Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 6 - Giugno 2024

  • Categoria: Monografie

Riflessioni su una pedagogia partecipazionistica

Delineare uno sfondo psicopedagogico legato ad una pedagogia dell’ascolto e dell’interazione emotiva secondo la quale il bambino non è dato e conosciuto con scontata ovvietà ma un bambino da scoprire nella sua realtà individuale e soggettiva, permette di qualificare il rapporto relazionale (adulto-bambino) sottolineando aspetti e possibilità frequentemente destinati a rimanere in ombra.

Riflettere sull’opportunità di sostenere e promuovere una filosofia pedagogica che senza sostituirsi all’analisi clinica proponga atteggiamenti e percorsi metodologici propri, crea nuovi campi di senso; e ascoltare con atteggiamento empatico-partecipativo emozioni, fantasie, desideri e paure, diventa un’esperienza relazionale di costruzione di senso in cui le possibilità combinatorie dell’attività mentale trovano nella narrazione un’opportunità di conoscenza valutativa e metavalutativa. Pedagogia affettiva e didattica di routine, abitualmente percepite secondo i canoni della conflittualità tra gli opposti, viste nella prospettiva dell’interazione emotiva e dell’ascolto partecipazionistico identificano momenti di un continuum reale valorizzante non solo le potenzialità e le abilità cognitive ma l’insieme delle dinamiche evolutive.

Come precedentemente accennato, l’intento non è certamente quello di sconfinare in ambiti di non appartenenza sostituendosi a valutazioni cliniche e a programmi terapeutici ma l’invito è quello di considerare la possibilità di un intervento psicopedagogico di consiglio che connoti l’impostazione didattica di una nuova forma mentis disponibile all’autovalutazione, al dubbio e soprattutto all’ascolto. Il binomio pedagogia affettiva-didattica di routine non deve continuare ad essere inteso e giudicato come accostamento inopportuno tra fantasie e realtà ma, al contrario, definire un percorso operativo ed elaborativo in cui l’intervento metodologico segue un’impostazione sperimentale e non direttiva e i dati raccolti diventano materia di riflessioni interpretative e di considerazioni oggettive. Se così ruoli e conoscenze predefinite lasciano spazio a un nuovo modo di porsi nei confronti del bambino non si parlerà più di un bambino ormai quasi perfettamente conosciuto a cui dire cosa dev’essere seguendo i cardini referenziali di una filosofia didattico-normativa, perché l’infanzia si trasformerà in un mondo del possibile in attesa di svelarsi. Il compito diventa pertanto quello di superare il limite di una visione scontata delle dinamiche evolutive in favore dell’impegno ad organizzare e creare tempi e luoghi d’espressione che permettano al bambino di raccontarsi e all’adulto di conoscere.

La realizzazione dei presupposti pedagogico-partecipazionistici è ancora una sfida talvolta difficile alla ricerca di ambienti e di figure professionali disponibili ad accogliere l’idea di un proposta formativa dai presupposti singolari; e le cose si complicano ulteriormente quando ai riferimenti teorici si affiancano le proposte concrete per poterli dimostrare e verificare. Esperienze di laboratorio, variazioni nella programmazione didattica abituale, incontri di formazione e aggiornamento, diventano imposizioni trasgressive da contenere prima che il danno sia inarginabile e il giudizio riesca a mettere in forse valori e tradizioni moralmente consolidati. Un'occasione: di fatto è questo che alla fine conta di più. Un’occasione che sia anche ascolto riflessivo e soprattutto dialogo con i protagonisti di tante disquisizioni tra adulti: i bambini. Ad insinuare "il ragionevole dubbio" sono proprio le loro risposte pratiche e affettive, l’esprimersi delle loro fantasie, i racconti dei loro pensieri capaci di interrompere i dialoghi spesso solo apparenti che tanto riempiono il mondo dei grandi. Ciò che più colpisce e affascina è proprio la risposta infantile alla proposta di raccontare per raccontarsi: i bambini, anche i più singolari e introversi, difficilmente rinunciano all’opportunità di comunicare con le figure adulte di cui sentono di potersi fidare e altrettanto difficilmente trovano motivi per resistere all’opportunità di dare forme a paure, pensieri e desideri. Certo l’impatto con i loro primi sguardi di stupore è di per sé motivo di profonde riflessioni, "Che forse non sia proprio un’ovvietà trovare adulti disponibili ad ascoltare?"; "Siamo proprio sicuri che se si esprime ciò che si prova e si pensa non succede nulla di cui doversi pentire?"; "E se si sbaglia?". Molte volte nelle mie esperienze a scuola con i bambini mi sono chiesta se i protagonisti dei minigruppi con cui lavoravo erano gli stessi che vedevo in classe prima e dopo i nostri incontri di laboratorio e trascendendo l’ovvietà della risposta ho finora sempre trovato le ragioni e i sentimenti per continuare a promuovere gli appuntamenti con la fantasia e la logica immaginativa infantile.

 

L’Angolo della Fantasia; Eleonora e gli omini pieni di parole; Cristian: il bambino del deserto; Martina e i racconti di emozioni e pensieri……….ma queste sono altre storie.



Bibliografia di riferimento:

E. Becchi, Manuale della scuola del bambino, Franco Angeli, Milano, 1995.

A. Bondioli, Gioco e Educazione, Franco Angeli, Milano, 1996.

A. Fonzi-E. Negro Sancipriano, Il mondo magico nel bambino, Einaudi, Torino, 1979.

L. Lumbelli, Comunicazione della Pedagogia Verbale, Franco Angeli, Milano, 1994.

C. Rogers, La terapia centrata sul cliente, Martinelli, Firenze, 1994.


copyright © Educare.it - Anno III, Numero 10, Settembre 2003