- Categoria: Monografie
- Scritto da Fulvio Poletti
Iper-tecnologia e formazione dell'individuo
Article Index
Una delle prerogative ambientali ed esistenziali dell'uomo contemporaneo è quella di essere collocato all’interno di un flusso comunicativo-informativo continuo ed esorbitante; essa però, paradossalmente, non sancisce l’uscita o il superamento della solitudine, la quale anzi si mostra in tutta la sua presenza alquanto stabile e diffusa se si interroga fino in fondo il reale stato d’animo della gente.
Tutta una serie di aspettative, livelli di prestazione, obiettivi e mete da raggiungere sono oggi indotti e sollecitati da un apparato spettacolare-tecnologico che produce a profusione modelli, simboli, traguardi realizzativi tanto mirabolanti quanto irraggiungibili dai più. Il risultato è l’anelito per un’immagine generalizzata di ‘felicità’ identificata prevalentemente nel consumo di beni e di servizi: atteggiamento non di rado compulsivo volto sovente a esorcizzare e compensare il venir meno della prospettiva teleologica nelle azioni umane (“l’eclissi dei fini” secondo l’interpretazione di Umberto Galimberti), vieppiù frammentarie e atomizzate.
L'articolo si interroga sugli effetti dell'overdose tecnologica sull'identità delle persone e sulla loro socialità.
La cosmo-tecnologia
Se è vero che le cosmologie tradizionali – per il tramite di miti e riti – fornivano ai gruppi umani e alle diverse civiltà “rappresentazioni dell’universo, del mondo e della società che [proponevano] ai loro membri dei riferimenti per conoscere il proprio posto, sapere cosa è possibile e impossibile, quello che è permesso e vietato”[1]; è altrettanto vero che attualmente assistiamo all’affermazione di quella che, con felice e calzante espressione, Marc Augé definisce ‘cosmo-tecnologia’.
La cosmologia tecnologica, la ‘cosmo-tecnologia’, al contrario delle cosmologie tradizionali, è indotta dagli strumenti ancora più di quanto non si traduca in essi, e le immagini che diffondono tali strumenti la rafforzano di continuo.[2]
La tecnologia o l’iper-tecnologia nella quale siamo immersi esercita un notevole fascino su un buon numero di persone, non necessariamente appartenenti alle generazioni più giovani. Basta che esca un nuovo gadget o il modello più innovativo di un cellulare, di un computer, di un televisore, di un iPod … che una massa di gente si precipita nei centri di vendita, magari facendo la fila per ore e ore, per accaparrarsi l’oggetto del desiderio tanto anelato. Per esempio, dopo la versione uno, due, tre ecco “finalmente” il nuovo iPhone4, poi 5, poi 5s: “una superfotocamera che serve per telefonare” con dispositivo multitasking (in maniera da poter far girare più programmi contemporaneamente), uno zoom potente, la possibilità di realizzare ed editare filmati in alta definizione, uno schermo migliorato in brillantezza e chiarezza grazie all’aumentato numero di pixel, accessoriata di flash, mentre la fotocamera frontale consente le videochiamate. Ma non è finita: vi è anche il supporto Bluetooth per collegare una tastiera wireless e l’opzione di organizzare le Apps in cartelle. Come resistere a tanta abbondanza di funzionalità e a tale perfezione di tecnologia avanzata?!
Quando si tratta di tecnologia non faccio resistenza, anzi mi abbandono totalmente. (…) Ho l’iPhone. Non l’ho comprato subito ma oggi sono soddisfatto. Dopo l’estate conto di prendermi anche l’iPad. Certi oggetti mi affascinano a prescindere dall’utilità.[3]
Oltre a uno status symbol, queste protesi tecnologiche diventano quindi anche dei prodotti di culto, imprescindibili e indimenticabili, tanto che quando succede di non averli con sé il possessore si sente sovente perso e menomato nella propria estensione di memoria e archiviazione di dati, senza i quali non ci si sente più a proprio agio nel mondo perché disorientati e impreparati ad affrontarlo convenientemente.
