Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 7 - Luglio 2024

  • Categoria: Scuola e dintorni

Le forme dell'accoglienza. Università e Scuola dialogano sul tema della formazione

formazione docentiLa formazione dei futuri docenti è costituita da un insieme di competenze complesse e articolate su diverse dimensioni: il sapere, il saper fare, il saper essere e il sapere stare con gli altri.  Tali competenze sono orientate verso la costruzione di un fare progettuale, di un fare relazionale e di un fare riflessivo e sono essenziali per l’educazione delle nuove generazioni in un mondo complesso e multiforme, come quello che viviamo oggi. Formarsi comporta sempre un riflettere sul proprio agire, ponendosi nell’ottica del rivedere, trasformare e modificare i propri atteggiamenti. Il dialogo fra scuola e università nasce dall’importanza che riveste il tirocinio diretto all’interno del percorso di Studi in scienze della Formazione Primaria come spazio-tempo della riflessione sulla pratica educativa. Il tirocinio è un’opportunità per sperimentare, mettersi in gioco e partecipare attivamente alla costruzione della conoscenza.

L’Istituto Comprensivo Ermanno Cortis, Quartucciu (CA) accoglie e accompagna, da diversi anni, le studentesse e gli studenti del Corso di studi in Scienze della Formazione Primaria durante l’importante percorso del tirocinio diretto, nella consapevolezza che si possano offrire, agli insegnanti in formazione, occasioni irripetibili per creare momenti di condivisione e collaborazione, di relazione e scambio costruttivi, di riflessione sulla pratica educativa. Accogliere significa essere disponibili alla relazione, creare condizioni di benessere, condivisione e fiducia in chi entra nelle nostre scuole. L’accoglienza è, infatti, una tematica complessa, che va considerata in relazione a tante possibili variabili: le famiglie, il territorio, i colleghi e le colleghe, ogni bambino e bambina, chi si forma nell’esperienza del tirocinio. Accoglienza che diviene cura, la quale facilita nell’altro il processo di coinvolgimento all’interno dei percorsi: un’azione che mette l’altro nella condizione di esprimere capacità e risorse già esistenti. Le attività di tirocinio divengono momenti di meta-riflessione.

Quali forme ha, quindi, l'accoglienza? Quali sono le parole, i gesti, le azioni dell’accogliere? Quanto siamo disposti a fare spazio dentro noi per accogliere l’altro? Siamo disponibili a offrire il tempo necessario per costruire relazioni di cura autentiche e significative? L’incontro Le forme dell’accoglienza nasce quale opportunità di dialogo fra Scuola e Università e non quale modalità per acquisire tecniche, apprendere metodologie ed esercizi o imparare strategie da proporre a scuola: una possibilità per riflettere insieme, docenti e futuri docenti, sul “provato” nello stare dentro la relazione di accoglienza e cura, sul riconoscimento dei propri limiti e difficoltà nell’esprimere se stessi, sulla valorizzazione di ogni forma di linguaggio per comunicare (mettere in comune). Per dare forma all’incontro si costituisce un gruppo di lavoro collaborativo, composto dai docenti della Commissione Formazione permanente dell’Istituto (insegnanti della scuola dell’infanzia Stefania Dessalvi, Floriana Melis, Myriam Perseo, Maria Pilosu) e dalle docenti tutor organizzatrici del tirocinio (dott.sse Mariella Pia, Laura Pinna) che lavora sulla progettazione e realizzazione dello stesso con un confronto continuo, attivo e costruttivo. Il gruppo di lavoro si pone quale intento fondamentale il coinvolgimento dei partecipanti, attraverso possibili strategie che possano favorire il dialogo, la riflessione, il cambiamento. Perché l’esperienza vissuta possa trasformarsi in esperienza di cambiamento l’incontro viene suddiviso in due parti: una prima parte riflessiva a partire dalle parole chiave legate al significato di accoglienza e una seconda parte di attività laboratoriale in gruppo sulla parola scelta: Sfida, Mettersi in gioco, Contatto, Ascolto, Dialogo, Reciprocità.

