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Al di là del QI: il valore clinico dell'utilizzo della scala Wechsler
Tra gli strumenti che lo psicologo utilizza durante i colloqui con un piccolo paziente ci sono vari test, ognuno dei quali si presta ad evidenziare e rilevare un particolare aspetto del vissuto personale del bambino (o ragazzo) in questione.
Gli strumenti diagnostici più utilizzati in campo clinico sono, generalmente, quelli di personalità (in special modo i proiettivi come il CAT e il Rorschach), i test carta-e-matita (il test della casa, il test dell’albero, il test della figura umana, la rappresentazione grafica delle emozioni, il test della famiglia), strumenti come il SAT e le Blacky Pictures e strumenti cognitivi e di performance. Ovviamente è la specificità del singolo caso che induce lo psicologo a "pensare" l’utilizzo di un certo strumento piuttosto che di un altro; nel caso in cui, ad esempio, ci si trovi di fronte ad un bimbo con disturbi relazionali ed emotivi sono consigliati test come le Blacky Pictures (che indagano aspetti relativi al vissuto familiare), il SAT (che rileva lo stile di attaccamento) e i test carta-e-matita, utili soprattutto con bambini piccoli o poco comunicativi. Il test di Rorschach è uno strumento molto utile, in grado di fornire preziose informazioni rispetto all’esame di realtà, al livello di aspirazione, all’immagine interiorizzata materna e paterna e a numerosi altri indici di personalità. Tra i cognitivi più usati troviamo certamente le scale di intelligenza Wechsler (la WPPSI per bambini dai 4 ai 6 anni e la WISC per soggetti dai 7 ai 16 anni), attraverso le quali si giunge a misurare/quantificare l’intelligenza del soggetto in esame attraverso il calcolo del famoso QI – Quoziente Intellettivo. Il torto peggiore che si possa fare all’intelligenza - la nostra in primis ed anche quella intesa in senso generale, consiste proprio nel ridurla al QI: un numero non può rendere conto di una realtà così complessa, mutevole e dinamica quale è l’Intelligenza.
Certo è che affidarsi alla concretezza di un numero che etichetti ed identifichi (quasi "una volta per tutte"?!) il livello intellettivo, rappresenta una grossa tentazione: sfuggire a questa allettante idea è il primo passo per aprire la propria consapevolezza alla realtà più vera dell’intelligenza.
A volte accade che il test cognitivo venga considerato una prova ineluttabile relativa ad uno stato di cose (il livello cognitivo del paziente) che era stato precedentemente caricato di connotazioni emotive ed aspettative anche intense: è il caso, ad esempio, del bambino che viene condotto allo psicologo dai genitori preoccupati per la sua "lentezza" nell’apprendere, nel parlare, nell’interagire. Il fantasma del "ritardo mentale" alberga nella mente di questi genitori che cercano, magari inconsapevolmente, una conferma ai propri sospetti o anche la smentita dei medesimi. Capita anche l’opposto: ho avuto modo di occuparmi del caso di un bambino condotto allo psicologo dai genitori per "dimostrare" agli insegnati del figlio che l’irrequietezza costante ed incontenibile del bambino a scuola era dovuta alla sua intelligenza superiore, che lo portava ad annoiarsi tremendamente a causa di un programma scolastico da "normodotati".
In entrambi i casi (il bambino con supposto ritardo mentale ed il "piccolo genio" irrequieto) il risultato del test cognitivo è caricato di un valore quanto meno improprio: è vero che un QI molto basso indica ritardo mentale, così come un QI molto alto testimonia un brillante livello cognitivo, ma tutto si esaurisce qui? Il valore di un test articolato e complesso come la scala Wechsler si può riassumere veramente (e, a volte, tragicamente) in un asettico e "cristallizzante" numero?
Certamente no!
La ricchezza delle informazioni ricavabili dalla scala Wechsler è notevole: i subtest verbali e di performance permettono di definire un quadro di capacità differenziate eppure interconnesse; il diagramma di dispersione evidenzia graficamente disarmonie, punti di forza e punti deboli del soggetto esaminato, dando conto di potenzialità e difficoltà relative alla capacità mnestica, all’organizzazione visuo-spaziale, al ragionamento matematico, alla capacità di mentalizzazione e a molto altro ancora. Da non dimenticare che, oltre a questo quadro cognitivo che va già ben oltre il semplice livello di QI, il confronto tra i punteggi ponderati dei singoli subtest permette, sebbene in maniera indicativa (i dogmi non esistono in Psicologia!), di fare inferenze relative al funzionamento mentale e ad alcune caratteristiche di personalità del soggetto in esame.
Risulta degna di nota un’importante precisazione: al piccolo paziente viene sempre proposta una batteria di test (compatibilmente con la sua responsività, disponibilità e capacità) e mai un test singolo, in modo da poter costruire un quadro relativo alla sua persona il più possibile completo. Il rischio da evitare è quello di assolutizzare il risultato del test cognitivo: i genitori che temono il ritardo mentale del figlio vanno aiutati ad accettare un risultato che confermi il loro (angoscioso) dubbio, rendendoli consapevoli del fatto che il QI è un ASPETTO della realtà psicologica e soprattutto UMANA del loro bambino, che avrà certamente altro da dire e da dare oltre alle sue performance scolastiche e cognitive. Così come i genitori del "piccolo genio irrequieto" vanno aiutati a non trincerarsi dietro il brillante QI del figlio, ma a capire che l’instabilità comportamentale del bambino ha ben altre ragioni e radici, al di là della supposta "noia" invocata a sostegno del suo comportamento (come emerso dagli altri test somministrati, dai colloqui effettuati con il bambino e dalle osservazioni di gioco).
In un mondo di strutturale dinamicità com’è quello della pratica psicologica, è necessario evitare di cristallizzare e ridurre la realtà personale dell’individuo ad indici, coefficienti e numeri. Utilissimi, anzi necessari, ma da inserire all’interno di cornici interpretative ben più ampie, al fine di rendere giustizia agli strumenti diagnostici, agli operatori del campo e, soprattutto, agli utenti stessi.
copyright © Educare.it - Anno III, Numero 6, Maggio 2003