Non stupisce dunque che il cellulare, oltre alle funzioni operative per cui è stato concepito, diventi una sorta di oggetto tradizionale da portarsi sempre appresso e da impugnare come un ancoraggio al proprio essere nel mondo, alla stregua di un fedele compagno capace di fornirci qualsiasi aiuto e di alleviare l’ansia e la paura nei confronti degli innumerevoli pericoli in agguato in ogni dove. Non vi è da sorprendersi allora vedere individui che attraversano la strada senza girare la testa a sinistra e a destra oppure che guidano l’auto con occhi assenti e con l’orecchio incollato al proprio telefonino, assorbiti da conversazioni in grado di distoglierli dai rumori del traffico e di sfruttare anche il tempo degli spostamenti per fare qualcosa e soprattutto per essere in contatto con qualcuno che riempia i vuoti. Persino in cima alle montagna non è infrequente incappare in compagnie in gita domenicale, dove una volta raggiunta la vetta buona parte degli escursionisti estrae il proprio cellulare per riferire alla mamma, allo zio, alla nonna, al capufficio, alla moglie, al marito, all’amante … le sensazioni provate durante l’ascensione, le particolarità del paesaggio circostante, la cronaca della giornata tappa per tappa (itinerario, pause spuntino, orari dettagliati delle coincidenze, chi si è incontrato sul cammino), dando per scontato che l’interlocutore sia disposto a sciropparsi tutta la tiritera. Oppure, nel corso di una serata trascorsa al ristorante fra amici e conoscenti non è infrequente constatare come la maggioranza dei commensali sia occupata in larga misura a rispondere a telefonate varie e a leggere o inviare SMS a destra e a manca, inframmezzando continuamente le conversazioni e gli scambi fra gli astanti con queste attività di relazioni pubbliche a distanza. Altra scenetta: coppie a passeggio sul lungomare o sul lungolago, nelle piazze o nelle vie del centro storico, in un viale alberato, seduti in un caffè, allorché escono da un cinema con lei o lui, oppure entrambi assorti in chiacchierate chilometriche con altri, mentre il partner (se non è a sua volta impegnato in questi dialoghi nell’altrove) è imbarazzatamente o annoiatamente o stizzitamente in attesa o in sospensione. Si potrebbe continuare ancora a lungo, ma mi fermo qui, perché credo di aver dato l’immagine o il sentore di un certo stare nel mondo, che, per quanto non esaurisca sicuramente l’immenso ventaglio di scelte praticate, penso rappresenti una fenomenologia esistenziale non esiziale.
La mediazione tecnologica
Occorre prendere atto che la pervasiva presenza di apparati e di strumenti tecnologicamente sofisticati diventa una delle modalità principali attraverso cui filtriamo e categorizziamo la realtà. In altri termini tendiamo a rappresentarci e a modellizzare il mondo passando attraverso l’interfaccia di videoterminali, display e oggetti transazionali simili.
Ad esempio il nostro rapporto con la natura e con l’ambiente in senso lato avviene oggi in larga misura all’interno di una gamma tutto sommato limitata di intermediari o di artefatti: consolle con manopole e levette dedicate, joystick omologati, tastiere con pulsanti o icone predisposti da digitare, monitor per la visualizzazione di dati e pittogrammi (da toccare, sfiorare, palpare), mirini o visori per catturare immagini fisse o in movimento … Si tratta di dispositivi che fungono da prolungamento e da robusto potenziamento delle nostre capacità cognitive e in egere percettive, i quali svolgono anche una funzione rassicurante, almeno nella misura in cui divengono mano a mano maggiormente famigliari e di dominio pubblico.
Le tecnologie (…) mirano a facilitare la gestione della vita quotidiana, circondandoci di facili certezze e di artifici che funzionano come una seconda natura.[4]
Questa modalità di filtraggio del mondo e la sua informatizzazione riguarda in particolare l’organizzazione del pensiero, non tanto a livello contenutistico (giacché vi sono innumerevoli pensieri divergenti copresenti e più o meno in interazione), quanto piuttosto sul piano dell'ambientazione e del ‘setting’, là dove cioè il pensiero stesso si costruisce e si esercita secondo cornici e scenari (scenografie) omologantemente precostituite sul piano percettivo e rappresentazionale.
Basti l’esempio della pletora di Powerpoint sui più disparati temi incorniciati dentro un’iconografia standard, con qualche piccola variazione cromatica o di motivo grafico di sfondo fra l’uno e l’altro. Oppure, quello della video scrittura, la quale configura la nostra forma mentis all’interno di un ‘format’ prestabilito dal programma confezionato in base a una ben precisa intelaiatura iconografico-strutturale in linea (o in isomorfismo) con altri applicativi diffusamente commercializzati e comunemente utilizzati nell’ambito dei ‘data base’, dei fogli di calcolo, della schematizzazione grafica. Il caso emblematico è rintracciabile nella famiglia di programmi ascrivibile sotto il nome di ‘Office’ della Microsoft, che ha creato uno standard capillarmente distribuito a livello mondiale.