Prima di intraprendere il percorso

Stefania Dessalvi, docente della Commissione formazione permanente dell’Istituto Comprensivo statale E. Cortis, Quartucciu, apre l’incontro di formazione soffermandosi sui percorsi progettati e attuati durante l’anno scolastico 2021-22: l’Erasmus Day (News from planet Earth), Danziamo intorno al mondo, danze popolari per incontrare e incontrarsi, Percorsi migranti e culture altre, Tutto cambia cineforum sul bullismo e sulla violenza di genere; Apprendere in movimento, laboratorio espressivo-corporeo-ludico. Tali momenti di formazione hanno coinvolto docenti, famiglie, tirocinanti. “L’incontro Le forme dell’accoglienza. Università e Scuola dialogano sul tema della formazione è l’ultimo appuntamento per l’anno in corso, ma lo affrontiamo con la speranza che da qui si possa partire verso una collaborazione futura. La scelta di organizzare un momento di confronto fra le due Istituzioni formative, Scuola e Università, nasce, infatti, dall’esigenza maturata negli anni, di creare un collegamento più concreto e organizzato che permetta di affrontare e “gestire” la complessità della formazione delle/dei docenti. In questi anni la scuola ha accolto diversi/e tirocinanti e non sempre vi è stata l’occasione per confrontarsi sui percorsi formativi intrapresi, sulle modalità del fare scuola, sulle motivazioni, bisogni, osservazioni e riflessioni dei/delle tirocinanti. Per questo motivo, partendo anche dall’esperienza di docenti che “accolgono”, si è pensato di riflettere insieme sul significato della parola accoglienza, sulla cura in senso pedagogico, sul significato del fare “esperienza sul campo”.

Accoglienza e formazione degli insegnanti

Dopo i saluti del Dirigente Scolastico Fabio Cocco, interviene professor Francesco Paoli, coordinatore del Corso di Studi in Scienze della Formazione primaria di Cagliari: [...] Credo sia importante superare una certa visione parziale dell’accoglienza che si limita a un aspetto, seppur fondamentale, quale l’inclusione dei bambini con BES. L’accoglienza non è un segmento della didattica, ma una visione del mondo che deve investire la totalità della relazione educativa con tutti i bambini. Quella che mi piace chiamare una didattica amichevole verso i bambini con difficoltà, di qualsiasi tipo esse siano (disabilità, DSA, difficoltà linguistiche, svantaggio sociale ecc.), o si riverbera in modo positivo su tutti i bambini della classe oppure non funziona. La didattica laboratoriale, il lavoro cooperativo, la socializzazione della scoperta, sono tutti strumenti che permettono di creare un’atmosfera di classe in cui i contributi di tutti gli studenti vengono accolti e presi in considerazione [...] Il corso di laurea in Scienze della Formazione Primaria è il percorso di studi deputato alla formazione degli insegnanti di scuola dell’infanzia e scuola primaria. Sin dall’inizio, in tale percorso l’aspetto dell’accoglienza ha assunto un ruolo centrale. Nella legge 249/2010, istitutiva del nuovo ordinamento, si dice che gli insegnanti dovranno possedere conoscenze e capacità che li mettano in grado di aiutare l’integrazione scolastica di bambini con bisogni speciali. Nella Scheda Unica Annuale del corso si rimarca inoltre che l'insegnante formato avrà, inoltre, una competenza anche rispetto all'accoglienza dei bambini con bisogni educativi speciali, al fine di saper meglio accogliere e integrare la diversità, valorizzare gli elementi di personalizzazione e stabilire una migliore collaborazione tra insegnante di classe e insegnante specializzato. [...] Tutto ciò viene fatto davvero? Oserei dire di sì, almeno ci proviamo. Soprattutto nel segmento fondamentale del tirocinio, grazie alla competenza e alla passione dei nostri tutor organizzatori e coordinatori, l’attenzione per l’accoglienza è sempre costante”.

L’accoglienza del tirocinante è vissuta col necessario entusiasmo? Forse non sempre, prosegue Paoli: “A volte gli ostacoli della burocrazia, della settorializzazione delle attività formative, delle troppe scadenze da rispettare, tutti mali che colpiscono l’università come la scuola, ci impediscono di essere dei veri maestri per i nostri studenti, e come sappiamo un maestro è una persona che deve infondere più di ogni altra cosa passione, prospettiva e ispirazione.” Riflettendo sul difficile cammino per una scuola centrata sull’accoglienza e sulla formazione degli insegnanti che sia all’altezza della sfida, Paoli afferma che “molta strada è stata fatta e altrettanta rimane da percorrere. Dovremmo quindi avere lo sguardo costantemente rivolto in avanti, ma purtroppo [...] la nostalgia per il passato è un sentimento pericoloso perché cancella le cose negative e restituisce un’immagine ingannevole di un Eden che non è mai esistito. Se mi passate il paradosso, ci vuole invece un po’ di nostalgia per il futuro, che sia sì impietosa con le criticità della situazione attuale ma sia volta a continuare a costruire e non a distruggere quanto fatto sinora”.

