quello che si è, fosse anche per quello che si sogna.
  • ai genitori: affinchè il passaggio dalla preoccupazione "temo, ma non so se mio figlio fuma…" ad "adesso che lo so, che faccio?", non si traduca né in un assillo disperato, né in generici "speriamo che se la cavi".
  • agli operatori che si occupano di educazione: affinché non vada in "fumo" la capacità di cercare e ricercare percorsi di consapevolizzazione rivolti non solo agli utenti "vecchi" e "nuovi", ma anche alle reti comunitarie, a chi "fa" cultura, a chi ancora "ha qualcosa da dire".

"Let’s talk!": parliamone! Contribuiamo a rimettere in moto processi di acculturazione.
Con questo spirito abbiamo posto interrogativi e riflessioni … chiediamo contributi, chiediamo rilanci. 
Non è importante in quale parte del campo possono andare. 
E’ importante che sappiano orientare.

 

 


copyright © Educare.it - Anno V, Numero 4, Marzo 2005