Il nostro modo di pensare e di sentire viene altresì distillato e coagulato negli scambi di SMS caratterizzati da messaggi rapidi, volatili e collocati all’interno di uno spazio ridottissimo di manovra, quello consentito dalle dimensioni dei cellulari. Ciò rispecchia il crescente trend alla miniaturizzazione e la parallela tendenza all’ellitticità nei flussi comunicativi vigenti in seno alle organizzazioni e praticati negli ambienti della finanza e del management. Qui è possibile assistere all’affermazione di dinamiche comunicative costantemente accelerate e viepiù orientate al risparmio talora ossessivo di parole, secondo script formali e schemi procedurali standardizzati, che si riverberano velocissimamente (come un’immediata onda lunga) in contesti discorsivi ed espressivi differenti rispetto ai luoghi di produzione originaria, dando forma a un’invalsa testualizzazione sincopata e rapsodica. Ecco come nel dialogo fra Tiziano Terzani e il figlio viene sinteticamente raffigurato questo stato di cose:
FOLCO: Ci sono moltissimi stimoli oggi per cui la mente non è mai in pace. Dal rumore della televisione, alla radio in macchina, al telefono che squilla, alla scritta pubblicitaria sull’autobus che ti passa davanti. Non riesci a fare pensieri lunghi. Fai pensieri corti. I pensieri sono corti perché le interruzioni sono frequentissime. TIZIANO: Giustissimo. I pensieri sono corti come uno spot televisivo. E il silenzio non esiste più.[5]
Quale comunicazione?
Occorre chiedersi quale tipo di scambi comunicativi riusciamo a elaborare in una società cosiddetta della comunicazione e dell’informazione come viene spesso definita la nostra. Che cosa mettiamo in gioco e in scena, autenticamente, a livello contenutistico e sentimentale o emozionale nelle conversazioni che giornalmente intessiamo con gli altri, in famiglia, sul posto di lavoro, nel tempo libero?
Non raramente si ha l’impressione che ciò che passa sia direttamente proporzionale alla rapidità del flusso e alla superficialità del messaggio, quanto più volatile ed effimero tanto più preme l’esigenza di lasciar immediatamente il posto a un altro e un altro ancora, in un vorticoso susseguirsi di suggestioni, emozioni, stimoli da superare sempre di nuovo, perché vi è costantemente l’anelito di un altrove, di un di più, del superamento del presente e dell’immediato. Ma così, se da un lato il presente stesso viene difficilmente vissuto all’insegna di una reale partecipazione e piena fruizione (per cui il godimento che se ne trae è sempre incompleto e talvolta addirittura del tutto assente, perché proiettati in un altro spazio-tempo desideriale), dall’altro lato si produce la dissoluzione delle memorie situazionali dei vari episodi salienti della vita di ciascuno o della memoria tout court, quella che per avere un senso abbisogna di un filo conduttore significativamente intrecciato con le nostre capacità riflessive e rielaborative, non solo personali ma condivise comunitariamente per dar smalto a una narrazione corale.
E ciò malgrado la parossistica e paradossale propensione ad estendere esponenzialmente le memorie digitali e i supporti per stoccare scritti, foto, filmati testimonianze di una miriade di episodi che in questi immensi contenitori finiscono per disperdere il loro significato, perché il collezionismo distratto e compulsivo non si concilia molto con la capacità di provare emozioni intense e di conferire un senso profondo alle esperienze vissute.
Pertanto, le nostre conversazioni usuali, seppur supportate da sistemi tecnologicamente assai sofisticati e da apparati mirabolanti, denotano spesso una spaventosa povertà di spessore contenutistico e di rielaborazione riflessiva, tanto che buona parte delle relazioni comunicative avvengono prendendo in considerazione come motivo dello scambio il dispositivo tecnologico stesso, ad esempio confrontando i dati tecnici del proprio telefonino, oppure disquisendo sulle caratteristiche tecniche del prossimo gadget in uscita o apparecchio da acquistare.
Mentre in altri casi la chiacchiera di heideggeriana memoria la fa da padrona, intessendo amenità su amenità, per eludere questioni afferenti alla propria effettiva qualità di vita o al tenore della propria soddisfazione affettivo-esistenziale. Quante volte ad una “semplice” domanda come: “ma tu sei felice?”, mi sono trovato di fronte volti sgomenti e a persone ammutolite.