Includere con cura

Le docenti tutor organizzatrici del tirocinio, Laura Pinna e Mariella Pia intervengono: “Parlare di accoglienza oggi risulta essere una delle più grandi sfide che l’umanità abbia mai dovuto affrontare [...] Un tempo in cui le famiglie non vivono la dimensione della comunità educante a vantaggio di un’educazione autocentrata che potremmo dire e definire adultocentrica in cui la socialità, il confronto diventano solo impegni formali e non opportunità di crescita in risposta al bisogno evolutivo e continuo dell’individuo. La socializzazione, la relazione, il confronto con l’altro, sono tutti elementi imprescindibili della “cura pedagogica”, ovvero ciò̀ che si identifica come lo sguardo intenzionale volto a promuovere il miglioramento e il cambiamento dell’essere” Cura, quindi, intesa non in senso terapeutico e medico, ma come processo di crescita che accompagna e accoglie la persona. “Accompagnare, infatti, è accogliere qualcuno, aiutarlo a riscoprirsi e riconoscersi nella propria storia, caratterizzata da eventi positivi come anche da sofferenze e sconfitte; accogliere l’altro significa costruire una relazione d’aiuto capace di offrire concrete possibilità̀ di miglioramento del proprio personale Progetto di vita. Accoglienza come “essere con”, “essere pronti”, “essere a fianco” […] La cura pedagogica agita all’interno delle scuole, richiede sguardi e posture di pensiero molteplici, in grado di accompagnare i più piccoli alla generatività del proprio pensiero in una dinamica di scambio costante. [...] Quando però il soggetto da accogliere presenta dei bisogni educativi speciali o è addirittura interessato da una disabilità anche complessa, ecco che la rappresentazione sociale prevalentemente lo inquadra come persona bisognosa di cure, malato che necessita di terapie e di assistenza. L’accoglienza implica principalmente e in modo imprescindibile il riconoscimento del valore di ogni persona; ciascun soggetto è dotato di un bagaglio di valori, di talenti, di conoscenze da riconoscere”.  Il compito del docente è, quindi,  quello di fortificare gli aspetti positivi che caratterizzano la persona di cui ci si prende cura, valorizzare le differenze negli alunni come scelta di civiltà, di cultura e di politica della convivenza umana: “Chi è interessato da un bisogno educativo speciale è portatore di idee, di conoscenze che noi non padroneggiamo perché non viviamo in quelle determinate situazioni e conoscerle ci aiuta a comprendere meglio il mondo, migliorare la relazione con noi stessi, con l’altro e con il mondo che ci circonda. In conclusione, dare forma all’accoglienza, significa ri-conoscersi in un processo plurale di comunicazione fatto di dialogo, corpo, movimento. Un incontro che non separa, ma include: include lo studente tirocinante che entra nei contesti scolastici; include il maestro tutor d’aula che entra nel processo formativo dello studente e ne fa proprie le istanze progettuali e motivazionali; include il sistema scuola nella sua complessità e ricchezza; include il mondo accademico nelle sue specifiche forme di ricerca e di riflessione teorico-pratica. Ci riferiamo ad una prospettiva di accoglienza ecologica, in cui ogni essere umano possa non solo ri-conoscersi come parte integrante della forma, ma anche e, soprattutto, sentirsi parte attiva e protagonista nel dare forma all’incontro”.

Le parole dell’accoglienza

I contributi e le riflessioni di prof. Paoli e delle dott.sse Pinna e Pia fanno da cornice ideale per la scelta delle parole dell’accoglienza.  La parola accoglienza racchiude, infatti, in sé significati, vissuti, storie, altre parole; accogliere è un percorso in cui è necessario riconoscersi e riconoscere l’altro per poter mettere le basi per una relazione autentica. Accogliere è un concetto carico di affettività, una pratica che rimanda a funzioni ed effetti sull’Altro: rassicurare, far sentire a proprio agio, includere. La proposta parte, allora, mettendo in gioco le parole: Sfida, Mettersi in gioco, Contatto, Ascolto, Dialogo, Reciprocità. Una volta scelta la parola ogni partecipante è invitato a prendere il post it con la stessa, situato fuori dall’aula magna. Per ogni parola è predisposta una “stanza”, in cui si è formato un gruppo, composto da docenti, tirocinanti e tutor, che si confronta sulla tematica. La scelta della modalità di restituzione (foto-linguaggio, parole-dialogo, narrazione scritta o orale, espressività corporea) è mediata all’interno del gruppo-parola; ogni gruppo può scegliere una persona che accompagni la restituzione con la testimonianza di come il gruppo ha lavorato.

I laboratori o gruppi-parola

La parola contribuisce a dare significato, a rendere possibile una discussione, un dialogo, non separatamente dal gesto, dai movimenti, dalla voce e dalla postura. Parole, gesti, corporeità diventano protagonisti, dopo anni trascorsi a distanza. Il bisogno di ritrovarsi, esserci interamente, di dialogare e ascoltare l’altro è divenuto una spinta alla costruzione di significati nuovi, di percorsi ancora da esplorare.

