- Categoria: Esperienze e progetti con la disabilità
Descrizione di un'esperienza: Martina
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Da un po’ di tempo rimando un’idea che nasce dal bisogno di fermare alcune cose, vissuti di un’esperienza. Sono momenti in cui sento di descrivere i passi del mio lavoro educativo con i bambini. Mi rifugio nella scrittura per cercare una comprensione dentro di me. Come se di fronte ad un foglio bianco rispecchiassi il mio mondo interiore e a poco a poco immettessi delle lettere e degli spazi per riflettermi dentro con maggior nitidezza. Per comprendere come sono diventato, quello che sono ora. Comincio dal foglio bianco come dal mio primo vissuto, che è andato via via riempiendosi di parole “tinte” di pensieri e di affetti. Parlo delle coloriture affettive nate dalla relazione con una bambina di sette anni, Martina, affetta da autismo. La seguo in un gruppetto di altri tre bambini della stessa età, con problemi diversi dai suoi.
Forse attendevo il momento giusto per scrivere di lei; forse lo dovevo trovare dentro di me. Potevo solo farmi aiutare dal mondo che mi sta intorno.
Adesso sono seduto su una sedia davanti ad una campagna: si vede il mare, lontano dai rumori, dalle cose, dai segnali, dalla gente che incontro abitualmente. Sono qui, fermo, ad ascoltare, a farmi attraversare silenziosamente dai suoni naturali, come il canto dei fringuelli, come la voce intermittente di un merlo che sta nella casa accanto alla mia. Il vento mi accarezza la pelle e il sole tenue della mattina mi sfiora appena. Non riesco a vedere ciò che ascolto, e questo mi dà una sensazione quasi di mancanza. Sono abituato a vedere e il fatto di ascoltare solamente mi mette in una situazione nuova. Cerco di convertire questa mancanza della vista in una nuova possibilità, che mi viene da dentro: ascolto i suoni che provengono da fuori e cerco di farli vibrare nel silenzio del mio spazio interiore. Tento di farli interagire dentro di me, e scopro pian piano di essere più disponibile a un ascolto vero, sganciato dai pensieri, dai giudizi, dalle preoccupazioni e cose contingenti. Mi procuro uno svuotamento: sento di avere maggior respiro, è come se adesso riuscissi innanzi tutto a pensare e a sentirmi. Grazie a questo “silenzio” -ricco di suoni- che mi giunge dal mondo fuori e che faccio interagire col mio interno, riesco a mettermi in contatto. Risalgo perciò ai vissuti con quella bambina, con Martina.
Mi giunge subito l’immagine di lei, di come l’ho vista: bambina bellissima dai toni chiari, capelli biondo cenere, un volto dolce, magrolina, e uno sguardo messo in luce da un colorito bianco posato su due guance rosate. È il colore della pelle a illuminare il suo volto, e non i suoi occhi, belli, di un colore azzurro-mare, ma persi all’orizzonte. Martina vede tutto, sembra controllare tutto con lo sguardo. Di prima mattina, non appena le apro la porta, si getta dentro e corre, corre lungo il corridoio fino alla nostra stanza, dà un’occhiata per sincerarsi che ci siano le cose, disegni, pennarelli, libri, fogli, giochi, bambole, casette, animali di peluche, costruzioni; poi va nelle altre stanze con un passo deciso e leggero. Guarda anche lì, se c’è sempre tutto, tutto ciò che ormai conosce bene e con cui ha giocato tanto. Martina insegue le cose con lo sguardo, anche quando queste non le passano davanti. Eppure sembra vederle sempre, anche se qualcuno s’interpone tra lei e il suo mondo; così si gira, si alza, le ricerca per non perderle di vista. Alla fine arriva a toccarle, e ogni volta inizia un nuovo gioco. Lo fa in un modo che le è unico: si sposta veloce, per vedere e andare subito vicino a quell’oggetto che le preme. Si muove ancora prima di pensare, ed è così sicura che sfugge persino alla mia vista. Nel suo movimento, così silenzioso e solitario, si rende quasi invisibile, almeno ai miei occhi, che si trovano a scoprirla quando ormai è già lontana. E poi è così bella mentre gioca, da far invidia agli altri bambini: prende la casina di legno, la mette in ordine con tutti i suoi arredi e fa interagire i personaggi, le bamboline. Le fa mangiare, dormire, camminare da un ambiente all’altro, insomma, sembra curarle in ogni momento della vita quotidiana. Non aggiunge una parola mentre ci gioca, facendole così vivere delle loro azioni soltanto. Martina è presa dal gioco, catturata completamente, e mostra pacatezza e leggerezza. Però qui, dentro un gioco solitario, non ride mai, non sorride neppure. C’è bisogno di un gioco libero, in movimento, magari con le canzoncine, dove tutti ci afferriamo per mano, per farla ridere e sorridere, per non farle inseguire quelle cose, per sentirla dunque maggiormente presente.