Ma accanto a queste linee tendenziali, si sviluppano contemporaneamente e fortunatamente fenomeni/atteggiamenti in controtendenza, nonché manifestazioni di resistenza relativamente a “un sistema dove le immagini, i simulacri e i modelli in scala regnano incontrastati”, secondo l’affermazione di Augé. In questo caso, lo studioso francese prefigura uno spiraglio di speranza in tal senso:
Mi riesce difficile pensare che tutti noi non proviamo un senso di alienazione e allo stesso tempo di diffidenza nei confronti di questo sistema, perché il bisogno di avere con qualcun altro dei veri contatti, una vera relazione, il bisogno anche di immaginare la nostra vita, di costruire le nostre immagini senza contentarci di consumarne di prefabbricate, mi sembrano alla fine dei conti esigenze assai condivise in gradi di costituire l’abbozzo di un contro-sistema, di una resistenza.
Del resto, un certo uso dei social network come Facebook, Twitter, WhatsApp, MySpace, Hi5, Bebo, ecc., nonché della rete delle reti tout court, vale a dire Internet, mediante l’attivazione di blog e siti dedicati alla controinformazione o ad una comunicazione più orizzontale e compartecipata, “dal basso”, può comportare un’inversione di tendenza rispetto alla grossa concentrazione del potere informativo in mano a grossi complessi aziendali e a mega-gruppi d’opinione, i quali concentrano monopolisticamente tutta una serie di vettori massmediali, fornendo notizie, pubblicità, servizi secondo ben precisi canoni d’interesse e matrici di pensiero.
Anche l’indipendenza di giudizio e l’autonomia di analisi dei giornalisti sono oggi messe a dura prova, proprio a seguito dell’enorme concentrazione delle testate in poche mani di magnati e potentati economici, mentre sui fronti caldi come quelli bellici dove si concentra l’attenzione dell’opinione pubblica, cronisti e reporter sono in gran parte integrati e imbarcati (“arruolati”) nella stessa megamacchina mobilitata per le operazioni militari, tanto che si parla appunto di “giornalisti embedded”, il cui punto di vista è pertanto influenzato e condizionato fortemente dal campo di appartenenza dal quale si descrivono gli avvenimenti e si esamina la situazione sul campo.
Un esempio di contropotere è fornito dal sito ‘WikiLeaks’, fondato nel 2006 e diretto dall’ex hacker australiano Julian Assange, che il 25 luglio 2010 ha pubblicato – in concomitanza con tre giornali (lo statunitense New York Times, il britannico Guardian, il tedesco Der Spiegel) che dallo stesso sito avevano ricevuto un mese prima i documenti in anteprima – 92.000 “files” grezzi [documenti/rapporti top secret] sulla “sporca guerra” combattuta in Afghanistan. Dagli stessi, provenienti dal Pentagono e dalle altre istanze in gioco nello scacchiere geopolitico coinvolto, emerge una serie impressionante di episodi raccapriccianti riguardanti stragi di civili – con un gran numero di bambini e donne – mai portati alla luce, operazioni di omicidi e cattura di presunti ‘taliban’ senza alcun processo, droni telecomandati a distanza da una base del Nevada, la collaborazione tra servizi segreti pachistani e ‘taliban’, l’insofferenza degli ambienti militari statunitensi nei confronti dell’ONG italiana Emergency, testimone scomoda.
Purtroppo, un utilizzo così spregiudicato della rete, non solo può consentire di fornire un’altra versione dei fatti rispetto a quella propinata dalle agenzie ufficiali facendo conoscere retroscena sovente insabbiati o non riportati e pertanto fungere da preziosa controinformazione o complemento informativo (si pensi solo alle rivelazioni dell’ex tecnico della NSA-National Security Agency e della CIA-Central Intelligence Agency, che ha messo in luce lo sconfinato sistema di sorveglianza elettronico, con lo scopo – secondo le sue stesse parole – di “informare il pubblico su ciò che viene fatto in loro nome e quello che è fatto contro di loro”), ma prestarsi a usi poco ortodossi votati al gioco al massacro e all’intorbidimento ulteriore delle acque a scopi poco nobili o pericolosi per la democrazia. La verifica delle fonti e dell’attendibilità degli spacci informativi sono un ingrediente fondamentale, ma nella cacofonia di notizie, smentite, prese di posizione non è sempre facile districarsi, nemmeno per gli addetti ai lavori.