Contatto. Gruppo-parola coordinato dalla docente della scuola dell’infanzia (M. Pilosu)

Il gruppo di lavoro sulla parola Contatto è composto da un esiguo numero di docenti e da due professori universitari. Il piccolo gruppo ha consentito di dare a ciascuno tempi rilassati per presentarsi e motivare la scelta della parola attraverso i collegamenti alla propria esperienza di vita e professionale. Dopo un momento dedicato alla conoscenza dei vari membri ha preso avvio la discussione intorno alla parola connettendola inizialmente all'aspetto fisico e corporeo della relazione e dell’accoglienza. Si è evidenziata la necessità insita nel bambino di sentirsi accolto e “abbracciato”, di vivere epidermicamente l'attenzione e la cura, e si è posto l’accento sull'azione positiva, di accoglienza, di calore umano che il contatto fisico genera.

Quindi il discorso si è ampliato considerando l’aspetto del contatto visivo, dello sguardo sull'Altro e su tutti gli aspetti della comunicazione non verbale attraverso la quale ci manifestiamo e cogliamo l’essenza più profonda di chi ci sta intorno.

La necessità del contatto appare ancora più forte dopo i recenti anni vissuti in isolamento e distanziamento: si avverte maggiormente il bisogno di riappropriarci di quella dimensione di vicinanza fondamentale nella costruzione delle relazioni e necessaria per ritrovare benessere. Tuttavia, il contatto non è sempre vissuto con facilità, a volte si rifugge ed è quindi necessario saper leggere tale difficoltà o diffidenza iniziale e concedere il tempo necessario perché ci si avvicini gradualmente all’Altro. Il contatto quindi può fare paura, esso può mettere in evidenza le nostre debolezze e fragilità, la nostra intimità, ma vale la pena sperimentarlo per la carica emotiva che esso genera. Dopo aver analizzato la parola nelle varie sfaccettature il gruppo ha scelto di raccontare attraverso un collage fotografico i vari aspetti affrontati associando la seguente didascalia: Il contatto è entusiasmo, sguardo, può far paura ma ne vale la pena: è dare fiducia!  

Dialogo. Gruppo-parola coordinato dalla docente della scuola dell’infanzia (M. Perseo)

Il gruppo di lavoro che ha scelto la parola dialogo è formato prevalentemente da studentesse di Scienze della Formazione Primaria, con una partecipazione esigua di docenti della scuola. Tra gli studenti che hanno preso parte all’esperienza risulta molto interessante la presenza di una studentessa di Scienze Ambientali e Naturali con all’attivo alcune esperienze di divulgazione proposte ai bambini delle scuole dell’infanzia e primaria. Il confronto prende avvio da alcune domande stimolo: perché hai scelto questa parola? Cosa significa per te dialogo? Quali sono le dimensioni del dialogo?

Le riflessioni iniziano timidamente ma emerge da subito quanto la dimensione del dialogo sia fortemente connessa all’incontro, al confronto, all’ascolto, all’empatia. Dialogare significa disporsi verso ciò che una persona ha da dirci attraverso uno “spazio” di accoglienza e condivisione. Incontrare l’Altro implica la vicinanza con la sua alterità. Rispettare la differenza dell’altro, accoglierlo con discrezione e rispetto, saper attendere, lasciare uno spazio anche di non conoscenza, offre la possibilità di essere sé stessi ed è prima condizione per iniziare un dialogo. Spesso il dialogo non si sperimenta all’interno del contesto scuola: si rischia di non essere riconosciuti come individuo che ha una storia da raccontare. Il rischio del disconoscimento e del fraintendimento potrebbe portare i bambini, come gli adulti, a ritirarsi da qualunque forma di comunicazione. Ognuno, infatti, sente il bisogno di essere riconosciuto e di riconoscersi come protagonista di un’esistenza che abbia valore e acquisti senso proprio per la sua unicità e originalità. Il dialogo, quindi, è uno spazio in cui è necessario sospendere qualunque forma di giudizio, un tempo in cui ci disponiamo ad accogliere nel nostro sguardo l’Altro: ciò che noi siamo ai nostri occhi dipende spesso da come gli altri ci hanno visto e ci hanno riconosciuto nella relazione. Per giungere ad un’effettiva comunicazione è fondamentale porsi e sentirsi in un contesto dialogico, essere in grado di ascoltare, trasformare l’ascolto in comprensione, valorizzare il silenzio, rispettare la storia dell’altro. Il dialogo non è connesso solo con la parola. La parola abita un corpo. Essa emerge da un corpo che agisce, da un corpo che è impegnato nel mondo, da un corpo che comunica attraverso le proprie potenzialità espressive. Il corpo è il luogo del dialogo, dello scambio, della comunicazione. Ogni parola, accompagnata dal gesto, contribuisce a dare significato, a rendere possibile una discussione, uno scambio, una relazione autentica.  L’interesse comunicativo nei confronti dell’altro non può essere, quindi, slegato dal corpo. La parola porta con sé la traccia del corpo da cui emerge. Nel dialogo ciò che diciamo con le parole venga sostenuto con il corpo. L’educazione è dialogo e conversazione costante. Il dialogo è uno spazio educativo necessario, è un incontro di soggettività che diviene relazione. Una scuola che intende co-costruire dovrebbe dialogare, mettendo in comune pensieri, parole, emozioni.

