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  • Categoria: Monografie

Iper-tecnologia e formazione dell'individuo - Connessioni VS Relazioni

Connessioni VS Relazioni

Il risultato del vagare senza mete stabili e privi di punti di riferimento fissi è l’affermazione di un “uomo senza legami” immerso “nel nostro mondo di individualismo rampante”, dove, all’estrema fragilità/caducità dei “vecchi” legami umani ormai logori e inattuali accompagnata dall’ansiogena insicurezza derivante, si sostituiscono relazioni di tipo virtuale: tanto facili da instaurare, quanto altrettanto facili da troncare.

Basterebbe far riferimento alle nuove formule linguistiche che si stanno diffondendo: anziché riferire le proprie esperienze e le proprie prospettive esistenziali in termini di ‘rapporti’ e ‘relazioni’ connotati da una certa profondità e da stabilità psico-sociale, le persone ne danno conto ricorrendo a locuzioni tipiche dell’universo elettronico-telematico e parlano così di ‘connessioni’, ‘connettersi’, ‘essere connessi’. Invece di pensare all’altro come “partner”, si preferisce ricorrere all’immagine delle ‘reti’ (“networks”) in cui bene o male tutti siamo invischiati o risultiamo irretiti. A questo proposito, il noto sociologo Zygmunt Bauman, interrogandosi sulle differenze tra il linguaggio della ‘connettività’ rispetto a quello delle ‘relazioni’, esprime le seguenti considerazioni:

A differenza di ‘relazioni’, ‘parentele’, ‘partnership’ e di nozioni simili che puntano l’accento sul reciproco impegno ed escludono o passano sotto silenzio il loro opposto, il disimpegno e il distacco, il termine ‘rete’ indica un contesto in cui è possibile con pari facilità entrare e uscire; impossibile immaginare una rete che non consenta entrambe le attività. In una rete, connettersi e sconnettersi sono entrambe scelte legittime, godono del medesimo status e hanno pari rilevanza. Non ha senso chiedersi quale di queste due attività complementari costituisca l’ ‘essenza’ della rete. ‘Rete’ suggerisce momenti in cui si è ‘in contatto’ intervallati a periodi di libera navigazione. In una rete le connessioni avvengono su richiesta e possono essere interrotte a proprio piacimento.[10]

In una ‘connettività’ a tutto campo – almeno in termini virtuali e potenziali – incertezza, confusione e disorientamento non vengono meno; sembrano anzi destinati ad accentuarsi e ad ampliarsi, in maniera direttamente proporzionale alla vorticosa accelerazione del nostro vivere in questo mondo, dove i rischi e le angosce ad essi connesse, invece di scomparire, non fanno altro che re-distribuirsi differenzialmente e ripresentarsi sotto altre spoglie nel variegato scenario in rapido movimento nel quale ci muoviamo:

Essere sempre im movimento, un tempo un privilegio e una conquista, diventa un obbligo. Andare sempre di corsa, un tempo un’eccitante avventura, si trasforma in una fatica massacrante. E cosa più importante, quella fastidiosa incertezza e quella confusione opprimente, che la velocità avrebbe dovuto spazzare via, si rifiutano di sparire. La facilità del disimpegno e l’interruzione su richiesta dei rapporti non riduce i rischi; semplicemente li distribuisce – insieme alle angosce che sempre li accompagnano – in modo diverso.[11]

Oggi, a quanto pare, dovremmo “imparare” a convivere con lo stato di ‘precarietà’ connaturato ad ‘esseri erranti’, in perenne movimento su terreni magmatici e sotto cieli cangianti come quelli d’Irlanda, verso mete mai ben definite una volta per tutte. La condizione più “naturale” dell’uomo contemporaneo, immerso nell’ipermodernità, sembra essere il nomadismo, anziché l’abbarbicamento a una stabilità granitica geo-stanziale, linguistica, nella strutturazione dell’io e nelle appartenenze culturali:

Senza più né ‘alto’ né ‘basso’, né ‘dentro’ né ‘fuori’, né ‘lontano’ né ‘vicino’, l’universo perse il suo ordine, la sua finalità e la sua gerarchia. (…) Eppure proprio dal disincanto del mondo e nell’instabilità di tutte le parole che prima lo definivano, nacque un paesaggio insolito, simile allo spaesamento, in cui si annuncia una libertà diversa, non più quella del sovrano che domina il suo regno, ma quella del viandante che al limite non nomina neppure la sua via. Consegnato al nomadismo, l’uomo spinge avanti i suoi passi, ma non più con l’intenzione di trovare qualcosa, la casa, la patria, l’amore, la verità, la salvezza. Anche queste parole si sono fatte nomadi, non più mete dell’intenzione o dell’azione umana, ma doni del paesaggio che ha reso l’uomo viandante senza una meta, perché è il paesaggio stesso la meta, basta percepirlo, sentirlo, accoglierlo nell’assenza spaesante del suo ‘senza-confine’. (…) al di là di ogni progetto orientato, il nomade sa che la totalità è sfuggente, che il non-senso contamina il senso, che il possibile eccede sul reale e che ogni progetto che tenta la comprensione e l’abbraccio totale è follia.[12]

Di qui deriva l’improponibilità di una concezione d’identità come entità fissa, stabile, immodificabile, giacché essa deve fare i conti con le innumerevoli istanze psico-sociali, le diversificate traiettorie esistenziali, nonché con la disparità delle appartenenze che fanno di ciascuno di noi un essere in perenne divenire, mai concluso/definitivo, assolutamente peculiare e irripetibile.

Gli esseri umani non sono realtà fisse con una propria identità precostituita che ‘a un certo punto’ si mettono a fare delle scelte. Siamo invece esseri in divenire la cui identità viene continuamente trasformata dalla riflessione e dall’azione.[13]
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