L’overdose di messaggi, i fiumi di parole che giornalmente inondano le nostre postazioni di lavoro e ci bombardano costantemente negli altri luoghi e tempi dove si svolgono le nostre esistenze, se da una parte ci danno l’impressione di essere connessi con il mondo intero ricevendone miriadi di informazioni, impressioni e suggestioni, dall’altra ci sottopongono a uno stordimento da jet lag digitale producente disorientamento e scarsa attenzione focalizzata soppiantata dalla dittatura della fretta.
L’impiegato di una grande azienda riceve mediamente più di cento e-mail al giorno, lo scorso anno il 40 per cento dell’orario di lavoro è stato speso per inviare e leggere messaggi elettronici. Non siamo fannulloni, siamo connessi. Nel 2007 più di 35 milioni di miliardi di messaggi via internet hanno fatto avanti e indietro da circa un miliardo di computer e solo per prudenza, per non intasare il traffico del nostro immaginario, si stima che a dicembre prossimo quelli che avranno cliccato sul tasto invia per spedire la bustina supereranno i tre miliardi. Per dire spesso niente, per dirlo male, per correggersi ma alla fine sbagliare ancora.[6]
Una psicologia intristita dell’uomo contemporaneo
L’uomo, nella postmodernità, si trova a percorrere traiettorie esistenziali assumendo le vesti antropologiche del ‘turista’, vale a dire di un individuo sostanzialmente distratto e in fibrillazione, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo o di ‘altro’ rinviante a un altrove avente il sapore dell’isola che non c’è. Immagine ben diversa della figura del pellegrino e del viandante: si pensi ad esempio al personaggio di Zenone dell’Opera al nero della Yourcenar o allo stato dell’uomo sulla terra secondo Agostino Aurelio, per il quale noi “siamo pellegrini nel tempo”. Il pellegrinaggio, all’epoca, non consisteva semplicemente o soltanto in un camminare (incamminarsi o nell’essere in movimento), ma implicava/sottendeva una direzione verso una meta altamente significativa dal profilo della realizzazione personale, sociale e culturale, la quale conferiva un orizzonte di ‘senso’ al percorso:
In quanto pellegrini, si può fare di più che semplicemente camminare – si può camminare verso. Si può guardare indietro ai propri passi nella sabbia e riconoscere una strada. Si può riflettere sulla strada fatta e vederla come un progresso verso, un passo in avanti, un avvicinarsi; si può fare una distinzione tra ‘dietro’ e ‘davanti’, e programmare la strada che ci aspetta come una successione di passi che segneranno la terra senza nome. La destinazione, lo scopo del pellegrinaggio della vita, dà forma all’informe, trasforma il frammentario in un intero, dà continuità a ciò che è episodico.[7]
La conseguenza generale dell’essere nel mondo all’insegna della postura “postmoderna”[8] risiede nella frammentazione del tempo in episodi scollegati, tanto che non vi è più una linea di continuità fra le tre fondamentali dimensioni temporali: passato–presente–futuro. Il tempo non è più rappresentabile come lo scorrere di un fiume che pur con le sue diramazioni segue un corso principale contrassegnato dalla continuità, ma si manifesta all'insegna di un insieme di pozzanghere e piscine; analogamente, la frantumazione dello spazio in tante zattere o isole (reali, simboliche, virtuali, immaginarie) ci porta a saltabeccare dall’una all’altra senza riconoscimenti o affiliazioni identitari. Si vive in un ‘qui ed ora’ continuo o in un eterno presente, dove non conta tanto la costruzione di una identità, ma l’evitare ogni fissazione, rifuggendo investimenti a lungo termine e coltivando lo sradicamento, così da essere “flessibili” e sempre pronti ad andare là dove soffia il vento delle novità.
Eccoci, allora, completamente immersi in una post- o iper-modernità connotata dai tratti caratteristici della fluidità, della continua fluttuazione e della magmaticità del proprio essere nel mondo. È una condizione priva di punti di riferimento, una sorta di navigazione a vista in una mare più o meno agitato, con colori, tonalità e confini perennemente mutevoli che rendono il viaggio alquanto movimentato e soprattutto ansiogeno. “Liquidità” assurge a termine più indicato e verosimile se si cerca di designare la nuova situazione dei giovani.