Mettersi in gioco. Gruppo-parola coordinato dalla docente della scuola dell’infanzia (S. Dessalvi)

L’attività del gruppo, composto solo da donne, tirocinanti di Scienze della formazione primaria e da docenti della primaria di questo istituto, si è svolta a partire da una breve presentazione sull’organizzazione dei tempi e dell’attività in gruppo, un confronto e una condivisione delle motivazioni per cui ognuna ha scelto questo gruppo per affrontare la questione della cura e dell’accoglienza. Dopo una prima fase verbale si è proceduto ad una “iconica” con la scelta della foto da cui ci si sentiva più rappresentate. Solo in una seconda fase si è proceduto alla scrittura della didascalia perché fosse chiaro anche agli altri gruppi le motivazioni della scelta. È emersa la necessità di dare valore al “mettersi in gioco”, comportamento non banale e che spesso viene confuso con il prendere alla leggera un tema o un comportamento: giocare come momento educativo e di crescita fondamentale non solo per lo sviluppo di ogni bambina/o, ma anche come comportamento di ciascuna docente. Il mettersi in gioco non solo come divertimento, come abitudine nel relazionarsi con i bambini e le bambine, ma anche come modalità di affrontare la propria vita da adulti. Mettersi in gioco ha richiamato anche la parola “rischio”, perché spesso mettersi in gioco prevede nuove strade e non è detto che esse siano semplici e ci permettano di raggiungere i nostri obiettivi. A volte, mettersi in gioco può rappresentare “un salto nel buio”, ma se affrontato come “possibilità” può assumere un valore in più non previsto. È emerso in particolare nelle esperienze delle tirocinanti, ma confermato anche in parte dalle docenti, che all’interno della scuola prevalga una certa “rigidità” nel mettersi in gioco e una forma di paura ad uscire fuori da schemi considerati più seri perché ben definiti e organizzati. La prevalenza di un comportamento serio e a tratti distaccato perché considerato più adeguato alla vita scolastica e al raggiungimento degli obiettivi educativi, è stata individuata come una caratteristica soprattutto della scuola primaria e secondaria. Forse per una questione di età dei bambini ma sicuramente anche di formazione delle docenti, la scuola dell’infanzia è il luogo in cui più facilmente ci si mette in gioco, più spesso si dà al caso la possibilità di indirizzare diversamente quanto programmato. Mettersi in gioco per dare spazio a ciò che la vita ci riserva, per farsi sorprendere dagli eventi e andare oltre il controllo che tendiamo a mettere in pratica. Anzi, concedersi questa libertà di accogliere l’altro, la novità, l’imprevisto, ci permette di gestire in modo diverso “il controllo”, in maniera più creativa. Gli imprevisti possono essere fonte di opportunità e di crescita se permettiamo di andare oltre gli schemi, oltre la strada già definita, anche in un'ottica di valorizzazione di tutte e tutti. Alcune delle parole emerse: colore, libertà, coraggio, varietà, libertà, armonia, fuoco, allenarsi, formazione continua, sorpresa.

“Occorre programmare, ma anche proporsi delle azioni pensando che esiste il caso, che ogni momento “vero” di vita è sempre diverso da un altro, che l’imponderabilità è sempre presente. Il caso non è un accidente, non è un errore che può essere evitato con una buona capacità di previsione. Il caso è intrinseco nell’agire quotidiano, nell’essere come nel sentirsi, nelle relazioni duali, come nelle situazioni di gruppo. Ciò che l’adulto può fare nella scuola dell’infanzia è creare situazioni dove il gioco della regola si mescoli con quella del caso. Situazioni nelle quali la presenza dell'imponderabile sia vissuta come arricchente e utile.”

