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Trasmettere informazioni non è educare

La “società dell’informazione” sembra essere sempre più dominata da una razionalità tecnico-strumentale, funzionale a logiche di efficienza e di produttività, che non risparmia l’istituzione scolastica. Quest’ultima, che potrebbe proporsi come “schermo” o “filtro” di influenze educative negative, risulta esposta e, in alcuni casi, assoggettata ai condizionamenti di tale cultura, diventando una sorta di specchio della società1.

In questo articolo si intende riflettere brevemente sui rischi di sopravvalutare il valore dei contenuti nei processi di insegnamento-apprendimento, in un momento storico e culturale in cui l’informazione assume la funzione di merce di scambio, “consacrata” dalla scienza e caratterizzata (almeno apparentemente) da neutralità sul piano etico.

Se si accredita l’idea che l’informazione scientifica valga di per sé, a prescindere dal suo valore formativo, la sua utilizzazione a scuola finisce per essere molto pericolosa sul piano educativo.

Il rischio si avvera quando l’istruzione si appiattisce nel trasmettere informazioni, pur entro contenitori disciplinari, sganciate da un discorso organico e coerente sulle condizioni storiche che ne hanno determinato la genesi e l’evoluzione, sulle condizioni di validità del sapere proposto, sulle metodologie che hanno permesso a quel sapere di sedimentarsi e di essere tramandato. E’ quando “tutto si risolve nello scambio, nel passaggio d’informazione, in cui la sostanza delle cose trascolora nella superficie”2.

Questa impostazione, che subdolamente si insinua nei nostri Istituti, torna a riproporre la netta separazione tra l’adulto che trasmette e l’alunno che riceve, “tra atti di carattere intellettivo e fatti di carattere affettivo-emozionali” 3.

L’insegnamento viene così ridotto a prassi trasmissiva di segmenti informativi autoreferenziali, elimina dal sapere la dimensione contemplativa e lo rende puramente strumentale, favorendo e legittimando atteggiamenti utilitaristici e pragmatici verso le cose e gli altri. Non ultimo, imprigiona la creatività degli allievi in un’etica del “dovere di apprendere” che blocca l’espressione delle potenzialità personali e produce disaffezione verso lo studio.

Nel riaffermare con convinzione la dimensione educativa del processo di istruzione, poiché deve essere finalizzato a promuovere effettive opportunità di emancipazione e di cittadinanza5, ricordiamo brevemente che:

    a) nell’atto comunicativo dell’insegnamento passano non solo informazioni, ma sentimenti ed emozioni, atteggiamenti e valori6, che esercitano un’influenza profonda sul comportamento degli allievi;

    b) tale influenza può andare nella direzione dello sviluppo o, al contrario, del suo arresto o della sua regressione7;

    c) l’atto comunicativo è tale proprio perché non è mai unidirezionale, ma produce conseguenze in tutti i soggetti implicati8.

Ciò comporta riconoscere ed accettare la natura relazionale9 del processo di insegnamento-apprendimento, che richiede all’insegnante di coinvolgersi con tutto se stesso10.

Nell’atto comunicativo della relazione educativa l’informazione perde, inevitabilmente, il carattere di neutralità per inserirsi all’interno di una proposta di contenuti significativi per la crescita personale di allievi ed insegnanti, in cui entrano in gioco fattori di carattere cognitivo, ma anche e soprattutto affettivo-motivazionali.

Sarà compito dell’insegnante quello di “mettere in movimento le energie segrete del cuore dei suoi alunni”11, anche attraverso l’attivazione di una serie di strategie e l’assunzione di determinati atteggiamenti, per fare in modo che gli allievi si accostino ai contenuti disciplinari con piacere, interesse, curiosità in vista di una personale rielaborazione.

L’insegnante che si pone con tutto se stesso nella relazione educativa acquista la generatività della persona autorevole, cioè di colui che è auctor, fonte di vita e di crescita, in grado di suscitare adesioni capaci di produrre vere evoluzioni e talvolta insperabili trasformazioni negli allievi12.

Una delle sfide più significative della comunità educante, e della scuola in particolare, è proprio quella di recuperare la dimensione dell’autorevolezza, senza la quale anche le più raffinate competenze e strategie, che un insegnante è tenuto a possedere e padroneggiare, perdono la reale efficacia di fronte all’elevata sfida educativa di “suscitare persone”.

 


Note:

1 Per il pedagogista Acone il problema della scuola è quello di essere esposta al clima scientista del nostro tempo basato sul sistema tecnologico-tecnico. Giuseppe ACONE, La paideia introvabile. Lo sguardo pedagogico sulla post-modernità, La Scuola, Brescia, 2004, pag 42.

2 P. C. RIVOLTELLA, Teoria della comunicazione ,La Scuola., Brescia, 2001, pag.15.

3 G. MARTIELLI, La formazione degli educatori tra problemi e proposte, in AA.VV. “Accoglienza e solidarietà. Prendersi cura dell'infanzia”, Fasano (Br), Schena Editore, 1994, pag.2.

4 In questo modo, esso assolve la funzione di “addestrare gli alunni a muoversi agilmente nella complessità, utilizzando tutto senza mai impegnarsi veramente in nulla”. Progetto Culturale CEI, (a cura di), La sfida educativa, Laterza, Bari, 2011,  pag.53.

5 M. ROSSI DORIA, Democrazia, scuola, società, in “Dossier, competenze culturali per la cittadinanza”, 2007, n.1, pag.17.

6 “I sentimenti e le emozioni contagiano l’interlocutore, gli atteggiamenti e i valori servono per leggere la realtà”. G. MARTIELLI..

7 G. MARTIELLI, Homo moralis, aspetti psicologici e processi formativi, Edizioni “Vivere in”, Roma, 2004, pag.18.

8 Per BARTHES nella comunicazione efficace viene a crearsi tra emittente e destinatario un circolo interpretativo. L’emittente, quindi, esercita un’influenza sul destinatario, inviando il messaggio, ma il destinatario, a sua volta, attraverso il feedback, influenza l’emittente.

9 Indipendentemente dai risultati conseguiti, un’esperienza può dirsi educativa solo se contempla la presenza fisica di più persone e legittima l’interazione tra loro. In tal senso il fatto educativo è un evento relazionale e permane tale finchè sussiste la relazione. G. MARTIELLI, La formazione degli educatori tra problemi e proposte, op.cit., pag. 6.

10 La prospettiva promozionale dell’evento educativo risulta legata al livello di coinvolgimento dell’adulto. “E’ per questi motivi che nella relazione educativa l’adulto assume un significato pregnante e si caratterizza come determinante: quanto più egli si pone con tutto se stesso e quanto più egli sperimenta e padroneggia il proprio ruolo, tanto più orienta la relazione in prospettiva promozionale”. Ivi, pag.7.

11 Progetto Culturale CEI (a cura di), op. cit., pag. 56.

12 Ibidem, pag. 57.


Autore: Annalisa Scialpi è Laureata in Scienze Pedagogiche e si occupa di consulenza pedagogica, con particolare riguardo alle fasi di transizione evolutiva, collaborando con associazioni di sostegno alla persona.
Nel novembre 2011 ha pubblicato e presentato la sua prima raccolta poetica Del mio sangue ti aspersi, edito dalla Aletti Editore.


copyright © Educare.it - Anno XII, N. 12, novembre 2012