Se cerchiamo in un’enciclopedia il termine ‘liquido’, troveremo la seguente definizione: ‘il liquido è una sostanza che non può mantenere la sua forma per un lungo periodo di tempo, la sua forma cambia continuamente’. Per questo motivo ‘liquida’ è una buona metafora per descrivere il setting nel quale viviamo, le nostre condizioni di vita, ogni cosa nel nostro mondo muta molto rapidamente; ciò che ieri era motivo di vanto oggi non lo è più, diventa addirittura motivo di vergogna. Le condizioni sul posto di lavoro, le competenze richieste stanno cambiando: si terminano gli studi universitari, si ottiene la laurea, si crede che le competenze richieste siano abbastanza per mantenere il proprio posto di lavoro fino alla pensione, ma improvvisamente le proprie competenze sono inutili e ne vengono richieste di completamenete differenti. Lo stesso vale per le unioni tra esseri umani: nessuno sceglie una persona con la sicurezza di rimanere con il suo partner fino alla morte. Per tale motivo i partner vivono in un continuo stato d’ansia, si chiedono ‘Cosa succede se l’altro partner prende per primo una decisione? Se finisce tutto e me ne devo andare?’. Queste persone provano quindi un sentimento di paura e la causa consiste nel fatto che anche i focus dell’attenzione pubblica si stanno spostando.[9]
Connessioni VS Relazioni
Il risultato del vagare senza mete stabili e privi di punti di riferimento fissi è l’affermazione di un “uomo senza legami” immerso “nel nostro mondo di individualismo rampante”, dove, all’estrema fragilità/caducità dei “vecchi” legami umani ormai logori e inattuali accompagnata dall’ansiogena insicurezza derivante, si sostituiscono relazioni di tipo virtuale: tanto facili da instaurare, quanto altrettanto facili da troncare.
Basterebbe far riferimento alle nuove formule linguistiche che si stanno diffondendo: anziché riferire le proprie esperienze e le proprie prospettive esistenziali in termini di ‘rapporti’ e ‘relazioni’ connotati da una certa profondità e da stabilità psico-sociale, le persone ne danno conto ricorrendo a locuzioni tipiche dell’universo elettronico-telematico e parlano così di ‘connessioni’, ‘connettersi’, ‘essere connessi’. Invece di pensare all’altro come “partner”, si preferisce ricorrere all’immagine delle ‘reti’ (“networks”) in cui bene o male tutti siamo invischiati o risultiamo irretiti. A questo proposito, il noto sociologo Zygmunt Bauman, interrogandosi sulle differenze tra il linguaggio della ‘connettività’ rispetto a quello delle ‘relazioni’, esprime le seguenti considerazioni:
A differenza di ‘relazioni’, ‘parentele’, ‘partnership’ e di nozioni simili che puntano l’accento sul reciproco impegno ed escludono o passano sotto silenzio il loro opposto, il disimpegno e il distacco, il termine ‘rete’ indica un contesto in cui è possibile con pari facilità entrare e uscire; impossibile immaginare una rete che non consenta entrambe le attività. In una rete, connettersi e sconnettersi sono entrambe scelte legittime, godono del medesimo status e hanno pari rilevanza. Non ha senso chiedersi quale di queste due attività complementari costituisca l’ ‘essenza’ della rete. ‘Rete’ suggerisce momenti in cui si è ‘in contatto’ intervallati a periodi di libera navigazione. In una rete le connessioni avvengono su richiesta e possono essere interrotte a proprio piacimento.[10]
In una ‘connettività’ a tutto campo – almeno in termini virtuali e potenziali – incertezza, confusione e disorientamento non vengono meno; sembrano anzi destinati ad accentuarsi e ad ampliarsi, in maniera direttamente proporzionale alla vorticosa accelerazione del nostro vivere in questo mondo, dove i rischi e le angosce ad essi connesse, invece di scomparire, non fanno altro che re-distribuirsi differenzialmente e ripresentarsi sotto altre spoglie nel variegato scenario in rapido movimento nel quale ci muoviamo:
Essere sempre im movimento, un tempo un privilegio e una conquista, diventa un obbligo. Andare sempre di corsa, un tempo un’eccitante avventura, si trasforma in una fatica massacrante. E cosa più importante, quella fastidiosa incertezza e quella confusione opprimente, che la velocità avrebbe dovuto spazzare via, si rifiutano di sparire. La facilità del disimpegno e l’interruzione su richiesta dei rapporti non riduce i rischi; semplicemente li distribuisce – insieme alle angosce che sempre li accompagnano – in modo diverso.[11]