Reciprocità. Gruppo-parola coordinato dalla tutor organizzatrice del tirocinio M. Pia

La riflessione ruota attorno al concetto di reciprocità:

  • Reciprocità intesa come “Scambio”, non da intendersi come strumento che permette di ottenere qualcosa dagli altri, bensì come veicolo per tessere relazioni.
  • Reciprocità intesa come “Ci tengo all’altro”, la cura, l’attenzione all’altro, l’empatia costituiscono dei veri e propri fertilizzanti per la valorizzazione del soggetto e l’esaltazione delle sue molteplici potenzialità e capacità.
  • Reciprocità intesa come “L’un l’altro”, l’importanza della vicendevolezza dell’esserci l’un l’altro, in modo equilibrato. Ciò significa che è necessario essere liberi di corrispondere senza il contrappeso di sentirsi continuamente in debito o obbligati.
  • Reciprocità intesa come “Sostegno”, prestare aiuto all’altro ma anche riceverlo, nella piena consapevolezza dei propri limiti e delle fragilità della Persona.
  • Reciprocità intesa come “Condividere”, presuppone necessariamente l’altro. Le buone relazioni sono sicuramente fondate e supportate dalla condivisione, che significa rendere partecipi gli altri.
  • Reciprocità intesa come “Parità”, da intendersi come riconoscimento della Persona portatrice di valori, potenzialità, pensieri, sentimenti e idee che, seppur diversi da quelli dell’altro, valgono al pari e, grazie alle riflessioni che generano, hanno la capacità di migliorare la qualità delle relazioni.
  • Reciprocità intesa come “Sguardo”, da intendersi come lo strumento che prescinde dalla comunicazione e che implica un certo coinvolgimento emotivo. In esso trovano realizzazione i rapporti sociali e l’accoglienza dell’altro, perché attraverso esso si stabilisce una relazione. In seguito alle attente considerazioni si è passati alla scelta delle immagini rappresentative. Ogni partecipante ha selezionato e condiviso le immagini, esponendo al gruppo le motivazioni della scelta. In alcuni casi c’è stata conformità mentre in altri no; questo perché la tipologia e l’intensità emotiva variano da persona a persona. Dopo la condivisione delle emozioni suscitate dalle immagini scelte, la fase finale del lavoro ha visto il gruppo impegnato nell’elaborazione del cartellone in cui sono state inserite le immagini e le parole chiave identificate e esplicitate durante la restituzione in plenaria.

Sfida. Gruppo-parola coordinato dalla tutor coordinatrice del tirocinio P. Lampis

Il gruppo-parola sfida è composto da una varietà di figure che hanno arricchito ogni fase dell’attività: sono presenti docenti e studentesse di tre annualità di tirocinio. L’atmosfera di condivisione e di collaborazione è nata spontaneamente dopo una prima fase di conoscenza, per cui il coordinamento è risultato estremamente lineare e piacevole. Le riflessioni personali sul significato di sfida sono andate oltre la semplice etimologia, poiché orientate da un brainstorming sulla sfida educativa, secondo l’equazione sfida/problema e la consapevolezza sulla complessità del ruolo docente nella scuola, macrocosmo variegato e sempre mutevole. Si è concordato che ogni sfida muove sempre da un problema e che le strategie risolutive vanno ricercate in uno speciale connubio di proprietà personali e professionali dell’insegnante. Si è condiviso che ogni partecipante avrebbe scelto e fatto “parlare” un’immagine, da incollare su un foglio colorato, su cui scrivere un enunciato breve, ma d’impatto. É iniziato un percorso di ricerca, di riflessioni sulle varie interpretazioni e suggestioni stimolate dalle immagini, a cui ha fatto seguito una vivace e ben organizzata fase in cui sono emerse idee e decisioni. Un gruppo tanto empatico aveva bisogno di essere valorizzato anche in fase di restituzione, per cui si è proposta una modalità in cui ognuna avrebbe preso parola in assemblea. E sfida è stata anche per chi non si sentiva di esporsi per svariate ragioni personali, ma lo stare insieme, sentirsi parte di un gruppo, ha sostenuto e incoraggiato tutte. L’esperienza è stata apprezzata nel contesto del gruppo perché ha rappresentato l’emozione per un graduale ritorno alla normalità, uno stare insieme per conoscersi, collaborare, condividere idee ed esperienze, ma anche occasione di leggerezza e di divertimento che fanno sempre bene e che fanno ben sperare in ulteriori future opportunità formative.

