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Un bambino (autistico) visto da vicino

Un modo per descrivere la disabilità è quello di fermare sulla carta momenti del proprio vissuto con l’ “Altro”. Scrivere, raccontare di quei momenti per attivare un processo di cambiamento su di Sé, sulla propria vita. La scrittura vista come mezzo di comunicazione, ma soprattutto come strumento capace di cambiare qualcosa di se stessi, per trasformare il mondo nel quale si vive, muovendo dall’interno verso l’esterno, per designare un percorso dell’esistenza. Vivendo se stessi, ascoltando con cura ciò che l’ “Altro” ci muove dentro: il senso di vuoto, di impotenza, di solitudine, la paura, l’angoscia, la rabbia, l’ansia, e poi la leggerezza, lo stupore, il cambiamento, il desiderio di esistere, la gioia di vivere.

Questo a partire da ciò che l’ “Altro” diverso da noi ci permette di vivere, tenendo sotto controllo i nostri personali preconcetti, la sfera egocentrica degli impulsi, degli interessi privati -come dice Gadamer (1991)- “in modo che l’altro non diventi o non resti invisibile”.
L’ “Altro”, nella relazione, diviene parte di noi ed acquisisce un senso che appartiene all’intimità di chi lo vive in prima persona.

Scrive Mariangela Giusti (1999): “il senso che ciascuno di noi dà alle proprie azioni, ai propri sentimenti, alle parole, ai concetti, alle frasi, ai discorsi, non risiede in qualcosa d’esterno a noi, ma fa riferimento ad un vissuto interiore irripetibile, che è nostro del tutto, anche se può essere condiviso con gli altri”. Ecco che “la parola scritta diventa uno spazio possibile di frontiera fra il dentro e il fuori, striscia estrema del movimento di uscita e di entrata fra la nostra interiorità più nascosta e l’estraneità che comprende l’ “Altro” e dunque anche noi stessi”.

Questa è una storia, un pezzo breve di vita, testimonianza di una relazione tessuta insieme all’ “Altro”. Parlo di un bambino affetto da una grave alterazione della mente, dall’autismo, con il quale ho vissuto insieme momenti difficili, edificanti per il mio progetto di vita.
È la storia di Giovanni che frequenta un gruppo di altri bambini affetti dalla sua stessa malattia. Giovanni, a giorni alterni, di mattina, partecipa alle attività educative all’interno di un Istituto di Riabilitazione di Neuropsichiatria Infantile.
Giovanni entra nella stanza in braccio al padre. È tenuto teneramente come una creatura preziosa e delicata. Delicato è anche il sorriso di fiducia del padre, che con un soffio di voce lo porge dicendomi il suo nome.
È un bel bambino di quattro anni, capelli corti biondi, occhi grandi castani e un faccino tondo. Il padre si piega, lo mette a terra, lo saluta e subito Giovanni si trova davanti me. E’ in disagio, cerca la fuga ma non la trova; allora si butta sul pavimento, sdraiato a pancia in giù e piange, piange sempre più forte fin a stancarsi e a fermarsi per ritrovare la forza.
Poi riprende; provo a distrarlo con i giocattoli ma li rifiuta, così come rifiuta la mia vicinanza, la mia parola detta sottovoce. Giovanni mi dà un’occhiata veloce, di traverso, senza esporsi frontalmente, sembra non voler dare la minima sensazione di esserci, ma allo stesso tempo al contrario, si fa sentire perché sente me come di troppo.
Giovanni appare come chiuso in sé in un mondo dove non c’è posto per l’esperienza, e dove l’esterno, il fuori sembrano non esistere. Questi sono “luoghi” d’esperienza a lui non graditi perché pieni di cose e persone che minacciano le sue difese.
Il bambino non dà l’impressione di voler tornare dal padre, vuole uscire dalla stanza e basta, per starsene per conto proprio, nel proprio mondo, in un modo che gli è amico e a cui tiene gelosamente. Ma io glielo impedisco, non lo posso permettere. Giovanni adesso, mi riguarda.
Inizio così a pensarlo, ad immaginarmi fatti, cose e fantasie che gli appartengono, che lo percorrono, ma mi è difficile avere davanti qualcosa di nitido, se non i suoi comportamenti repentini, col suo corpo sulle punte dei piedi, che corre, che si volta di continuo come se qualcuno lo chiamasse da più parti. I suoi movimenti veloci, i suoi colori lucenti mi danno un’immagine raggiante di lui, un senso di vitalità e solarità.

Mi soffermo su di me, o meglio, su come Giovanni mi fa sentire: non guardato, non voluto, non riconosciuto, vuoto, senza né parole né pensieri, ma con un’emozione amara in bocca. Questa sensazione mi proviene dal modo di comunicare di Giovanni, privo di parole e di sguardi. È la forza del silenzio ad impressionarmi, di un silenzio anche gestuale nei miei confronti. Cerco di entrare nel suo mondo ma scopro il vuoto dentro di me, l’assenza di parole, l’assenza di gesti, l’incapacità di agire in qualunque modo.
Vivo un vuoto che non mi dà pace, che mi fa soffrire e non riesco a capire.
Mi appello all’angoscia descritta da Heidegger (1968), quella situazione emotiva che ci sprofonda nella solitudine, nel distacco da tutto e da tutti. Di fronte all’angoscia il mondo perde di significato: non più il mondo, non più le cose del mondo, non noi stessi ma il nulla. L’angoscia ci allontana dal mondo rendendolo insignificante, ma proprio da questa lontananza – che è il contrario dell’appagatività con cui ci rapportiamo quotidianamente – il mondo ci si apre davanti come mondo, nel suo essere indipendente da noi. L’angoscia racchiude la possibilità di un’apertura dell’essere, di una sua reale comprensione, per il fatto che isola, che ci restituisce l’autenticità, o per lo meno ce ne rivela la possibilità. L’angoscia ci pone di fronte alla nostra estraneità con questo mondo, ci fa sentire non a nostro agio. Ecco, nella relazione con Giovanni vivo un profondo disagio, egli nega alla base qualsiasi contatto diretto o indiretto, ossia, riferito a me o agli oggetti frapposti tra me e lui. L’isolamento prodotto dall’angoscia permette di aprirmi al mio essere, di guardarmi in modo diverso, per comprendermi maggiormente rispetto a prima. Così, rimango seduto immobile perché Giovanni mi smuove dentro qualcosa di nuovo, o forse di antico, che avevo nel mio inconscio. Mi trovo a dover rimettere in questione il mio modo di comunicare, che ora diviene un modo di ascoltare diverso da prima. Smetto, anche questa volta, di misurare tutto con lo sguardo, e inizio ad ascoltare me stesso, per percepire ciò che vivo e per ascoltare il suo linguaggio. Mi accorgo che quella durezza che lui mi fa sentire con la sua apparente indifferenza e ostilità, pian piano si attenua, si flette, facendomi percepire un margine di apertura che si è formata nel momento in cui ho cessato di osservarlo ed ho iniziato ad accettarlo, e a comprenderlo partendo da me stesso.