Oggi, a quanto pare, dovremmo “imparare” a convivere con lo stato di ‘precarietà’ connaturato ad ‘esseri erranti’, in perenne movimento su terreni magmatici e sotto cieli cangianti come quelli d’Irlanda, verso mete mai ben definite una volta per tutte. La condizione più “naturale” dell’uomo contemporaneo, immerso nell’ipermodernità, sembra essere il nomadismo, anziché l’abbarbicamento a una stabilità granitica geo-stanziale, linguistica, nella strutturazione dell’io e nelle appartenenze culturali:
Senza più né ‘alto’ né ‘basso’, né ‘dentro’ né ‘fuori’, né ‘lontano’ né ‘vicino’, l’universo perse il suo ordine, la sua finalità e la sua gerarchia. (…) Eppure proprio dal disincanto del mondo e nell’instabilità di tutte le parole che prima lo definivano, nacque un paesaggio insolito, simile allo spaesamento, in cui si annuncia una libertà diversa, non più quella del sovrano che domina il suo regno, ma quella del viandante che al limite non nomina neppure la sua via. Consegnato al nomadismo, l’uomo spinge avanti i suoi passi, ma non più con l’intenzione di trovare qualcosa, la casa, la patria, l’amore, la verità, la salvezza. Anche queste parole si sono fatte nomadi, non più mete dell’intenzione o dell’azione umana, ma doni del paesaggio che ha reso l’uomo viandante senza una meta, perché è il paesaggio stesso la meta, basta percepirlo, sentirlo, accoglierlo nell’assenza spaesante del suo ‘senza-confine’. (…) al di là di ogni progetto orientato, il nomade sa che la totalità è sfuggente, che il non-senso contamina il senso, che il possibile eccede sul reale e che ogni progetto che tenta la comprensione e l’abbraccio totale è follia.[12]
Di qui deriva l’improponibilità di una concezione d’identità come entità fissa, stabile, immodificabile, giacché essa deve fare i conti con le innumerevoli istanze psico-sociali, le diversificate traiettorie esistenziali, nonché con la disparità delle appartenenze che fanno di ciascuno di noi un essere in perenne divenire, mai concluso/definitivo, assolutamente peculiare e irripetibile.
Gli esseri umani non sono realtà fisse con una propria identità precostituita che ‘a un certo punto’ si mettono a fare delle scelte. Siamo invece esseri in divenire la cui identità viene continuamente trasformata dalla riflessione e dall’azione.[13]
Quale identità?
In una dinamica siffatta, la nozione di ‘identità’ si presenta sotto un’altra luce, rispetto ad accezioni monolitiche e assolutistiche, in quanto vi è da chiedersi se in definitiva la nostra identità non sia “un fondo vuoto”: “Forse ciascuno di noi è una moltitudine, e la ricerca della nostra identità è un tentativo destinato all’insuccesso”[14].
Anche senza giungere ad una visione così radicale, mi domando se oggi come oggi per (ri)trovare se stessi non occorra ‘perdersi’, così da essere più attenti e sensibili alle diverse sfaccettature e molteplici parti che compongono il nostro Sé. Infatti noi siamo, in sostanza, composti di molteplici stratificazioni identitarie:
- identità fisica (il corpo, le percezioni e le emozioni ‘corporee’),
- identità mentale (la rappresentazione cognitiva di noi stessi e del ‘nostro’ mondo),
- identità affettiva (la sfera dei sentimenti e degli affetti),
- identità retorica o conversazionale (l’espressione del proprio Sé agli altri mediante la comunicazione verbale),
le quali talvolta s’incontrano e collimano, mentre altre volte non combaciano e rimangono “universi paralleli”[15].
Dopo S. Freud, F. Nietzsche e M. Heidegger è praticamente improponibile pensare al raggiungimento della “trasparenza” completa dell’essere umano nei confronti di se stessi: la lezione della psicoanalisi, della filosofia esistenzial-ermeneutica, nonché le immani tragedie del XX secolo hanno fatto svanire l’illusione di una limpida e totale conoscenza delle intenzioni, delle passioni e del mondo interiore dell’uomo.
Oggi siamo più consapevoli che non esiste un’identità unica, monolitica e stabile, quanto piuttosto del fatto che il soggetto è contrassegnato da una struttura di personalità dinamica, multiforme, sfaccettata e complessa, non riducibile a ipostatizzazioni fotografiche e immobili, valide una volta per sempre. La nostra vita e autobiografia sono costellate di direzioni/diramazioni di senso che s’intrecciano, si rafforzano, si scontrano, si elidono, dando origine ad una composizione articolata costantemente in fieri.