Ascolto. Gruppo-parola coordinato dalla docente di scuola dell’infanzia F. Melis

Il gruppo di lavoro sulla parola accogliente Ascolto è composto per metà da docenti (scuola primaria e infanzia soprattutto, ma anche scuola secondaria di primo grado) e l’altra metà da studentesse di Scienze della Formazione Primaria, è presente anche una tutor del tirocinio. Inizialmente le partecipanti hanno ascoltato la proposta esperienziale e hanno cercato di disporsi nello spazio ricreando i gruppi di conoscenza. In un secondo momento è stato proposto di creare un cerchio in modo da potersi guardare negli occhi e ascoltarsi. Ogni partecipante così ha potuto raccontarsi e raccontare le motivazioni della scelta della parola “Ascolto” e condividere con il gruppo esperienze collegate alla parola stessa. Le esperienze vissute hanno portato a un confronto sul legame stretto tra la parola ascolto e la parola accoglienza. Il dibattito ha permesso al gruppo di scegliere la modalità più naturale per raccontare e rappresentare l’Ascolto, e durante il momento più operativo anche lo spazio intorno ha cambiato forma, la posizione statica è stata abbandonata per una più dinamica di contatto e di scambio reciproco.  Attraverso il foto-linguaggio il gruppo ha ricostruito il percorso fatto prima verbalmente. L’ascolto è stato raccontato all’interno del proprio lavoro, come posizione d’ascolto nei confronti dei bambini, dei colleghi e delle famiglie; l’ascolto è stato descritto anche come momento interiore e di percorso di crescita personale. L’ascolto ancora nella relazione con il singolo e con il gruppo, come momento che costruisce ponti e da connessioni con chi ci circonda, ci attraversa e ci cambia. Esso, quindi, è un processo circolare, vivo e in relazione. Tanti sono stati i quesiti: come ascolto? Come vorrei essere ascoltato? In quale tempo? Perché scelgo di ascoltare? Come mi sento quando mi metto in una posizione di ascolto? Che cosa succede dentro di me dopo aver ascoltato? Si è giunti alla conclusione che l’ascolto deve essere sempre attivo, che ha un suo tempo, mai “perdita” di tempo e che esso è fatica e bellezza nello stesso tempo.

La restituzione in plenaria

Dopo il lavoro di gruppo sulle parole ci si ritrova in plenaria per condividere le riflessioni emerse, attraverso una delle seguenti modalità: Iconica, attraverso lo strumento del foto-linguaggio, ovvero la scelta di una immagine e la successiva scrittura di una breve didascalia; Verbale, scrittura e narrazione di quanto espresso all’interno del gruppo; Corporea, rappresentazione corporea di una “immagine” associata alla parola.

Tutti i gruppi hanno scelto la modalità iconica: il linguaggio fotografico è diretto, coinvolge le emozioni, cattura l'attenzione. Esso offre un coinvolgimento emotivo e facilita il passaggio dei contenuti. Il significato e il senso dell’accoglienza e della cura, raccontati attraverso il linguaggio delle immagini diventano concreti, maggiormente chiari e facilmente condivisibili con gli altri. Le parole, inoltre, (titolo o didascalia) sono state fondamentali nel guidare lo sguardo dell’interlocutore. L’immagine e la fotografia hanno, infatti, un valore comunicativo e rappresentativo forte in quanto in grado di evocare e di parlare a ciascun partecipante nel rispetto delle singole sensibilità e sono opportunità per creare connessioni con altre immagini e altri linguaggi. Per concludere ogni partecipante ha donato una parola perché potesse andare ad aggiungersi alle altre. La Commissione formazione le ha raccolte e, a partire da queste, verrà pensato un nuovo incontro scuola-università.

Le parole donate

Educare è sempre entrare in rapporto con l'altro, in cui la costruzione di una relazione autentica si compie attraverso la consapevolezza del sé che è cura. Cura è comprensione, nel senso di prendere insieme, accogliere dentro, con-prendere. Le parole donate: amore, interesse, costruttivo, mi prendo cura di te!, ogni pensiero ha il suo peso!, condivisione, gentilezza, aiuto, spazio, s-confini, fiducia, sorriso, riflessione, confronto e accoglienza fra insegnanti e studenti, rispetto, con-vivere, con-dividere, onestà, sincerità, abbraccio, amicizia, introspezione, scoperta, crescita, confronto, opportunità, gomitolo infinito di relazioni, educare alla cura e al contatto come gesto di amore, ancora scommettiamo sul futuro!, supporto e comprensione, opportunità, bisogno, pazienza, coraggio, collaborazione, grazie!, riscoprirsi, empatia, viaggio, relazione, cura, finestra, curiosità, farsi sconvolgere con ottimismo, punti di vista, lealtà, compagnia.