Martina va incontro ai suoi compagni appena li vede arrivare, li chiama per nome ridendo e andando loro vicino, quasi a sfiorargli il volto. Li guarda, come guarda me, per pochi attimi, con i suoi occhi che subito ritrae verso le cose, come a bastargli quel breve ma soddisfacente contatto. Sono occhi grandi i suoi, in movimento, in lontananza, in apertura, alla ricerca di qualcosa che riesca a tenerla un po’ lontana dagli altri non appena ha stabilito un contatto.
Mi colpisce, come mi guarda, a volte, di sorpresa. Mentre siamo lì, tutti insieme, lei d’un tratto alza gli occhi dal foglio e fissa i miei, poi sparisce. Pare che si fermi a guardarmi solo nell’iride, in superficie, perché sento il suo sguardo tenue e sfuggente. Col suo “vedere” tocca i miei occhi e va via, prima che io capisca cosa mi voglia dire, prima che io possa leggerci qualcosa. Allora ci rimango male, vorrei tornare un attimo indietro per rivivere quei suoi occhi verso i miei, e per cogliere, questa volta, un senso. Però, a pensarci bene, cioè, a sentirmi bene, un senso c’è: per un momento lei mi ha guardato come a dirmi che c’è, che sta bene in quella situazione dove si fanno delle cose che a lei piacciono e dove lei si trova a “casa”. In quel presente si sta vicini, non c’è bisogno di ricercare altro, e ciò è quello che importa. Nascono in quel modo delle emozioni nuove, legate a una relazione sempre più vicina, dove è sempre meno importante vedersi, guardarsi, e invece sempre più prezioso viversi, ascoltandosi solamente. Come se quell’unico contatto visivo avesse dato ulteriore senso a tutto quello che già c’era.
Martina i suoi occhi li osserva molto allo specchio, senza temere di scoprirsi, senza “contare i secondi”. Innanzi tutto si guarda i capelli, le codine e i nastrini, come guarda anche i vestitini che lei stessa sceglie di indossare al mattino. Le piacciono tanto i temi fioriti, fantasiosi e caldi dai toni sgargianti.
Martina parla, dice parole che esistono e che non esistono. Parole spesso che sente dire e che ripete subito dopo, oppure che ricerca da sola per volermi dire qualcosa o chiedere qualcosa. Spesso questi vocaboli assumono un significato magico, sembra che ci giochi dentro, spezzandoli e componendoli a suo piacimento. Sì, proprio con piacere, come quando legge davanti agli altri i librini di “Topazio” e “Anna”, dove spesso trasforma le parole, “tagliandole” e “incollandole” tra di loro, producendo così dei suoni che solo lei può capire, e che la fanno sorridere divertita.
Quanto è vicina al proprio mondo Martina? Certo è che questa bambina permette sempre più all’altro di guardarla e di sentirla, proprio perché anche a lei, ora, è permesso di mettersi in contatto un po’, scoprendosi ogni volta sempre più bambina e sempre più vicina.