L’identità di una persona si costruisce e si trasforma lungo l’intero arco della vita, alimentata da una moltitudine di elementi e di appartenenze plurime: ad una famiglia più o meno allargata, ad un gruppo etnico o linguistico, ad una nazione (o a due e più), ad una tradizione religiosa, ad una professione, ad una istituzione, ad un ceto sociale, ad una regione/provincia, ad una città/villaggio, ad un quartiere, ai supporter di una squadra di calcio …, ad un gruppo di amici, ad un sindacato, ad un partito, ad un’associazione, ad una categoria di persone secondo le preferenze/inclinazioni sessuali o il tipo di handicap, ecc. Sono tali appartenenze incrociate a costituire le innervature identitarie degli individui:
Se ciascuno di questi elementi può riscontrarsi in un gran numero di individui, non si trova mai la stessa combinazione in due persone diverse, ed è proprio ciò che fa sì che ogni essere sia unico e potenzialmente insostituibile. […] Ciascuna delle mie appartenenze mi unisce a un gran numero di persone; tuttavia, più le appartenenze che prendo in considerazione sono numerose, più la mia identità risulta specifica. […] Ed è proprio su questo punto che vorrei insistere: grazie a ciascuna delle mie appartenenze, prese separatamente, ho una certa parentela con un gran numero di miei simili; grazie agli stessi criteri, presi tutti insieme, ho la mia identità personale, che non si confonde con nessun’altra.[16]
Ciò non ci esime dal compito di trovare e definire costantemente – senza ipostatizzazioni e assolutismi – valori condivisi, che ci consentano di costruire una “vita insieme”, al di là di esacerbati egoismi, eccessivi particolarismi e traiettorie solipsistiche, forieri d’ingiustizia e intollerabili disparità e sperequazioni.
Note
[1] Marc Augé, Perché viviamo?, Roma: Meltemi, 2004 (ed. or. 2003), pp. 10-11
[2] Ivi, p. 11
[3] Intervista a Francesco Piccolo, scrittore e sceneggiatore de’ ‘Il caimano’ e ‘Caos calmo’, in “La Repubblica”, 31 luglio 2010
[4] Marc Augé, Perché viviamo?, cit., p. 11
[5] Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio, Milano: Longanesi, 2006, p. 407
[6] Alessandra Retico, Fiumi di parole (inutili), in “La Repubblica”, 7 aprile 2010; Cfr. John Freeman, La tirannia dell’e-mail, Torino: Codice Edizioni, 2010. Le parole che corrono in rete andranno pure lontano, ma alla fine dicono poco.
[7] Z. Bauman, La società dell’incertezza, Bologna: Il Mulino, 1999, pp. 32-33.
[8] La condizione dell’uomo contemporaneo che abita l’Occidente e la sua cultura sono state definite in maniera diversa: ‘tarda modernità’ (Anthony Giddens), ‘modernità riflessiva’ (Ulrich Beck), ‘sur-modernità’ (George Balandier), ‘società programmata’ (Alain Touraine), ‘situazione post-sociale’ (Jean Baudrillard), ‘era del vuoto’ (Gilles Lipovetsky), ‘post-storicismo’ (Jean Cazeneuve), ‘cultura del pastiche e della schizofrenia’ (Fredric Jameson); la locuzione più diffusa sembra essere quella di “postmodernità”, introdotta da Jean-François Lyotard in La condition postmoderne (1979)
[9] Paola Cosolo Marangon, L’attenzione a noi stessi come salvezza dalla liquidità, Conversazione con il sociologo Zygmunt Bauman a proposito di educazione, conflitto, società nella modernità fluida, in “Conflitti”, trimestrale Piacenza, n. 2, 2006, p. 3
[10] Z. Bauman, Amore liquido, Roma-Bari: Laterza, , 2006 (ed. or. 2003), p. XI
[11] Ivi, pp. XII-XIII
[12] U. Galimberti, Parole nomadi, Milano: Feltrinelli, 1994, p. 10
[13] M. Johnson, 1993, cit. in G. Mantovani, L’elefante invisibile, Firenze: Giunti, 1998, p. 93
[14] U. Galimberti, Parole nomadi, cit., p. 85
[15] Cfr. G. Lai, Disidentità, Milano: Feltrinelli, 1988
[16] A. Maalouf, L’identità, Milano: Bompiani, 1999, pp. 17, 24, 26
Autore: Fulvio Poletti, PhD, è responsabile del Servizio Didattica e formazione docenti della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI).
copyright © Educare.it - Anno XIV, N. 8, agosto 2014