La parola che ricorre maggiormente è rispetto: ogni individuo si forma attraverso le cure, l’accoglienza, l’incoraggiamento di coloro che si sono occupati di lui. L’educazione si fonda, quindi, sulla capacità di prendersi cura dell’altro, di essere attenti alla sua crescita, alla sua realizzazione personale. La relazione educativa diventa co-educazione: si cresce insieme attraverso il “prendersi cura” uno dell’altro, rispettando tempi, spazi e modalità dell’Altro. Le attività di tirocinio si offrono, allora, quali opportunità di fare esperienze di meta-riflessione, quindi di formarsi per formare, le quali prendono avvio all’interno del contesto universitario, per muoversi verso la scuola. Il futuro maestro ha, quindi, la possibilità di sperimentare un sapere e un saper fare che si offrono come occasione di riflessione, confronto, ricerca, atteggiamenti che vanno a formare quella trama su cui si fonderà la propria professionalità di docente. A partire dalla parola RISPETTO si costruiranno nuove riflessioni fra scuola e università: Quale relazione esiste tra educazione, formazione e rispetto? Se il rispetto è importante, quale ricaduta ha nelle relazioni, negli apprendimenti, nella conoscenza? L’assenza di rispetto cosa comporta? Ci sono implicazioni negative? Sono alcune delle domande su cui si fonderà l’incontro.

Le parole di chi ha partecipato

[...] Spero sia l'inizio di un percorso finalizzato al dialogo costruttivo tra scuola e università e alla formazione di tutor d'aula davvero accoglienti e propositivi. Il coinvolgimento attivo è senz'altro la strategia vincente. M.Pinna, docente tutor coordinatore Scienze della Formazione Primaria

È stata un'opportunità di confronto e un'occasione per operare insieme a colleghe di diverso ordine. Esperienza da ripetere per garantire continuità tra formazione accademica e lavoro "sul campo". B. Tidu, docente scuola primaria I.C. Quartucciu

[...] Questa condivisione è stata prima di tutto accoglienza, percepirsi in relazione all'altro, accettare l'altro e mettere insieme le forze per obiettivi comuni. Penso che alcuni momenti non siano stati facili, accogliersi è anche mettere da parte se stessi (almeno momentaneamente) per aprirsi all'altro, ascoltarlo, anche farsi "modellare" negli aspetti positivi, un modeling reciproco. Tutto questo mi ricorda quanto accogliersi non sia scontato e semplicistico e quanto la relazione nel nostro ruolo di docenti sia fondamentale, essenziale, sia tra colleghi (adulti in generale anche con ruoli diversi) sia e soprattutto quando tutti i giorni (non solo i primi giorni di scuola!!) accogliamo i bambini. L'accoglienza, secondo me, è in ogni momento in cui stiamo con l'altro”. G. Marini, studentessa Scienze della Formazione Primaria

[...] Appare evidente che la “ricaduta educativa” a scuola del mondo universitario, e viceversa, è molto efficace perché crea inevitabilmente nuovi ambienti di apprendimento. Inoltre, la formazione con l’Università è esperienza costruttiva per tutti gli insegnanti, sia tutor che stagisti universitari, perché apre la strada a nuove idee e nuove prospettive sul come fare scuola. I docenti tutor hanno modo di rivedere le proprie strategie di lavoro sulla base dei rapporti di osservazione reciproca, collaborazione e feedback con i tirocinanti. Questi ultimi, chiamati ad osservare più da vicino la realtà scolastica e individuare, insieme ai tutor, soluzioni efficaci nella relazione didattico-educativa, potranno comprendere meglio le dinamiche scolastiche, ben sapendo che dovranno continuare a formarsi per tutta la vita, per destreggiarsi nel complicato ma affascinante mondo della scuola. M. G. Bilello, docente scuola primaria I.C. Quartucciu

L'incontro sulle Forme dell'accoglienza si è rivelato molto fruibile e ben organizzato. Le modalità di attuazione sono state dinamiche e nei laboratori tutti hanno potuto partecipare ed esprimersi. La parola che rimane in me in questo corso è I CARE, “IO CI TENGO”. Come il feedback lasciato quella sera. Termino questa mia riflessione così: “Prendersi cura di tutti e di ciascuno “per una vera accoglienza”. S. Ruggiero, docente tutor coordinatore o Scienze della Formazione Primaria

[...] L'ascolto, il rispetto e la tolleranza, sono valori fondamentali che gli insegnanti non dovrebbero limitarsi solo ad insegnare ai propri alunni ma prima di tutto dovrebbero essere loro i primi a metterli in pratica, così da essere un modello per loro e creare un ambiente educativo orientato alla crescita e alla consapevolezza di sé e dell’altro. Ho trovato molto stimolante e divertente lavorare con i colleghi durante il laboratorio che ha seguito le riflessioni degli esperti. Attraverso l’uso di diverse strategie, ciascun gruppo ha dato vita a un percorso particolare incentrato su una delle parole-chiave, riuscendo a esprimere al meglio che cosa questa potesse rappresentare per il mondo della scuola. M. Monteverde, studentessa Scienze della Formazione Primaria


Bibliografia

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